Milano, benedetta madrassa
La storia della scuola islamica di via Quaranta sembrava oscura e complicata. Ma poi, finalmente, è arrivato Vittorio Agnoletto, già leader no global oggi felicemente inserito a Strasburgo nella Sinistra Europea (eletto nelle liste di Rifondazione comunista), e tutto è stato chiaro. Sentite infatti cosa scrive l’onorevole al Corriere della Sera, cronaca di Milano, il 23 ottobre: «Ho incontrato il direttore dell’istituto, Ali El Sharif, che ci ha con garbo illustrato la situazione: le materie insegnate sono legittime e non hanno nulla a che fare con il terrorismo. I genitori desiderano solo che ai bambini, a fianco delle ore di italiano regolarmente previste, vengano anche impartite le materie del regolare programma egiziano. E lo vogliono fare nella piena legalità». Tutto chiarito, dunque, con bel “garbo”, dall’affabile Sharif. Che vergogna, conclude Agnoletto, per riparare facciamo subito «una bella festa di riconciliazione per permettere a migliaia di milanesi di manifestare la propria solidarietà a questa comunità».
Si vede che l’onorevole si è trasferito a Strasburgo: altrimenti avrebbe qualche dubbio circa una massiccia partecipazione popolare dei milanesi a una festa per la “non scuola” di via Quaranta, o la moschea di via Jenner. Che non è una scuola, come hanno detto chiaro Magdi Allam, coloro che hanno insegnato in via Quaranta e i fatti documentati (e mai smentiti) su questo giornale da Emanuele Boffi (vedi Tempi, dal 39 al 43). L’inesistenza di programmi didattici autentici, i pullmini degli studenti con i vetri oscurati perché non vedano l’Occidente, fuori, le ragazzine che alla maestra chiedono, «ma chi ti picchia, a te, se non passi un esame?» non sono bagatelle.
La non scuola di via Quaranta è una madrassa, un luogo di addestramento all’integralismo e all’odio, non una scuola. E questo benché il suo direttore, con Agnoletto, abbia avuto tanto “garbo”.
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