Mamma li prof!
L’icastico bozzetto che in questi giorni sento raccontare da amici, o vedo tracciato con amaro umorismo su certa stampa internazionale che si occupa dell’Italia, delle sue divisioni interne circa la guerra e di giovani e professori in prima fila ad agitare striscioni “anti-tutto” (come si è visto nella manifestazione romana no-global, contro i tre “Bastardi: Bush, Bin Laden, Berlusconi”), mi riporta al tempo in cui, nella seconda metà degli anni ’70 insegnavo Lettere in un istituto tecnico torinese. Quando era arrivato il mio turno per il primo incarico della mia carriera era disponibile un posto nel mio vecchio e glorioso Liceo, il famoso D’Azeglio di Ginzburg, Pavese, Agnelli e via discorrendo. Inorridita all’idea di insegnare ai “figli di papà” optai per un nuovo istituto lontanissimo da casa mia e a due passi dalla Fiat, dove avrei dischiuso le menti proletarie al sapere “di classe” riservato ai detentori del “potere”. Ben presto mi accorsi che alla grande maggioranza della cultura non gliene importava niente. Non dei miei ideali però, che venivano interpretati, dalle elementari all’università, come fare il meno possibile cercando di raffazzonare una licenza o una laurea con cui ottenere un lavoro in cui faticando il meno possibile guadagnare il massimo. E quando si ventilava il minimo sciopero alla Fiat eccoli all’unanimità fuori anche loro. «Perché scioperate?». «Perché scioperano alla Fiat». «E perché scioperano alla Fiat?». «Boh». Allora perché scioperate?». «Solidarietà». «Solidarietà con che?». «Solidarietà e basta». Essendo giovane e “compagna” potevo dialogare con i più impegnati e meno scansafatiche ed ero pure ammessa alle loro assemblee (a quei tempi i professori tacevano e i ragazzi parlavano) a cui smisi di andare per disperazione e soprattutto per noia. Lo stesso sembrarono fare gli interessati. Ogni cosa istituzionalizzata prima o poi perde il suo fascino. Era inutile blaterare che noi avevamo pagato con sospensioni e bocciature il loro diritto di assemblea quando non molti anni prima altri giovani avevano dato la vita per un’Italia migliore che non s’era certo rivelata uno splendore!
Trisse e trasse, facciam la lotta di classe
Ero marxista (lasciati i gruppi scivolai nel Pci di Berlinguer da cui scivolai via dopo le Falkland), mi gloriavo di avere un buon rapporto con tutti i miei studenti, ma prestissimo notai con allarme che superficialità e approssimazione imperavano. Nessuno più sembrava capace di prendere in mano un dizionario per apprendere il significato di una parola sconosciuta. Troppo pesante, ovviamente, o forse nessuno gli aveva insegnato ad usarlo. Meglio andare ad orecchio, a interpretazioni onomatopeiche. Una volta sentii un corteo scandire: «Camerata, bosco nero, il tuo posto è il cimitero!». Il giorno dopo provai a indagare e nessuno studente mi seppe fornire una spiegazione; ma che importava? Suonava bene e faceva rima. Ancor meno, poi, avevano un’idea di che fossero i baschi neri. E quando da occupazioni e autogestioni si sboccò nell’apatia della droga o nella P38 mi venne il dubbio che tutti noi più anziani del “movimento” qualche responsabilità forse ce l’avessimo. Specie certi miei colleghi che insegnavano slogan e approfittavano di ignoranza e faciloneria per far passare contenuti più che discutibili. In uno sprazzo di esilarata autoironia – insolito dato il prevalente impegno moralistico e quasi tetro degli anni ‘69-‘70 – con un gruppetto di amici avevamo inventato il “Trisse trasse potere alle masse”. Che accompagnavamo con un balletto al suono di una canzonetta d’epoca: «Sarà capitato anche a voi, zum zum, di fare la lotta di claaasse, zum zum, cantando potere alle maaasse. Triiisse traasse, triisse traassee…» ecc. Beh, meno di 10 anni dopo lo slogan non sarebbe suonato demenziale, così come Beckett non sembra surreale in una società in cui pare che tutti aspettino Godot. I professori di oggi sono i miei allievi di ieri (aprire un dizionario o un libro di Storia è troppo faticoso) però non credo che siano gli unici ignoranti pressapochisti faciloni in Italia. Né che gli insegnanti delle scuole private siano molto migliori. Nel mio famoso liceo pre ’68 ad esempio, grande motivo di vanto era l’alto numero di bocciature; in ginnasio c’erano 8 sezioni (35 e più allievi per classe) che al liceo si riducevano a 5. A priori era scontato che in due anni oltre 100 studenti si sarebbero persi per strada. Se non avessi avuto interessi miei, amici colti più vecchi e una famiglia di intellettuali alle spalle, non avrei saputo nulla del mio secolo, né in Storia e Filosofia ma neppure in Arte e Letteratura. Per non parlare delle materie scientifiche o della Geografia… Ma la scuola non esiste da sola. Tutto è collegato e certo devo dire che a vederla da fuori tutta l’Italia sembra una grossa assemblea studentesca ma non di quelle originarie, sessantottine, in cui c’erano troppe idee e l’immaginazione era al potere, bensì una di quelle ripetitive, trite e vuote dei decenni successivi in cui, per dirla con gli irriverenti del Trisse Trasse, c’erano “poche idee ma confuse”. Un po’ come ha detto in qualche parte della sua lettera-alluvione Oriana Fallaci.
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