Mentre le banlieu bruciano e la sinistra chiacchiera, qualcuno continua a morire per niente
L’episodio che ha dato il via agli scontri accade il 27 ottobre, in un quartiere di Clichy-sous-Bois, nel nord di Parigi. Due ragazzini di 15 e 17 anni, Bouna Traoré e Ziad Benna, per evitare un controllo di polizia scavalcano un muro protetto dal filo spinato e si nascondono in una piccola centrale elettrica. Quando passano davanti a un potente trasformatore si crea un arco elettrico che li uccide. Con loro c’era Muhittin, un giovane di origini turche che, pur gravemente ustionato, è riuscito a dare l’allarme. è lui che ha spiegato alla polizia quel che è successo. Fin dall’inizio si sapeva quindi che la morte dei due ragazzi era dovuta a un tragico incidente. Nel quartiere, le forze dell’ordine sono invece state subito considerate come responsabili della morte dei due ragazzi. La stessa cosa quando, durante i primi scontri, un lacrimogeno è finito davanti a un anonimo capannone trasformato in luogo di culto. Subito è partita l’accusa: hanno attaccato la moschea! Un vittimismo che trova sponda in una parte della sinistra, come riassume bene un sindacato di insegnanti, lo Snes, che in un comunicato del 5 novembre scrive: «La calma deve essere ripristinata con urgenza, ma questo suppone innanzitutto che vengano chiarite le circostanze della morte di due giovani di Clichy». Una sinistra che accusa il governo per la sua politica di repressione ma dimentica che quando al governo c’era la cosiddetta “gauche plurielle”, tra il 1997 e il 2002, e la prevenzione la parola d’ordine, la criminalità era aumentata del 15 per cento nonostante la crescita economica, mentre negli ultimi tre anni è diminuita dell’8 per cento proprio grazie a una più efficace repressione.
Ma c’è ancora chi sembra non capire che le prime vittime della delinquenza sono sempre i più deboli, i più poveri. Le migliaia di auto bruciate in questi giorni sono quelle di gente che in quei quartieri-ghetto ci vive. Così, a forza di non voler vedere la realtà, nessuno parla di Jean-Claude Irvoas, 57 anni, che nel pomeriggio dello scorso 27 ottobre, ha chiesto alla moglie e alla figlia sedicenne di aspettarlo in macchina mentre lui girava per lavoro nella rue Marseille, a Epinay-sur-Seine, periferia nord di Parigi. Un gruppo di delinquenti lo ha assalito e poi ammazzato di botte a pochi metri dalla figlia e dalla moglie, che tra l’indifferenza dei passanti hanno cercato inutilmente di soccorrerlo. Nel quartiere, nessuno ha manifestato in memoria di Jean-Claude Irvoas, un intruso, uno straniero, che come Bouna e Zyed è certo “morto per niente”, ma, lui, non per fatalità, ma per omicidio.
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