Il paradosso del centrodestra: i consensi per governare ci sarebbero, ma i leader fanno di tutto per demolire il capitale politico. E ogni partito sembra più preoccupato di curare il proprio spazietto (proporzionale) che di assicurare il successo dell’alleanza
I leader del centrodestra Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini in piazza a Roma nel 2019 contro l’allora neonato governo Conte bis sostenuto da Pd e M5s (foto Ansa)
Il centrodestra è dentro un paradosso: è una potenziale maggioranza del paese che però oggi fatica a sopravvivere come alleanza. I temi concreti del centrodestra garantiscono di più il consenso degli elettori dei suoi leader e dei suoi partiti: fisco, immigrazione, giustizia e un atteggiamento non pedante e pedagogico verso gli italiani sono la vera moneta di riserva della coalizione. Nel frattempo, però, i vertici s’impegnano per indebolire il capitale politico.
Silvio Berlusconi continua ad ancorare Forza Italia al centrodestra, almeno a parole, ma al tempo stesso ricerca spazi di autonomia centrista, su pressione in particolare dei ministri del governo Draghi. Forza Italia negli ultimi dieci anni è sempre stata a favore di accordi al centro, soprattutto con il Pd. È un partito governista, pronto a convergere in alleanze larghe qualora fosse necessario dopo le elezioni, con un consenso oramai fondato tutto sulla lealtà al Cavaliere e un approccio “antropologico” alla politica radical...