In Medio Oriente non c’è posto per voi
Amman (Giordania)
«La verità è che i cristiani non possono più restare in Medio Oriente. Quel che vediamo, giorno dopo giorno, è che noi cristiani non possiamo più vivere nei paesi a maggioranza musulmana. Sì, noi eravamo qui prima dell’arrivo dei musulmani. Ma adesso c’è troppa gente che lavora contro la nostra permanenza». Mentre pronuncia queste parole padre Gibrail Shamami ha l’aria dello sconfitto, guarda in basso il pavimento dell’ufficio del vicariato caldeo creato cinque anni fa dalla Chiesa irachena qui in Giordania.
Non è solo la brutta avventura da poco vissuta che gli ha fatto maturare convinzioni pessimiste. Padre Shamami è il penultimo di una dozzina di sacerdoti cristiani rapiti quasi tutti negli ultimi due anni. È stato nelle mani dei rapitori soltanto otto ore, ma la sua liberazione è costata alla Chiesa 25 mila dollari, la chiusura della parrocchia di san Giuseppe a Nafaq al Shirta, Baghdad, di cui era parroco da 15 anni, il suo trasferimento per ragioni di sicurezza nel nord dell’Iraq e ora un viaggio da parenti negli Stati Uniti passando per Amman che somiglia tanto alla partenza per un lungo esilio.
Via dalle autobombe
«Dal 2003 il mio quartiere è diventato invivibile», racconta. «Quattro volte i vetri della chiesa sono andati a pezzi per le esplosioni degli attentati. Un’autobomba è esplosa vicinissima a noi. Ci sono stati attacchi suicidi contro gli americani e contro la polizia irachena. Ho visto coi miei occhi gente rapita per la strada caricata a forza su auto. All’inizio della Settimana Santa sono venuti due volte in tre giorni per prendermi e la seconda ci sono riusciti. Mi hanno legato mani e piedi e gettato nel bagagliaio di un’auto. Mi hanno detto: “Voi siete amici degli americani, noi siamo i mukahoma, la resistenza: dovete finanziarci”. Mi hanno fatto scendere in un cortile a 10 minuti di auto di distanza. Mi puntavano il coltello alla gola e la canna di una pistola in bocca. Prima di lasciarmi andare hanno detto: “Se vuoi continuare a vivere, non tornare a casa, non tornare alla chiesa, vattene da Baghdad”».
I giornalisti in partenza per il Medio Oriente per raccontare le storie dei profughi iracheni sono avvisati. Le interviste coi fuggitivi, soprattutto cristiani, diventeranno nel giro di poche domande una dolorosa richiesta di aiuto in cui i ruoli si ribaltano: i profughi cominciano a chiedere cosa il giornalista può fare per aiutarli ad avere un visto per l’Italia, per gli Stati Uniti o per l’Australia, dove vivono già dei parenti. Scriveranno i loro nomi e i numeri di riferimento delle pratiche, si metteranno a piangere. Come ha fatto davanti a me una signora ultracinquantenne con un fratello in Germania che mi implorava: «Fammi avere un visto per l’Italia, ti prego. Andiamo all’ambasciata italiana».
«Sì, non è facile dare una speranza a queste persone: in Iraq contro i cristiani è all’opera un’ostilità manifesta, qui in Giordania vivono come in un limbo. Chi arriva dall’Iraq mi racconta i rapimenti subiti, le minacce per iscritto, l’obbligo di pagare la tassa dei dhimmi e di velare le donne che le milizie islamiche cercano di imporre, la storia di parenti assassinati, le loro case occupate da famiglie musulmane dopo che loro se ne sono andati. Qui in Giordania trovano la sicurezza, ma non possono fare assolutamente nulla: il governo non li riconosce come profughi e perciò non hanno diritto ad avere un lavoro, a mandare i figli a scuola, all’assistenza medica gratuita. Vivono da clandestini, anche se il governo li tollera e non applica con severità le leggi nei loro confronti».
A parlare così è padre Raymond Moussalli, vicario patriarcale per i caldei inviato qui nel 2002, quando gli iracheni ospiti della Giordania erano 250 mila e fra loro i cristiani circa 10 mila. Adesso i rifugiati sono diventati 750 mila, e probabilmente di più, mentre i cristiani sono più che raddoppiati a 25 mila contando solo i caldei (che sono il gruppo maggiore). Lui si occupa della loro assistenza spirituale e cerca di catalizzare gli aiuti sociali di cui hanno bisogno. Recita la Messa quotidiana nella chiesetta del Sacro Cuore, ricavata all’interno della palazzina del vicariato nel quartiere di Jabal al Weibdeh e altre due Messe domenicali per i caldei iracheni alla chiesa latina del Cristo Re, nel quartiere di Misdar e a Nostra Signora del Carmelo ad Hashimy al Shimaly.
Mendicanti ma non delinquenti
Questi sono anche i tre quartieri di Amman dove più folta è la presenza di rifugiati iracheni e in particolare della componente cristiana. Un’altra Messa viene celebrata il venerdì nella cittadina di Fuhaes, dove pure si è raccolta una numerosa colonia di caldei iracheni. Due terzi di tutti i profughi iracheni in Giordania risiedono ad Amman, città attorno ai 2 milioni di abitanti in un paese che ne ha in tutto 5,5. Con queste premesse, è assolutamente stupefacente la totale inesistenza di campi profughi o di quartieri degradati colonizzati dagli stessi dentro o fuori della capitale, e il perdurante basso livello di piccola criminalità, molto inferiore a quello delle grandi città italiane. L’unico segno visibile dell’esistenza di un problema profughi è rappresentato dalla presenza di donne vestite col tipico abito nero sciita, accovacciate sotto i portici dei quartieri centrali davanti a un fazzoletto steso con un po’ di mercanzia sopra. Sono sciite irachene che violano tre volte la legge senza che nessuno intervenga: praticano il commercio abusivo di beni di contrabbando con visti scaduti da molto tempo.
«Molti rifugiati iracheni appartengono alla classe media, hanno risparmi o parenti all’estero che mandano loro il denaro per gli affitti e tutto il resto», spiega Rana Sweis, la addetto stampa dell’Unhcr, l’ente Onu per i rifugiati. «I più poveri si arrischiano a lavorare, anche se è proibito, come camerieri, muratori o fruttivendoli. Per venire incontro ai bisogni sanitari di quelli che si sono registrati presso di noi stiamo finanziando alcune cliniche gestite dalla Caritas giordana». Effettivamente la piccola Chiesa cattolica giordana ha di-spiegato il lavoro di ben quattro centri Caritas trasformati in ambulatori gratuiti o quasi gratuiti per gli iracheni di ogni religione esclusi dal servizio sanitario nazionale. La Sweis riconosce la specialissima condizione dei cristiani: «La maggioranza degli iracheni presenti in Giordania sono fuggiti dai pericoli generici della guerra e del terrorismo, ma i cristiani, come alcune altre minoranze, sono fuggiti perché oggetto di minacce e persecuzioni mirate». È così. Racconta Sawa Essa, ex generale riconvertito in commerciante dopo un grave incidente: «Da vent’anni gestivo un grande negozio di alimentari a Baghdad. Sono entrati dentro in sette, armati e a viso scoperto. Hanno spinto via i commessi, mi hanno preso, picchiato e legato. Erano miliziani sciiti, fuori ce ne erano altri dentro a tre auto. Mi hanno tenuto 10 giorni torturandomi per i primi tre: colpi con bastoni e sbarre di ferro, getti di acqua bollente su tutto il corpo. Hanno telefonato a mio figlio e, fra un insulto e l’altro, hanno chiesto un riscatto di 200 mila dollari. Alla fine si sono accontentati di 50 mila. Una settimana dopo che mi hanno rilasciato sui muri di casa mia sono apparse delle scritte: “Non c’è più posto per i cristiani. Lasciate questa casa”. Appena mi sono ripreso dalle ferite sono fuggito con tutta la famiglia in Giordania».
«Abbiamo i giorni contati»
Semaa è una dottoressa che lavorava per la Caritas irachena e ora lavora per quella giordana. «Mio marito lavorava come chirurgo in un ospedale cristiano di Baghdad. Dopo la caduta di Saddam alcuni medici americani sono venuti a visitarlo per valutare l’eventualità di un progetto di aiuto. Dopo due mesi è arrivata una telefonata a mio marito: “Stai lavorando con gli americani. Lascia il paese o muori”. Nel novembre 2004 nuovamente lo hanno minacciato al telefono: “Se non te ne vai ti uccidiamo”. Per Natale è andato da mia figlia che vive a Londra. Io sono rimasta a Baghdad, ma una sera, scendendo dall’auto dopo aver fatto spese, ho notato un’auto con le luci accese ferma nella mia via anche se non era ancora buio. Ha spento le luci, si è avviata, e quando è stata vicino a me le ha riaccese illuminandomi. Da dentro hanno detto: “Questi cristiani devono morire”. Siamo fuggiti tutti in Giordania. Mio fratello, invece, si è trasferito a Dubai dove lavora un suo figlio. Ha appena saputo che la sua casa è stata occupata da una famiglia di musulmani. Un altro fratello mio che se ne è andato per le stesse ragioni ha avuto la casa devastata dagli americani in cerca di depositi di armi e di covi di terroristi».
«Non abbiamo bisogno di cibo e di medicine, quello che davvero ci serve sono dei visti per l’Europa e per gli Stati Uniti», riassume a modo suo Issaias, baffuto 58enne che lavorava per Boygues, ditta di costruttori francesi. «Noi siamo stati i primi a costruire la civiltà in Medio Oriente, ma oggi siamo gli ultimi e non c’è più posto per noi». «Vi ringraziamo per la manifestazione in difesa dei cristiani perseguitati che farete a Roma», dice padre Raymond. «Ma l’unica speranza è una missione di alto livello dei paesi europei e del Vaticano che vada in Iraq e nei paesi vicini a perorare la nostra causa presso tutti i governi. Altrimenti, i cristiani hanno i giorni contati».
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