Meno risse, più riforme

Di Bottarelli Mauro
13 Novembre 2003
Bossi congela il malcontento padano e rimanda tutti a gennaio. Ma lo scontro con An e Udc sottende il caso Tremonti e il dopo Berlusconi. Con qualche sorpresa

Tutto congelato fino a gennaio. La Lega Nord ferma le bocce di un flipper politico impazzito ma lo fa con la presa risoluta di chi non ha intenzione di dare un colpo di cancellino alla lavagna scarabocchiata degli sgarbi parlamentari. Dall’assemblea di domenica scorsa al Mazda Palace di Milano è infatti uscito un movimento con le idee molto chiare sul futuro.
L’asse sorto spontaneamente tra Alleanza Nazionale e Udc punta a due obiettivi, uno di breve e uno di medio termine: il primo è quello di giungere ad un rapido ridimensionamento del peso della Lega all’interno della compagine governativa attraverso la verifica di gennaio, il secondo è creare i presupposti per il dopo Berlusconi. Segnali in entrambi i sensi abbondano. L’affossamento, attraverso il lavoro da snipers parlamentari di 36 franchi tiratori, del progetto di riforma del tribunale dei minori è un chiaro segnale di contrarietà non tanto al progetto in sé quanto al lavoro più generale che il ministro Roberto Castelli sta compiendo in via Arenula, visto come avanguardia di quelle riforme che il Carroccio ritiene inderogabili in ossequio al programma elettorale. «Stante così le cose sono convinto che il cammino delle riforme sulla giustizia non proseguirà», ha detto uno sconsolato Castelli a Milano, chiosando con un altrettanto perentorio «alcuni esponenti del governo si sono convinti che per essere grandi statisti bisogna sempre dire sì». A chi? L’unica certezza è che tutto questo vada ascritto a una strategia più ampia che vede in Umberto Bossi e nel Carroccio lo specchietto per le allodole su cui far fuoco per giungere al bersaglio principale: Giulio Tremonti e, quindi, Berlusconi. La tentazione di un “dopo” è chiara, con Gianfranco Fini che studia da premier puntando nel frattempo alla poltrona della Farnesina utilizzando come referenza il viaggio in Israele del 23 novembre, e con Marco Follini, segretario dell’Udc, che a questo argomento dedica addirittura un libro recensito e presentato con entusiasmo da Stefano Folli, direttore del Corriere della Sera e fedelissimo di Carlo Azeglio Ciampi. I tempi stringono: la sentenza della consulta che il 9 dicembre dirà se è più o meno costituzionale la norma che sospende i processi a carico del primo ministro potrebbe essere uno spartiacque. Se quello scoglio dovesse essere superato, l’attenzione si concentrerà allora sul vero nodo della situazione: il ruolo di Tremonti. L’asse privilegiato che vede il ministro dell’Economia come baluardo di garanzia del patto Bossi-Berlusconi rischia infatti di saltare sotto il peso dell’eccessiva concentrazione di potere di cui gode il super-ministro in virtù dell’accorpamento dei dicasteri economici voluto dalla riforma Bassanini. Questo garantisce ad An e Udc l’alibi della non collegialità all’interno della coalizione e porta all’ovvia richiesta di porre mano alla situazione: o con una separazione dei ministeri o con un ridimensionamento del ruolo del ministro richiesto anche dai poteri forti (vedi la guerra senza quartiere tra Tremonti e il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio), accodatisi all’asse tra centristi e destra ritenuto l’unico argine a via XX Settembre. Comunque sia, la Lega Nord attende. La mozione Stefani, quella che imponeva uno stop alle alleanze con An e Udc alle comunali messa “incautamente” ai voti e poi dichiarata incompatibile, era un segnale chiaro, più che un’estemporanea uscita dell’ex sottosegretario vicentino: un segnale concordato da mandare ad alleati e base. La stessa base che ignora come le fibrillazioni a livello governativo si stiano riverberando pesantemente anche all’interno dello stesso Carroccio, con Roberto Maroni e Roberto Castelli ai ferri corti per la nomina – proposta dal Welfare – a presidente dell’Inpdap di Marco Staderini, fedelissimo proprio di Pierferdinando Casini ed ex consigliere di amministrazione della Rai. E per salvare Tremonti, a gennaio, si potrebbe proprio mettere sul piatto della verifica una testa tra Welfare e Giustizia: prove tecniche di sopravvivenza?

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