Massacro a Mahmoud Park

Di Tempi
19 Gennaio 2006
IL 30 DICEMBRE UNA PROTESTA DI PROFUGHI CRISTIANI E MUSULMANI SUDANESI AL CAIRO È STATA REPRESSA NEL SANGUE DALL'INTERVENTO DELLA POLIZIA ANTISOMMOSSA. IL RACCONTO DI UN TESTIMONE OCULARE

Per completezza di informazione
Se leggendo i servizi dell’inviato speciale dell’Espresso camuffato da clandestino a Lampedusa o visitando la mostra interattiva “Sola andata. Un viaggio diverso dagli altri”, organizzata dall’Acnur (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e inaugurata dal sindaco Veltroni presso il Teatro India di Roma, qualcuno s’è convinto che l’Italia è l’inferno di profughi e migranti, forse è meglio che per la completezza dell’informazione dia un’occhiata alla sottostante testimonianza che arriva dal Cairo, Egitto. Perché chi ha accettato di calarsi nei ruoli proposti ai visitatori della mostra interattiva di Roma, immedesimandosi nei personaggi che si ritrovano ad attraversare il mare su un gommone (italiano), a essere maltrattati dalla polizia (italiana), sballottati fra un centro di identificazione e uno di permanenza temporanea (italiani) e infine condannati al lavoro nero (sempre in Italia) non sa che gli manca ancora una parte in commedia: quella del morto a causa della repressione poliziesca di una protesta per il diritto d’asilo. In Egitto, non in Italia. Dove lo sgombero di un parco della capitale occupato da 1.700 emigrati sudanesi che non vogliono rientrare in patria, richiesto proprio dal Commissariato Onu per i rifugiati che ha gli uffici lì di fronte, si è risolto con 26 morti, 74 feriti e 650 espulsi.

«Alle 5 in punto i 3 cannoni ad acqua annaffiarono di nuovo i profughi e subito oltre la linea dell’acqua le forze di sicurezza avanzarono per attaccare il loro campo con manganelli e scudi. I lanci d’acqua finirono in un minuto. I soldati distrussero i rifugi di fortuna e abbatterono la barricata che era stata costruita coi bagagli, tirandoli via mentre altri soldati avanzavano. I rifugiati controbattevano con bastoni di legno, otri vuoti di plastica e a mani nude. Il fianco sinistro resisteva molto bene e costrinse i soldati ad indietreggiare tre volte, ma sugli altri due lati i soldati sfondavano. Echeggiavano suoni di grida, soprattutto di donne e bambini. Dopo dieci minuti si sentì un fischio e i militari si ritirarono dal parco. Furono riorganizzate le linee. Arrivarono altre truppe sul fianco sinistro e dopo un paio di minuti fu dato il segnale per un nuovo assalto. Stavolta la cosa fu selvaggia. Le luci di strada furono spente. Le grida non finivano mai, e le più acute erano quelle dei bambini. I miei occhi non potevano guardare. Era freddo e buio. I soldati furono brutali. Picchiavano tutti quelli che capitavano loro a tiro e calpestavano tutto e tutti. Ogni due o tre secondi un rifugiato veniva trascinato fuori dal cerchio dell’orrore, picchiato per tutto il percorso. Tre o quattro soldati lo afferravano così che gli altri potevano tornare all’assalto. I soldati che ricevevano il rifugiato lo picchiavano sulla schiena dopo averlo fatto inginocchiare e lo schiaffeggiavano sulla nuca, trascinandolo ad un autobus dove altri soldati si occupavano di lui. Questo accadeva sia agli uomini che alle donne. A volte, quando la vittima era una donna, vedevo un bambino aggrappato ad una gamba mentre i soldati la trascinavano per l’altra».

LA SUA MAMMA è MORTA QUI
«I pochi civili che hanno potuto assistere alla scena hanno sentito commenti disgustosi da parte dei soldati come “Facciamogli una bella doccia per dargli una ripulita”, “L’Egitto ha già avuto troppa pazienza con loro”, “I sudanesi sono disgustosi”. Le risate sorde dei soldati interrompevano di volta in volta questi commenti mentre i rifugiati venivano colpiti con i getti d’acqua. Un ufficiale disse che “Dopo tre mesi questa gente necessita di un bel bagno” e aggiungendo che “Abbiamo ordine di chiudere questa faccenda entro la notte e lo faremo”. Sono stato in grado di superare il secondo cordone di sicurezza che cingeva i profughi. Ho visto un bus pubblico al cui interno c’erano cinque rifugiati mentre un sesto era brutalmente malmenato da cinque agenti. Dalla posizione in cui mi trovavo, proprio accanto al bus, potevo vederlo e sentire le sue urla mentre lo picchiavano in testa e sulle mani con dei grossi manganelli, lo prendevano a calci e gli torcevano con violenza il braccio dietro la schiena. Le sue urla erano sempre più forti. Un ufficiale che stava vicino a noi ci spiegò che il profugo era ubriaco ed aveva tentato di rompere un finestrino del bus. Ad un certo punto dall’interno del pulmino si aprì un finestrino e un uomo che teneva in braccio una bambina di pochi mesi gridò: “Non siamo ubriachi, io non sono ubriaco, lui non è ubriaco, questa bambina non è ubriaca. La sua mamma è morta qui, in questo parco”. I soldati lo presero, lo portarono fuori dal bus e cominciarono a massacrarlo mentre altri continuavano imperterriti a picchiare il sesto uomo».

ALLAH AKBAR E HALLELUIAH
«Alle 4.45 del mattino le truppe si allinearono e il primo cerchio di loro si avvicinò all’accampamento dei rifugiati. Il loro training prima di questa mossa echeggiò in tutta la città. Cantavano una canzone patriottica. A quel punto anche i rifugiati si allinearono e cominciarono a scaldarsi ma i musulmani gridavano “Allah Akbar” mentre i cristiani cantavano l’Halleluiah. I pochi civili presenti cominciarono a far sentire il loro tifo per i soldati egiziani. Alle 5 del mattino precise i tre cannoni ad acqua cominciarono a bersagliare i profughi e proprio accanto alla linea dell’acqua i militari egiziani cominciarono a caricare la massa con manganelli e scudi. Dopo un minuti l’acqua cessò di essere sparata. I soldati distrussero ciò che restava delle case di fortuna costruite dai rifugiati, presero i loro bagagli e li gettarono indietro verso la seconda linea di soldati. Più tardi molti rifugiati, sia musulmani che cristiani, che erano stati rilasciati dalle caserme in cui erano stati portati nottetempo raccontarono che un rifugiato del Darfur, che stava copiosamente sanguinando per le ferite alla testa, fu gettato dal bus in corsa da un ufficiale della polizia lungo il tragitto che stava portando il convoglio alla caserma di sicurezza di Al Torah. Il suo corpo fu recuperato più tardi da alcuni amici lungo la strada ma per lui non c’era più niente da fare: era morto per dissanguamento. Per giorni la stampa egiziana e straniera e i militanti di associazioni per i diritti umani si tennero in contatto con i rifugiati attraverso i telefoni cellulari ma ad un certo punto calò il silenzio. La polizia requisì sia i telefoni cellulari che i portafogli di tutti i profughi. Non esistevano più».

RENI E INTESTINI SCHIACCIATI
«Ho visto quattro rifugiati trascinati dai soldati per le braccia e le gambe, totalmente privi di sensi, e potrei giurare che erano morti. La cosa più orribile erano gli egiziani! Civili che incitavano come se spingessero le “forze armate” a liberare l’Egitto! Mentre le forze muovevano alla battaglia, il pubblico incitava, fischiava ed applaudiva. Si divertivano!». «Per quanto possa apparire scioccante, le forze di sicurezza egiziana hanno mirato soprattutto alla testa, ai reni e ai genitali di uomini e donne. Tutti quelli che sono morti e i cui corpi giacciono ancora negli obitori hanno ferite alla testa, emorragie cerebrali, reni e intestino schiacciati».

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