Michelangelo fra nani e giganti

Di Tempi
03 Giugno 2004
Chissà se i nani del popolino possono parlare ai giganti.

Chissà se i nani del popolino possono parlare ai giganti. In quella strana forma di aristocrazia non elettiva che è il mondo del cinema italiano, nel quale il giudizio dei critici vale dieci volte quello del pubblico, i giganti non si toccano. Antonioni è un super gigante ed ha fatto un documentario sul Mosè di Michelangelo Buonarroti, nel quale lui stesso sta di fronte al capolavoro e, ad un certo punto, allunga le mani e tocca il velluto del marmo, accarezzandolo delicatamente. Ci fosse stato chiunque altro al suo posto, sarebbe partito un inferno di sirene d’allarme, non solo lì in chiesa, ma anche sulle riviste specializzate e tra le tazzine da thè dei salotti buoni. Perciò, se lui ha toccato il maestro scultore, noi sfioriamo il maestro di cinema.
La prima immagine del documentario è il pavimento della chiesa di San Pietro in Vincoli. Forse è giusto che sia così, perché è dalla materia che anche Buonarroti prende avvio. Ma poi lo sguardo di Mosè, pur drammatico, pur doloroso, pur contraddittorio, si alza al cielo, dove il cielo è qualcosa di impastato con il marmo, ma di diverso, di Altro. Tanto che, diceva lo stesso Buonarroti, bisogna sempre togliere e non aggiungere, e creare è non tanto costruire, ma liberare. Invece nelle immagini di Antonioni restiamo prigionieri dei suoi pensieri, delle sue perplessità, delle sue mani, affusolate, belle, ma tremanti per l’età. Prima di uscire dalla chiesa, Antonioni stesso scuote il capo, proprio quando la colonna sonora sostituisce ai rari rumori d’ambiente un perfetto canto di Palestrina. E se il maestro Antonioni non ha levato, ma ha aggiunto se stesso davanti al Mosè, anche noi aggiungeremo una piccola essenziale postilla: è la chiesa, santa e meretrice, che ha commissionato l’opera; è la chiesa, fisica e storica, che l’ha custodita fino ad oggi perché nani e giganti la potessero contemplare. E, come si recita nei titoli di coda, è il Vicariato di Roma che ha dato i permessi alla troupe di girare, scollegando il sistema d’allarme.
“Lo sguardo di Michelangelo” è una perfetta operazione mediatica: la Lottomatica (con i soldi del popolino che gioca nelle ricevitorie dei vicoli) restaura il Mosè e finanzia insieme al Luce un documentario mediaticamente inattaccabile: massimo artista italiano, massimo regista italiano, stesso nome, ambiguità tra lo sguardo dell’uno, dell’altro e di Mosè. Non è certo che il popolino, se mai vedrà il documentario, si avvicini di più al Mosè. Ma per fortuna, il Vicariato di Roma mantiene San Pietro in Vincoli sempre aperto, e ciascuno, anche da Fuorigrotta, può andare a vedere di persona.

Giuseppe Feyles

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