MANIFESTANTI, SCENDETE DAL TAXI E SALITE SULL’AUTOBUS
Una settimana prima che le bombe ne dilaniassero i vagoni, girovagavo sulla metropolitana londinese. La mitica “Tube” è un crogiuolo di razze e incontri. Ho discusso con una signora e con sua figlia di lirica e del loro prossimo viaggio in Italia e sono diventato amico di un ragazzo del Costarica e della sua bellissima fidanzata di Trinidad alla stazione di Southfields. Da estranei a persone felici della reciproca compagnia. Spero che stiano bene, mentre mi piange l’anima per tutti quelli che sono morti. Mi sale la rabbia verso i terroristi islamici che mettono le bombe, ma ancora di più verso quelli fanno i distinguo, quelli che stanno col culo al caldo dell’Occidente e lo odiano, magari ironizzando (come sul Manifesto) sui 50 miliardi di dollari che il G8 ha deciso di versare per l’Africa, ma non sanno neanche dov’è, al contrario di migliaia di medici, religiosi e volontari cristiani. Sono gli stessi che difendono gli ultrà che sfasciano gli stadi e ne chiedono la scarcerazione, ma non spendono mai una parola per gli spettatori normali. Sono quelli che non sono mai saliti su un autobus perché non è chic, al limite lo hanno preso a sassate alla fine dei loro trucidi cortei.
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