Maledetto sport
Stefano G., 2° C, 15 anni, mi presenta il certificato medico in cui viene esonerato dall’eseguire le capovolte, perché soffre di mal di schiena. Approfondisco e mi rivela che ha anche continui dolori al gomito destro, alle ginocchia, al collo; tutte le settimane si sottopone a massaggi e applicazioni di tens. Il padre mi chiede di non stressarlo con esercizi difficili (le capriole!), perché è una promessa del tennis regionale che fa 5 (dicesi cinque) allenamenti a settimana di 3 (dicesi tre) ore ciascuno, oltre ovviamente alla partita nel week end.
Luca S., 3° C, si è ritirato dalla scuola. Ma se in prima era tra i migliori nello studio? Il padre mi confida che il Russi vede in lui un gioiellino e che vale la pena di rischiare di fallire la scuola, che con 4 allenamenti più la partita (il sabato primo pomeriggio, per cui ogni trasferta un po’ lontano niente scuola la mattina) non ce la fa a studiare. «Ma ha il fisico di Zola, e già dei mal di schiena! Non tiene uno stress così!» dico io. «Mi hanno detto che ce la può fare», chiude lui
Alberto C., 4°D, ex nazionale juniores, gran fisico, sta bene. Sta ripetendo per la seconda volta la quarta e verrà bocciato ancora perché fa la serie A, con sei allenamenti a settimana più partita. Ma è un panchinaro («Fanno giocare gli stranieri») e quest’anno è stato messo su tre mezze partite. L’anno prossimo pensa di trovarsi una società di B. Il diploma? Non se ne parla.
Alessio G., 5° C, faceva ciclismo in prima e seconda e mi stressava perché l’allenatore gli aveva vietato di fare la corsetta di riscaldamento a scuola (3-4 minuti) perché gli si rovinavano i muscoli da ciclista (!). Ha smesso: tutti i pomeriggi sulla strada, la domenica in trasferta in tutto il nord Italia, partire alle sei, rientro a notte fonda, niente doccia dopo la gara perché non ci sono le attrezzature. «E poi ci davano della roba che non mi convinceva».
Quattro dei miei alunni di quest’anno; centinaia di storie così nella mia trentennale carriera di insegnante di educazione fisica; uno solo me lo ricordo professionista, portiere in serie C. Gli altri spremuti, illusi, buttati. Non ho scritto i loro cognomi per ovvio rispetto, ma non li trovereste mai su una cronaca che non fosse nella dodicesima pagina del giornale di provincia (e me la portano a vedere, tutti orgogliosi!).
Pantani invece, i due calciatori morti in campo, Fioravanti dal cuore scoppiato, erano arrivati sulle prime pagine perché avevano vinto e stravinto. Il processo di identificazione, che nei miei ragazzi si interrompe e lascia delusione e fallimenti solo di media intensità, nei grandi campioni arriva alle più estreme conseguenze: IO VINCO e quindi SONO.
Ma se è in gioco la stessa identità, lo stesso essere, non c’è più limite che non possa essere infranto pur di continuare ad essere forte e vincente: salute, dignità e perfino vita non hanno più senso oggettivo.
Prima delle morti o dei tragici incidenti nel mondo dello sport ci sono sempre dei fallimenti umani costruiti meticolosamente, seppur spesso inconsciamente, giorno dopo giorno, sulle strade, sui campi e nelle palestre da parte di chi non ha alcun interesse per il bambino, il ragazzo, l’uomo, ma solo ed esclusivamente per il risultato. Le domande: “Cosa serve a questa persona? Cosa la può aiutare a crescere? Come usare lo strumento sport per far fiorire la sua umanità?” sono state tutte appiattite in “se vince sarà contento (e soprattutto lo saremo noi: allenatori, genitori, tifosi, sponsor, e via gonfiando), quindi avanti a tutti i costi!”.
L’alternativa non è più rimandabile: o al centro si mette l’uomo, o si mette il risultato. Non piangiamo ipocritamente sulle conseguenze.
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