Mamma sei viva,e il papà?

Di Tempi
20 Settembre 2001
Ero in macchina con due amiche per andare a Manhattan a lavorare. Noi abitiamo a Brooklyn e quindi per andare a Manhattan dobbiamo prendere il ponte di Brooklyn che ci collega con la città. C’è un punto che percorri prima di imboccare il ponte, che si chiama la “Promenade”. Da lì, godi di un panorama incantevole, le torri, l’Empire State Building, i ponti, è inevitabile quando sei in macchina, voltarti e osservare la grandezza e la bellezza dello spettacolo che ti sta di fronte. In quel punto abbiamo visto la prima torre avvolta dalle fiamme.

Mamma sei viva, e il papà?

Di Simonetta Wiener, italiana residente a New York

Ero in macchina con due amiche per andare a Manhattan a lavorare. Noi abitiamo a Brooklyn e quindi per andare a Manhattan dobbiamo prendere il ponte di Brooklyn che ci collega con la città. C’è un punto che percorri prima di imboccare il ponte, che si chiama la “Promenade”. Da lì, godi di un panorama incantevole, le torri, l’Empire State Building, i ponti, è inevitabile quando sei in macchina, voltarti e osservare la grandezza e la bellezza dello spettacolo che ti sta di fronte. In quel punto abbiamo visto la prima torre avvolta dalle fiamme. Una di noi ha gridato «O mio Dio, c’è un incendio su una delle torri». Dovevamo continuare, il traffico era molto intenso. Pensavamo comunque di prendere il ponte di Brooklyn ma, appena arrivati all’imbocco del ponte, la polizia aveva già deviato tutto il traffico in direzione di Manhattan. Mi domando ora come hanno fatto , erono trascorsi solo pochi minuti dallo scoppio… Ci hanno chiesto di tornare indietro e io ho chiesto «dove? A casa?». «Dove volete ma non in città». La radio ci informava che un aereo era caduto su una torre. Più il tempo passava e meno era possibile avere accesso alle strade , si andava avanti senza sapere dove. Il notiziario annuncia che la seconda torre è stata colpita. È un attentato terroristico. Io ho mio figlia a scuola, mio marito che è avvocato e lavora in città, ricordo che ha un’udienza fuori Manhattan quel giorno e quindi mi tranquillizzo. Vediamo la gente per strada, sconvolta, gente che piange, gente che guarda in cielo. Provo a chiamare la scuola con il cellulare. Non funziona. Scendo e provo con un telefono pubblico, ma c’è la fila e una persona mi dice che i telefoni pubblici sono fuori uso. Ripartiamo. Il cielo dalla parte di Manhattan è nero e l’aria comincia ad essere greve. Noi abitiamo sulla sponda di Brooklyn, di fronte alle Torri e a Wall street. Da qualsiasi parte riusciamo a vedere il fumo che sale. Intanto arriva la notizia del Pentagono, tutto è bloccato, sentiamo la gente per strada parlare di guerra. Diciamo un Gloria e scendo dalla macchina chiedendo a un poliziotto di lasciarci passare, il traffico è interrotto ovunque e spiego al poliziotto che devo tornare a casa, che deve esserci un modo per raggiungere mia figlia. Anche lui non sa cosa fare e poi cede. Finalmente arriviamo nel mio quartiere. È interamente coperto di fogli, le strade sono bianche e le macchine ricoperte di polvere che sembra cenere bianca. Ci copriamo il volto con dei fazzoletti, perché l’aria è irrespirabile. A scuola trovo i bambini seduti in palestra che dicono il rosario con il Parroco. La Preside mi accoglie sulla porta e mi racconta sconvolta che i bambini della quarta elementare hanno visto tutto dalla finestra. Mia figlia mi vede e mi abbraccia piangendo le sue prime parole sono: «mamma sei viva e il papà?». Le rispondo che stiamo tutti bene anche se non ho nessuna notizia né di mio marito né degli amici che sono in città. A casa intanto arrivano i primi amici. Lorna e Sean raggiungono casa nostra camminando dal loro posto di lavoro. Cerchiamo di sapere se siamo tutti vivi e fuori dalla zona colpita. Intanto mio marito torna a casa. L’unico pensiero è di ringraziamento e gratitudine, sopratutto quando sappiamo che anche gli amici stanno bene. I miei amici continuo a ringraziare il Signore che ha avuto misericordia di noi.

La crociata di un liberale

Di Stefano Doroni, del comitato “Pisa liberale”, Pisa

Mentre New York e il Pentagono bruciavano, mentre alcuni simboli della civiltà occidentale venivano colpiti barbaramente, mentre migliaia di esseri umani venivano cotti e sbranati nelle gabbie mortali delle Twin Towers, mentre la disperazione faceva volare miseri corpi da vertiginose altezze fino a spappolarsi al suolo; mentre tutto questo accadeva, c’erano tanti – troppi – uomini immondi che esultavano per la carneficina, esultavano per la vittoria di Allah, esultavano perché convinti che ogni orrore sia lecito contro l’America e gli Americani, contro l’Occidente e gli occidentali.(…)Chiunque possa festeggiare per una simile tragedia è colpevole quanto chi ha sovvenzionato, preparato e compiuto un’azione così indegna. È perciò contro questo universo di fanatismo e di crudeltà che il mondo civile deve muoversi: e muoversi con tutta la forza, con tutto l’impeto di cui è capace; il tempo del dialogo è finito e solo adesso chi vuole capire può ormai rendersi conto che non doveva cominciare.(…) Siamo di fronte ad uno scontro epocale fra due civiltà, fra due modi di intendere la vita e l’esistenza umana.(…) È necessario cancellare dal pianeta le piazze e le città del fanatismo; ma non basta. Dobbiamo ingaggiare una lotta dura e senza sconti contro il doppiogiochismo degli amici dei terroristi, che abbiamo anche in Italia; dobbiamo mettere di fronte alle loro responsabilità tutti gli antiamericani e gli antioccidentali di casa nostra: quelli che da sempre flirtano con l’Islam da guerriglia, quelli che firmerebbero contratti col diavolo pur di scagliarsi contro l’Occidente che li nutre, quelli che abboccano come pesci distratti – magari in buona fede – all’esca buonista dell’Islam istrione e bugiardo. (…) Il pericolo vero che ci sovrasta, che minaccia il futuro della libertà occidentale, è il gonfiarsi inaudito di una categoria culturale e politica che potremmo chiamare islamico-marxista. I due fondamentalismi si sposano assai bene: il dogmatismo li unisce nella loro azione di imbavagliamento delle libertà umane raggiunte dall’evoluzione della civiltà occidentale; un’astuzia diabolica li cementa e fornisce loro la necessaria faccia tosta per presentarsi agli occhi dei creduloni come fossero buoni e mansueti. Questi alleati ci hanno portato di fronte all’inevitabilità di una guerra. Una guerra diversa dalle solite, nella quale il nemico è vigliacco e particolarmente spietato. Una guerra che può sembrare di religione ma è di civiltà: una guerra per la salvezza della civiltà.

Condoglianze (ma non troppo)

Di Pasqualino Spatafora, giornalista, Roma

L’ immane tragedia che ha colpito gli Stati Uniti, se ha avuto l’esito positivo di ricompattare l’Occidente nella solidarietà al gigante colpito, ha purtuttavia messo in evidenza il vecchio e mai sopito odio o le mai superate riserve verso la grande democrazia americana, quella stessa che aveva genialmente capito già nella prima metà dell’Ottocento Alexis deTocqueville. A parte le genuine espressione di compartecipazione piovute da tutto il mondo libero e occidentale, non sono mancate sospette “doglianze” da chi (e penso, per esempio, a Castro e Gheddafi) avrebbe i mezzi per sentirsi veramente colpevole e pentito voltando pagina nella propria biografia politica. L’antiamericanismo viene da lontano e colloca le sue origini almeno nel dopo-seconda guerra mondiale, il sorgere dei blocchi contrapposti e –per quel che riguarda il Terzo Mondo, e non solo – nell’azione demolitrice dell’ ex Urss. Da quel versante le parole più sincere, e forse interessate, sono venute da Putin.

In casa nostra si vede tanta desolazione e colpevole complicità nelle dichiarazioni e negli scritti dei vecchi e nuovi testimoni di un mondo che non c’è più, dopo la caduta del Muro di Berlino. Come fa Rutelli a sostenere in Parlamento che la tragedia americana dimostra l’inutilità dello scudo stellare? Forse che il terrorismo ha sottoscritto un unico modello per effettuare i suoi crimini? E il D’Alema addolorato perché si preoccupa di suggerire a Bush una risposta “serena”. Forse che a Washington governa un satrapo mediorientale o un avventuriero africano cresciuto nelle scuole della Mosca sovietica?

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