Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà
Il lunghissimo estenuante chiacchiericcio – come lo ha chiamato Giuliano Ferrara – è finito con “una manifestazione noiosa” (New York Times) e l’amarezza di un vecchio Papa per l'”affronto” e l'”offesa” recati alla capitale della cristianità.”La chiesa non può tacere la verità, perché verrebbe meno alla fedeltà verso Dio creatore e non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male”. Così Giovanni Paolo II ha motivato il suo giudizio sul gay pride e questa è stata la replica risentita di un leader gay: “La chiesa è il nostro unico vero nemico”. Il Papa nemico? E perché?
Il Foglio, che a sostegno della manifestazione capitolina ha dedicato più servizi e riflessioni di qualsiasi altro giornale, pure aveva anticipato un giudizio per certi versi più severo di quello del Pontefice: ” il diavolo, forse lo si vedrà meno che altrove. Ma c’è, rassicuratevi, fa capolino in una scelta di energia, di erotismo, di vita e di comportamento privato e pubblico che è l’epitome di tutti i peccati: la rivolta edonista contro la vita e la propagazione della specie. Il Vaticano si è comportato come doveva”.
Dunque: che inimicizia c’è nel dire quello di cui si è convinti? E che amicizia c’è nel ripetere l’ovvietà (che in democrazia tutti han diritto di manifestare eccetera eccetera)?
Anche se vestiamo le magliette del Che e ci portiamo a spasso gli aforismi gramsciani, siamo troppo devotamente schiavi dell’intellettuale organico che governa questa post-modernità, l’intellettuale che con i suoi media, le sue istituzioni accademiche, i suoi premi letterari, le sue agenzie umanitarie, in tutti gli angoli del pianeta ci ripete e riecheggia in tutti noi:”Abbandonare la ricerca della realtà e del valore assoluto e immutabile, può sembrare un sacrificio, ma questa rinuncia è la condizione per impegnarsi in una vocazione più vitale: la ricerca dei valori che possono essere assicurati e condivisi da tutti perché connessi alla vita sociale”. Quando predicava questa nuova religione della società – ma che in concreto è poi quella dello Stato – il filosofo John Dewey non sapeva ancora che sarebbe diventato non solo il padre della pedagogia americana moderna, ma addirittura il vate del pensiero debole della vecchia Europa.
Ecco il punto di atrito incolmabile tra i chierici della religione sociale e il Papa, tra vigili urbani che ti multano per violazione dei valori comuni e laici alla Ferrara che provano a ragionare e a convincersi se e perché esistono valori: per gli uni l’abbandono della ricerca della verità è un sacrificio non solo necessario ma la condizione necessaria per essere cittadini del mondo, per gli altri il sacrificio richiesto appare semplicemente irragionevole perché chiede all’essere umano di rinunciare ad essere quello che egli precisamente è. Da Platone ad Aristotele, da Shakespeare a Leopardi abbiamo ereditato soltanto stupidaggini e ora dobbiamo dar retta a questa bella propaganda di massa che ci vieta la ricerca della verità, cioè di quanto ci sembra di volta in volta più convincente e più persuasivo per la nostra ragione e per i nostri cuori? Dovremmo dire: sì evviva tutti gli slogan dei nuovi preti del sociale, evviva tutte le raccolte di figurine Panini?
Guardate negli occhi i vostri ragazzi e dite se in quegli occhi non c’è la malinconia di una qualcosa di maledettamente vero dentro un mondo stupendamente falso. Gurdateli questi ragazzi e guardate al programma che sembra scritto su tutte le istituzioni degli adulti del pianeta: abbandonate la ricerca della verità, entrate a far parte della folla di associazioni, gruppi, forum, talk-show dove si balle e si canta, dove proviamo emozioni, dove ci si stringe insieme come cagnolini in nome di una nobile causa. Fuocherello dei valori comuni, estraneità che mette i brividi, perché senza ricerca di verità non c’è più riconoscimento, non c’è più lingua, non c’è più moneta comune, non c’è più umanità.
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