Meno diritti, più uomini
Bambini maciullati, famiglie sterminate, giovani istruiti a odiare e uccidere. E dire che nell’immagine oleografica del nichilismo islamista c’è un romantico barbuto in sella a un cavallo bianco. Non sappiamo se un giorno le T-shirt con il ritratto di Bin Laden avranno lo stesso boom industriale di quelle vendute anche in Costa Azzurra con l’immagine di Che Guevara, ma c’è un personaggio nell’Idiota a cui Dostoevskij fa dire che «siamo al tempo del cavaliere con la stadera in mano, giacché, nel nostro secolo, tutto si pesa e tutto si contratta, e tutti gli uomini non fanno che creare i propri diritti… e con ciò vogliamo conservare lo spirito libero, il cuore puro, il corpo sano e tutti i doni di Dio. Ma col solo diritto, non conserveranno un bel niente, e verrà il cavallo bianco, e colui il cui nome è Morte, e poi l’inferno».
Il successo del terrore
Chi non muore si rivede. Può darsi che Bin Laden sia già morto da un pezzo, ma niente è più vivo del processo avviato dalla sua Al Qaeda. Dopo l’11 settembre 2001 i marchi del terrore si sono moltiplicati. E da Israele all’Irak, dall’Indonesia al Kenya, dalla Spagna all’Ossezia, hanno messo a segno colpi che li hanno fatti assurgere a un successo planetario che non ha niente da invidiare a quello della Coca-Cola. Promettevano di incendiare il mondo. Ci sono riusciti. E se gli Stati Uniti vivono in una situazione di costante allerta, c’è oggi paese al mondo che possa ritenersi al sicuro dalla peste che uccide bambini come quelli di Beslan? C’è una sola economia al mondo che non sia impoverita da un’emergenza che costringe gli Stati a concentrare sempre più risorse, umane e finanziare, sottraendole ad altri comparti (come la cultura e l’educazione, la cooperazione internazionale e la lotta alle povertà) per mantenere un minimo di sicurezza allo svolgersi della vita sociale e commerciale delle comunità nazionali? Con tutta la nostra potenza tecnica e immaginativa dimostriamo di non avere alcun potere sul deserto che avanza. E se davanti alla realtà della guerra c’è una maggioranza politica e intellettuale che ancora si domanda perché valga la pena di morire per Baghdad, se Chirac sceglie come avvocati dei sequestrati gli stragisti di Hamas vuol dire che è proprio un’impasse generale quella che accomuna le classi dirigenti. L’impasse raccontata da Albacete nel numero scorso di Tempi. Si vuole uscire da una stanza che puzza di morte, eppure non si riesce, così si va avanti a discutere sempre più stanchi e stravolti, mentre fuori il mondo comune brucia e sembra tenuto insieme ultimamente solo dal crepitio delle armi e dalle sirene di ambulanza.
Non fiori, ma opere di bene
Dite che non è vero che è così, che almeno l’Italia non è l’Irak, i ragazzi tornano a scuola, i sindacati tornano agli scioperi, i politici alle guerricciole di potere; dite che i ristoranti, i bar, i pub, le discoteche, non sono mai stati così pieni di bella gente che vuole dimenticare in che razza di mondo vive. Ma «che educazione è quella che accantona la realtà?» si è chiesto Claudio Risé dalle colonne del Giornale. «è l’educazione alla pace dice Charmet». Nella società che ha fatto di ogni capriccio un diritto questa presunta “educazione alla pace” è in realtà il digestivo dell’orrore, il “non teniamoci questo peso sullo stomaco”. La pace come bandierina infilzata sopra la prima ora di scuola, sopra un balcone, una piazza, una coppa di gelato. Di là il terrore dimostra il fallimento di una cultura (vedi la coraggiosa ammissione di Abdulrahman al-Rashed a p. 13), cioè di una certa educazione all’ideale. Di qua stiamo raschiando il fondo del barile della decadenza perché non c’è più nessuna educazione all’ideale. Di là resistono alla barbarie con le dittature, gli eserciti e gli apparati di polizia. Di qua, nella democrazia ridotta a contenitore di diritti, regolamenti e propositi da vigili urbani, si resiste poco e male grazie a qualche buona parola di presidenti alla Ciampi e, soprattutto, grazie a ciò che rimane del tanto vilipeso cristianesimo – un’eredità di persone, opere, arte, cultura, carità – che non è poi così facile cancellare nonostante l’accanimento con cui ci siamo applicati all’autodistruzione (a cominciare dall’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado). Così, mentre affondiamo, c’è chi dice che ci salverà la polizia, chi il cantautore arcobaleno, chi il dialogo religioso. E invece, come dice la protagonista del bellissimo “Titanic” hollywoodiano, c’è bisogno di uno di cui poter dire «mi ha salvato la vita in tutti i sensi».
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