Meglio George che Johhn
New York. Alla fine, dopo mesi di estenuante campagna elettorale e a un passo dal traguardo, la questione si può porre così: l’America sarà guidata nei prossimi quattro anni da un amministratore delegato o da un presidente? Alla Casa Bianca ci sarà un uomo che proclama di avere un piano dettagliato per risolvere tutto, dalle fognature intasate al caos del Medio Oriente e del Golfo? O resterà invece nello studio ovale un altro che ha una chiara percezione della posta in palio su scala planetaria, anche se ha la pericolosa tendenza a trascurare i dettagli? Il tipo, per intenderci, che ha capito che la lotta al terrorismo è la sfida del XXI secolo, ma poi si dimentica di pensare in anticipo come governare un paese come l’Irak dopo averne cacciato il tiranno?
Se i prossimi quattro anni saranno quelli della presidenza di John Kerry, il mondo scoprirà gli Stati Uniti guidati da un Pm prestato alla politica, per il quale la corretta applicazione di codici e leggi risolve tutti i problemi umani, che guiderà il mondo a colpi di vertici internazionali e iniziative multilaterali e cercherà di dimostrare che il terrorismo, come gli scippi in metropolitana e gli omicidi nei quartieri poveri, è in fin dei conti un problema di criminalità, da risolvere con un adeguato approccio di polizia.
Se a Washington ci saranno altri quattro anni di George W. Bush, invece, sulla scena planetaria resterà un’America che si sente molto simile a quella degli anni di Ronald Reagan, che ha un’idea precisa di chi sia il nemico di questa generazione e non si preoccupa di essere antipatica (o odiata) in Europa e in mezzo mondo, perché è convinta che alla fine la Storia le darà ragione.
Per lungo tempo, dopo che Kerry ha conquistato la nomination dei democratici, era prevalsa l’idea che il senatore del Massachusetts non avesse in fondo idee molto diverse da Bush su come guidare l’America, al di là delle normali diversità di vedute tra i due partiti sul fronte domestico (tasse, pensioni, educazione). Ma dopo le convention estive e soprattutto dopo la serie di dibattiti televisivi tra Bush e Kerry, è diventato chiaro il senso della sfida del 2 novembre.
Lo ha riassunto in modo efficace nei giorni scorsi Adam Wolfson sul magazine The Weekly Standard, ricordando che l’idealismo liberale americano resta concentrato sulla parola “speranza”, ma che la strada per rispondere a questo anelito ha da anni raggiunto una biforcazione. La presidenza di Jimmy Carter, dopo i traumi del Vietnam e del Watergate, spinse i democratici a rinunciare alla loro fiducia nell’ideale della democrazia da esportare nel mondo e a convertirsi alla fede internazionalista. L’avvento di Reagan, subito dopo, ha spostato nel campo dei repubblicani la fede nella forza della democrazia e della libertà come arma capace di scardinare anche la corazzata del comunismo e di mandare a picco l’Unione Sovietica. «Da questo punto di vista – secondo Wolfson – le elezioni di novembre riguardano la scelta su dove vogliamo collocare le nostre speranze: con Kerry nell’internazionalismo o con Bush nella democrazia».
LIBERTA’ O INTERNAZIONALISMO
La differenza tra i due candidati sta in queste due parole. Per Kerry, la crisi in Irak si può risolvere solo «riportando gli Stati Uniti nella comunità delle nazioni», organizzando vertici con i riluttanti alleati della Nato, dando nuovo potere all’Onu e cercando insomma di condividere con il resto del mondo il peso di una guerra fino ad ora quasi interamente americana. Il fatto che paesi come la Francia e la Germania abbiano dimostrato in questi mesi, al di là delle parole, di non essere pronti a fornire neppure le truppe per proteggere in Irak quella presenza delle Nazioni Unite che il candidato democratico vede come la soluzione a tutti i mali, la dice lunga sulla difficoltà di un tentativo del genere. Per Kerry, che si tratti del genocidio nella regione sudanese del Darfur o delle minacce nucleari dell’Iran, la ricetta è sempre quella: discutere con il resto del mondo, e poi ancora discutere. Bill Clinton aveva fatto lo stesso e una risoluzione sull’Irak dopo l’altra erano state approvate invano, mentre Saddam Hussein scremava miliardi dai dollari del programma Oil for Food che l’Onu aveva messo a punto per alleviare le sofferenze del popolo irakeno soffocato dalle sanzioni.
IL FATTORE OSAMA
Il candidato democratico, consapevole che l’11 settembre è il tema-chiave della campagna per la Casa Bianca 2004, ha fatto promesse solenni di catturare Osama Bin Laden e ha fustigato Bush per aver perso di vista il vero bersaglio, Al Qaeda, per lanciarsi nell’avventura irakena. Ma resta un dato di fatto inconfutabile, già pronto per i libri di storia: l’ultima amministrazione democratica, quella di Clinton, è emersa con chiarezza come la responsabile delle sottovalutazioni che hanno aperto la strada all’attacco all’America. Per anni Clinton e il suo segretario di Stato, Madeleine Albright, hanno continuato a sperare che con il regime dei talebani in Afghanistan si potesse instaurare un dialogo, che la loro leadership fosse in fondo migliore del caos instaurato dai “signori della guerra” e che il burqa e l’oppressione delle donne fossero un prezzo da pagare alla stabilità del paese asiatico. Allo stesso modo, sempre l’amministrazione Clinton ha ritenuto di gestire il “problema Al Qaeda” come una questione investigativa, affidandone la soluzione a un piccolissimo nucleo di analisti della Cia e alla sede dell’Fbi di New York, competente per territorio su tutto ciò che aveva a che fare con il terrorismo islamico in virtù dell’inchiesta sul primo attentato al World Trade Center del 1993.
Per una incapacità di vedere il terrorismo islamico come la sfida-chiave dell’epoca attuale, per anni il confronto con Bin Laden si è risolto non in una riflessione all’interno del dipartimento di Stato e nei think tank dove si fa la politica estera americana, ma in una banale caccia all’uomo poliziesca, come se la banda di Osama fosse una delle tante famiglie di Cosa nostra contro le quali l’Fbi è stata così efficace negli ultimi 15 anni. Steve Coll, vicedirettore del Washington Post, uno dei più seri giornalisti americani, ha documentato con rigore e con fonti inedite anni di errori nella politica degli Usa verso l’Afghanistan e su Al Qaeda nel suo Ghost Wars, forse il miglior libro dedicato alle radici reali dell’11 settembre.
IL RAPPORTO SULL’11/9
La storia non si fa con i “se”, ma è probabile che di fronte allo stesso scenario, Bush avrebbe avuto una reazione diversa: nonostante le facili ironie sulla sua intelligenza da parte degli intellettuali sofisticati, si tratta senza dubbio di un presidente che per storia personale, convinzioni religiose e carattere riesce a percepire con più immediatezza cosa rischia in questo momento l’Occidente.
Una lettura faziosa dei risultati del lavoro della commissione d’inchiesta sull’11 settembre tende a scaricare sul presidente repubblicano gran parte delle colpe di non aver prevenuto l’attacco all’America, nonostante ci fossero segnali allarmanti. Ma le oltre 500 pagine del rapporto documentano in realtà come negli otto mesi di amministrazione Bush che hanno preceduto le tragedie del World Trade Center e del Pentagono siano stati compiuti molti più passi, per risolvere la situazione afghana, che negli otto anni di presidenza di Clinton. All’inizio del settembre 2001 era pronto un piano segreto che prevedeva di fare quello che il predecessore di Bush aveva esitato a fare per anni: usare la mano pesante per sradicare Al Qaeda dal suo rifugio afghano e aiutare l’unico leader credibile nella lotta contro i talebani, Ahmed Massud, il “leone del Panshir” e il comandante dell’Alleanza del nord. Clinton aveva abbandonato Massud e non aveva la forza per gestire un attacco serio contro Osama, indebolito com’era sul fronte interno a causa dello scandalo di Monica Lewinsky. I terroristi però sono stati più veloci: il 6 settembre hanno ucciso Massud, l’11 hanno colpito l’America al cuore. La reazione immediata di Bush e la cacciata, finalmente, dei talebani sono state rese possibili dal fatto che il piano era già pronto.
LA SINDROME DEL PM
Nonostante tutte le rassicurazioni che ha continuato a dare durante la campagna elettorale sulla propria volontà di essere duro con i terroristi, Kerry con ogni probabilità tornerebbe su questo fronte alla politica fallimentare di Clinton. Con la sua impostazione da amministratore delegato e il suo passato di procuratore anticrimine a Boston, il senatore democratico risente di quella “sindrome del Pm’” che lo porta a favorire soluzioni da codice penale a problemi come l’ascesa su scala globale del terrorismo islamico. Osama, nella sua ottica, va portato di fronte a un tribunale e processato e il problema è risolto. L’America, come gli è scappato detto in un’intervista al magazine del New York Times che gli ha subito creato grattacapi, «deve tornare ad essere un luogo dove il terrorismo non è l’epicentro della nostra vita, ma un fastidio», paragonabile alla prostituzione e al gioco d’azzardo.
Bush lo ha martellato su questo punto in tutti e tre i dibattiti televisivi ed è stato uno dei pochi temi dove il presidente è riuscito a tener testa in modo convincente all’avversario: è innegabile che Kerry è un oratore e un arringatore assai migliore. «Il mio avversario – è stato il ragionamento del presidente – non capisce che il problema non si risolve semplicemente catturando Bin Laden, questa è una guerra lunga, che richiederà anni e che si combatte su molti fronti». Il candidato repubblicano ha un’arma ben precisa che intende continuare a usare e ha continuato a citarla con semplicità e chiarezza lontane anni luce dalle tormentate astrazioni mentali di Kerry: l’America, per Bush, non ha altra scelta se non quella di diffondere la democrazia e l’ideale della libertà nel mondo.
UNA BIRRA CON IL PRESIDENTE
Il concetto è pericoloso, soprattutto nelle mani di una Casa Bianca ideologica come indubbiamente è quella di Bush, che tende a dividere il mondo in buoni e cattivi con sorprendente leggerezza. Ma è anche il tipo di azione che gli Usa si aspettano da una presidenza veramente “americana” ed è per questo atteggiamento, oltre che per il profilo personale e caratteriale del presidente, che Bush ha resistito nei sondaggi ed è arrivato al voto in vantaggio su Kerry, nonostante una guerra che si sta rivelando disastrosa. Una realtà fotografata in modo convincente da uno dei più lucidi columnist americani, David Brooks del New York Times: «Io sospetto – ha scritto di recente – che la ragione per cui il tasso di fiducia per Bush resta intorno al 50%, nonostante un anno di carneficina in Irak, sia a causa di qualcosa di cui molti di noi, nel mondo dei commentatori, non amiamo parlare: il fatto che viviamo in una nazione di fede e di morale. Il linguaggio di Bush ha una risonanza immediata nelle persone che sanno che non è sempre competente, che sanno che non domina sempre tutti gli argomenti, ma che possono percepire con lui una comune impostazione mentale».
Bush sa parlare agli americani in modo più diretto ed efficace di quanto non riesca l’aristocratico Kerry con la sua aria da perenne primo dalla classe e la capacità di dominare numeri e statistiche, proponendo un piano per la soluzione di tutto. Non è un caso che la maggioranza degli americani confessi che vorrebbe bere una birra con Bush più volentieri che con Kerry. Con il presidente repubblicano sicuramente finirebbe in una chiacchierata sul baseball. Con lo sfidante democratico, la bevuta si trasformerebbe in una dotta e noiosa lezione su come si produce la birra…
PIU’ STATO, MENO INDIVIDUO
Le due visioni di Bush e Kerry, libertà da esportare contro internazionalismo, si riflettono in qualche modo anche nelle loro idee di politica interna. Così come ritiene che l’America non possa andare da sola nel mondo, allo stesso modo il candidato democratico considera sbagliato che gli individui agiscano da soli, in modo indipendente, all’interno del paese. Ecco quindi che torna la sua frase-chiave, «io ho un piano», pronta ad essere applicata a ogni aspetto della realtà.
Kerry ha fatto promesse solenni di non alzare le tasse, ma non ha spiegato come intende finanziare il rafforzamento della presenza dello Stato sui terreni dell’educazione, della sanità e della previdenza previsto dal suo programma. Ha promesso di dimezzare nel suo primo termine l’attuale deficit da oltre 400 miliardi di dollari che grava sulle casse federali, ma non ha detto con chiarezza come. Entrambi i candidati hanno messo in cantiere proposte che secondo gli esperti sono destinate a costare 1.300 miliardi di dollari in dieci anni: nel caso di Bush, i costi sono rappresentati soprattutto dal maxi-programma di tagli fiscali che intende proseguire; Kerry invece in gran parte (771 miliardi di dollari) intende spendere in progetti di assistenza pubblica. Il senatore del Massachusetts vuol far pagare il conto in buona parte ai ricchi, cancellando una larga fetta di sgravi fiscali per chi ha redditi superiori ai 200mila dollari, ma secondo varie analisi così facendo non porterà in cassa che 278 miliardi di dollari in 10 anni, assai meno di quanto gli occorre per fare i conti con i suoi programmi. Ancora, lo sfidante democratico promette di dare la copertura sanitaria a tutti, un tema molto sentito in un paese dove 45 milioni di persone (su 280 milioni) sono completamente privi di assicurazione sanitaria e possono solo pregare di non ammalarsi: ma il suo piano, per gli esperti, in realtà cambierebbe la situazione solo per 25 di quei 45 milioni e il prezzo da pagare per lo Stato sarebbe esorbitante.
L’INIZIATIVA PERSONALE
Bush viene accusato, per parte sua, di presentarsi al voto con cifre da bocciatura. Quando è diventato presidente, l’America aveva un surplus di bilancio di 127 miliardi e ora ha un deficit da brividi. Il presidente repubblicano è inoltre avviato a chiudere il proprio mandato diventando il primo inquilino della Casa Bianca, in oltre 70 anni, ad aver perso posti di lavoro invece di crearli (ne mancano all’appello ancora 800mila, rispetto al 2000).
Ma il presidente ha buone armi per replicare alle accuse e le ha usate in questi mesi di campagna. Quella che ha ereditato da Clinton era un’America che aveva esaurito l’effetto del boom della new economy e stava entrando in una recessione. A questo si è aggiunto l’11 settembre, una sfida paragonabile a poche altre nella storia della presidenza americana, seguito da due guerre, da una raffica di scandali nelle società della Corporate America e dalla necessità di spendere miliardi per rafforzare le difese di un paese che si è scoperto vulnerabile (e che da allora non è stato più colpito, probabilmente proprio per effetto di queste scelte). I posti di lavoro restano con un saldo negativo, è vero, ma è altrettanto vero che ne sono stati recuperati 1,8 milioni dall’estate del 2003 ad oggi.
La ricetta che Bush propone per il suo secondo mandato può piacere o meno, ma ha il privilegio della chiarezza. I tagli fiscali proseguiranno, per aumentare la capacità di spesa delle famiglie e delle imprese. Nello stesso tempo, continuerà ad essere incentivato il modello di ownership society, aiutando l’acquisto delle case, offrendo ai lavoratori più giovani la possibilità di creare conti personali ad alto rendimento con parte dei fondi previdenziali (sgravando così il sistema pensionistico della Social Security e stimolando l’iniziativa personale) e creando una maggiore competizione tra le assicurazioni sanitarie per abbassare i prezzi senza rinunciare alla qualità dell’assistenza medica. Le famiglie con più figli continueranno ad essere favorite con gli sgravi fiscali, mentre il sistema scolastico proseguirà sulla strada del programma No Child Left Behind, che prevede di punire le scuole che non garantiscono standard adeguati d’istruzione e permette ai genitori di spostarsi in scuole pubbliche più adeguate alle loro esigenze. L’idea dei voucher scolastici potrebbe tornare a far capolino. L’educazione avrà un ruolo essenziale, di riqualificazione, anche per quella fetta di lavoratori che si trovano a fare i conti con la disoccupazione per colpa dell’outsourcing verso i paesi asiatici.
I PALETTI DI BUSH
Chi sarà alla Casa Bianca nei prossimi quattro anni quasi certamente avrà la possibilità di nominare, dopo un decennio, uno o due membri tra i nove della Corte suprema, l’organo che custodisce la natura stessa dell’America. Alcuni giudici sono ultraottantenni (uno risale all’epoca di Richard Nixon) ed è chiaro che potrebbero uscire di scena.
L’equilibrio incerto tra liberal e conservatori su cui la Corte ha vissuto per molti anni potrebbe essere sconvolto, con ripercussioni enormi. Con Bush presidente e l’arrivo di un altro giudice conservatore, è probabile che verrebbe rimessa in discussione la legge sull’aborto e più in generale la Casa Bianca troverebbe una sponda su temi che stanno a cuore al candidato repubblicano, come la difesa della vita e dell’istituzione del matrimonio. Le iniziative dei singoli giudici o delle Corti supreme degli Stati hanno cominciato a stravolgere il volto del paese in questo senso e c’è già uno stato, il Massachusetts, dove le nozze tra persone delle stesso sesso sono legali.
Bush, con quella semplicità di giudizio che rende furiosi gli intellettuali benpensanti, ha detto chiaro e tondo che si batterà per far scrivere nella Costituzione che il matrimonio è solo l’unione tra un uomo e una donna e se avrà una maggioranza solida alla Corte suprema non esiterà a mettere paletti anche sul fronte dell’aborto, della clonazione o della ricerca scientifica selvaggia. Kerry, da cattolico a cui piace apparire “alla moda”, si è pronunciato per l’assenza di vincoli su tutto, dalle interruzioni di gravidanza alla distruzione di embrioni per fini di ricerca. Il suo vice John Edwards nei giorni scorsi, sulla scia dell’emozione suscitata dalla morte dell’attore Christopher Reeve, il popolare Superman che dalla sedia a rotelle si batteva per far cadere i divieti sulle staminali, si è spinto oltre: «Noi renderemo libero ogni tipo di sperimentazione, batteremo l’Alzheimer e altre malattie oggi impossibili da sconfiggere, faremo tornare a camminare le persone come Reeve».
Sono queste uscite che lasciano turbata quell’America profonda, del Midwest, che vede in Tv le coppie gay che si sposano a San Francisco o a Boston, legge le notizie sui laboratori di Harvard dove ci si prepara a clonare embrioni umani su larga scala per estrarre staminali, e si interroga. Come ha giustamente scritto Lorenzo Albacete su queste pagine la scorsa settimana («La “variabile Oregon” dei valori», Tempi n. 42), alla fine forse saranno proprio i “valori”, più che l’Irak o le tasse, a fare la differenza il 2 novembre. Le due coste degli Usa dove fervono le lotte per i diritti degli omosessuali e i sogni di far camminare i paralitici, per una larga fetta di americani che vivono nel cuore dell’America, sembrano in preda a una frenesia libertaria che lascia a disagio. Da questa fetta d’America il giorno del voto potrebbe arrivare un messaggio-shock: meglio un presidente che ha il coraggio delle proprie idee e una vision, anche se ha commesso errori, che non un arido amministratore delegato che governi con un occhio al bilancio e l’altro ai sondaggi.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!