Memoria in scena

Di Calò Livné Angelica
15 Febbraio 2007
La tournée italiana di una compagnia teatrale che unisce ebrei, cristiani e musulmani. Nel ricordo della Shoah

Decidere di “educare” è già di per sé una grande responsabilità. Volerci provare attraverso le arti, poi, e per di più in Israele, dopo che centinaia di missili sono piombati vicino a casa tua, in Galilea, può apparire addirittura inimmaginabile. Ma come si possono ignorare i mille eventi che ti travolgono e ti impongono di tentare nonostante la stanchezza, il tempo che non è mai abbastanza, nonostante il fatto che i ragazzi dell’Arcobaleno a gennaio (quando in Europa si celebra il Giorno della Memoria) non abbiano nemmeno un giorno di vacanza per lasciare la scuola, nonostante i mezzi finanziari per la nuova tournée siano sempre scarsi e i media sempre più ostili?
Dici: «No, stavolta non ce la faccio. Siamo in ottobre, non posso allestire due spettacoli in così poco tempo». E allora iniziano ad arrivare i messaggi, chiari e inconfutabili. L’associazione Italia-Israele ha già ottenuto la disponibilità del Teatro Dal Verme dal Comune di Milano: ci sono 1.800 ragazzi dei licei in lista e altrettanti in attesa; l’Universal Peace Federation ha coinvolto il Movimento islamico moderato e i rappresentanti del Dalai Lama; i sindaci di Agrate, Olgiate, Gorla Minore, Busto Arsizio, Novate Milanese, a Valmontone, la città della pace, sono pronti ad ospitarci nelle sale comunali; i Lions di Varese vogliono prendere parte a questo “sogno”; e il direttore del Giorno promette un’intera settimana di articoli sugli spettacoli che si svolgeranno. Ma ancora no, non voglio rispondere alla “chiamata” che diviene sempre più potente. Finché mia madre riceve una lettera da Tolentino nelle Marche: «Gentile signora Di Tivoli, siamo del Circolo Tullio Colsalvatico, l’uomo che salvò dalla furia dei nazisti tanti ebrei. Sappiamo che lei e la sua famiglia eravate tra loro e saremmo lieti di invitarla per il Giorno della Memoria qui a Tolentino». Mia madre, che da tempo non sta bene, è stata come riportata da un vento leggero a quei giorni, quando aveva 7 anni e, dopo “l’oro di Roma”, suo padre, mio nonno Cesare, decise di trasferirsi con tutta la famiglia in un posto sicuro perché non credeva ai tedeschi che avevano promesso di risparmiare gli ebrei della capitale. Arrivarono a Fiastra, quaranta persone, cinque si rifugiarono là, cinque ad Acquacanina, altri a Tolentino e altri ancora a San Lorenzo al Fiume. Colsalvatico aveva procurato a tutti carte d’identità false. Mio nonno non si chiamava più Cesare Di Tivoli, ma Luigi Cesari, e tutti i bambini della famiglia dovevano imparare a “dire bugie” sul proprio conto. Mia madre andava in giro con suo padre. Si fermavano nelle piazze e aprivano una valigetta di fili, aghi e stoffe conservati dal negozio in via Palestro a Roma: lei cantava danzando come al “varietà”, mio nonno, in cambio di un rocchetto di filo, chiedeva due uova o una pagnotta. Travolta dai ricordi, Fiorella risponde a Franco Maiolati con una lettera colma delle memorie di quei tempi. Dice che però non crede di poter andare a Tolentino perché sta male, e mi manda una copia della lettera. Maiolati risponde, ringrazia e domanda se questa Edna del kibbutz Sasa cui la lettera è stata inviata in copia non sia per caso la stessa Angelica che al Meeting di Rimini del 2002 parlò di una compagnia teatrale di ragazzi ebrei e arabi. Poi Maiolati lancia l’invito: «Sarebbe meraviglioso avervi qui, a Tolentino, con il vostro spettacolo su Anna Frank, proprio nel Giorno della Memoria, con tua madre e con tutti i ragazzi».

Ieri Amsterdam, oggi la Galilea
Ormai la chiamata è assordante, non ho più dubbi: lo spettacolo si deve fare. In un mese e mezzo metto su una compagnia, il Teatro delle verità. Il nuovo gruppo di Beresheet LaShalom si rivela un cocktail spumeggiante di umanità. Sono ragazzi dai 18 ai 23 anni, ebrei, cristiani e musulmani da tutta Israele: sette di loro fanno un anno di servizio civile, altri tre sono volontari in associazioni umanitarie. Tutti si arruoleranno entro il 2007. Due degli arabi studiano all’università e gli altri lavorano per raccogliere i soldi per poter iniziare a studiare. I ragazzi portano sul palco la propria realtà, le proprie sofferenze, paure e speranze. I bombardamenti di Amsterdam di sessant’anni fa loro li hanno vissuti sulla pelle sei mesi fa, a Pekiin, a Eilabun, a Jish, a Sasa, a Eilon, in tutta la Galilea. E 1.200 ragazzi italiani, loro splendidi e sensibili coetanei, assistono in silenzio al loro messaggio. Alla fine entusiasti gridano insieme a loro, in ebraico: «Ani shaliach shel shalom», io sono ambasciatore di pace.
Nel corso della settimana 5 mila persone assistono con il respiro sospeso allo spettacolo. Accompagnano la piccola Anna nel suo bisogno di speranza fino a Bergen Belsen, quando dice: «Vorrei avere del pane. una pagnotta croccante. tutta per me». Allora si accendono le luci sul pubblico e i ragazzi escono dalle quinte con vassoi di pane fresco, croccante, profumato, e insieme lo condividono, molti con le lacrime agli occhi, increduli. Finché arriva il messaggio chiaro: Pavel, Amelia, Golda non ci sono più, ma sognare è un diritto e un dovere. Aiutateci a far sognare chi non può farlo, a Gerusalemme, a Ramallah, in Sierra Leone, nelle favelas in Brasile. La Shoah è un monito. Per tutti.
E il cerchio si chiude a Roma, quando, dopo nove spettacoli, i ragazzi ci chiedono di poter acquistare un piccolo ricordo per i loro amici che sono rimasti in Israele a sobbarcarsi tutto il lavoro di volontariato. A Porta Portese, entusiasti, si perdono tra le bancarelle colorate del mercato. Proprio lì, sulla piazza, abita mio zio Sabatino, uno degli undici sopravvissuti al famigerato 16 ottobre 1943, quando i nazisti, dopo aver ricevuto 50 chili d’oro dagli ebrei di Roma, li deportarono tutti. «Non possiamo non salutarlo», dico a Yehuda, senza realizzare che per tutta la settimana abbiamo ricordato lui, la sua famiglia, Amelia, sua sorella, uccisa a 16 anni. I miei zii sono felici di vederci, insistono per invitare a pranzo tutti e diciotto i ragazzi della compagnia. Dopo aver mangiato insieme, chiedo a Sabatino di mostrare il suo braccio ai ragazzi arabi. Lui solleva la manica e appare il numero marchiato. In blu. Sua moglie mostra la foto di Amelia, biondissima, sorridente, ignara. E uno dei ragazzi, con un nodo alla gola, dice abbracciandoli: «Auschwitz non è solo degli ebrei. È di tutta l’umanità. Perché lì non sono stati uccisi solo gli ebrei. Lì è stato annientato l’uomo in quanto uomo». Ecco, per me questa è l’educazione.
* regista teatrale,
fondatrice del Teatro dell’Arcobaleno

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