Medico, insegna tu stesso: la lezione dei “prepost”
Li chiamano “precorsi” o “prepost”, e sono dei corsi di preparazione al test di ammissione alla facoltà di medicina alla Statale di Milano, finanziati dall’università, che ogni anno riuniscono più di 2.000 iscritti, qualche decina di insegnanti e 200 studenti volontari. Sembra incredibile, ma sono nati 14 anni fa in una pizzeria per iniziativa di un gruppo di amici, studenti universitari del Policlinico di Milano. Parlando del più e del meno, viene fuori che alcuni loro amici desiderano intraprendere la strada del medico, ma c’è l’ostacolo del test di ammissione. Il desiderio di vivere l’università insieme a quegli amici più giovani è talmente forte che nasce l’idea di prepararli ad affrontare la prova di ammissione. Decidono anche che l’iniziativa abbia dimensione pubblica, cioè che sia estesa a tutti coloro che desiderano essere ammessi alla facoltà. Si rivolgono all’università per il finanziamento, scovano docenti liceali disposti a tenere lezioni, si impegnano loro stessi a guidare le esercitazioni. Nascono così i “prepost”.
La tradizione è continuata fino ad oggi: studenti di medicina continuano ad organizzare i corsi di preparazione al test di medicina e chirurgia e ai test delle lauree triennali e di odontoiatria presso l’Isu di via Valvassori Peroni a Milano.
Salgo le scale dell’istituto: il cortile è pieno di gente immersa nei libri o che sta seduta ai banchetti informativi, tutti portano delle maglie blu con la scritta “prepost”, e nelle aule a vetri vedo centinaia di studenti che seguono le lezioni. Mi avvicino a Margherita, studentessa di medicina in Bicocca, una delle ragazze che per buona parte dell’anno lavora alla preparazione dei corsi. Mi spiega che lei e altri 200 amici si sono ritrovati lunedì mattina per accogliere i 2.000 iscritti. Le lezioni iniziano alle 9 e fino a mezzogiorno i professori di ogni materia tengono una lezione sugli argomenti necessari per affrontare il test. Ogni mattina si ripassa una delle cinque materie richieste nelle prove.
Durante le esercitazioni pomeridiane gli studenti universitari insegnano come affrontare i quiz. Una futura matricola mi dice: «Questi studenti conoscono bene i test, i professori del liceo conoscono la nostra preparazione, studiare di più a casa sarebbe un dispendio di energie probabilmente inutile, qui invece sono indirizzate».
Mi chiedo come sia possibile che tanti ragazzi mettano a disposizione gratuitamente il loro tempo in questo modo. Queste le loro risposte: «Per me l’università, dove passo la mia giornata, non può essere solo un esamificio», dice Monte. Peppino risponde: «Io non so come deve essere l’università, non ci faccio un progetto, ma desidero che emerga un gusto ed una bellezza e fino ad oggi ho potuto farne esperienza solo giocandomi con gli altri». «Il modo in cui il mio bisogno trova risposta è quello di condividerlo con gli altri, perciò con questi ragazzi che sono la circostanza che mi si presenta oggi in università», conclude Zurla.
Un gruppetto sta preparando la festa finale, che si terrà venerdì sera dopo la prova generale dell’esame. Parlando con loro scopro il significato dell’espressione “prepost”: «Io – dice Citti – sono pieno di gratitudine per l’esperienza che faccio in università con i miei amici, che non riguarda solo lo studio, ma tutti gli apetti della vita, e desidero dirlo». È questo il significato della parola “prepost”, ossia prima e dopo; la proposta fatta ai partecipanti non si riduce a questi giorni di studio, ma implica il vivere in un certo modo l’università: è un amicizia, e la festa è un po’ come la promessa di questo. «Se sono con questi amici oggi è perché due anni fa mi sono iscritta ai “prepost”», conclude Stefania.
«L’università – sottolinea Margherita- oggi riconosce l’importanza di quest’opera e ne finanzia le spese, ma senza di noi tutto questo non sarebbe fattibile, come ha riconosciuto il rettore». Sostenere ogni tentativo risposta al bisogno senza sostituirsi ad esso: questa è la lezione dei “prepost”.
Benedetta Frigerio
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