In Malaysia di libertà religiosa si può anche morire

Di Eid Camille
07 Giugno 2007

Non accenna a terminare la battaglia di Lina Joy, la convertita cristiana che da tempo lotta per il riconoscimento ufficiale della sua conversione. Il 30 maggio, tre giudici della Corte federale di Kuala Lumpur hanno rigettato il suo appello per avere sulla carta d’identità la menzione “cristiana” anziché “musulmana” sotto la voce “religione”. Di per sé, la sentenza non nega a Joy il diritto di convertirsi, ma la priva del riconoscimento ufficiale della sua conversione, ed esige che per ottenere ciò si rivolga a una corte islamica. Il caso suscita da tempo grandi tensioni in questo paese asiatico in cui i musulmani costituiscono il 60 per cento della popolazione. Nel 2001 un altro tribunale aveva sentenziato che un cittadino di etnia malese è definito dalla Costituzione «una persona che professa la religione islamica» sin dalla nascita. La pena prevista per l’apostasia nella Federazione malese varia da Stato a Stato: nel 2002 il Terengganu ha introdotto una “legge sulle pene coraniche” che prevede la pena di morte e il sequestro dei beni per l’apostata che non si pente entro tre giorni. Anche nel Kelantan è prevista la pena di morte; nel Pahang la carcerazione fino a tre anni, un’ammenda e un massimo di sei frustate; nel Sarawak un’ammenda o sei mesi di carcere; nel Sabah un anno di carcere o tre anni in un centro di riabilitazione; negli Stati di Kedah, Perak, Negeri Sembilan e Perlis due anni di riabilitazione; nel Melata sei mesi di riabilitazione con una pena più severa per chi induce alla conversione. Secondo un’ammissione del governo, la riabilitazione avrebbe interessato centinaia di “deviati”, arrestati con il consenso dei tribunali sharaitici e mandati in un centro del Negeri Sembilan per essere ricondotti sul “retto sentiero”. camilleid@iol.it

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