Milano, come vede da lassù la Madonnina

In cima al Duomo di Milano con due bambine, in una mattina di gelo così limpida che da lì in alto si vede il Monte Rosa. Su per chiocciole ripide, fin quando ti aprono davanti i tetti obliqui della cattedrale, sovrastati dalle migliaia di guglie. Sono scivolose di gelo le lastre di marmo, ma le bambine non riescono a non mettersi a correre, lassù, ridendo, come prese da un’ebbrezza sotto a quei pizzi e fregi che stamattina sembrano di ghiaccio: gli schizzi di una fontana fantastica, ghiacciata in un istante.
Angeli, vergini e santi, immobili, vegliano su Milano. Il Duomo è una vertigine. Guardano giù, pensose, Caterina e Clara dalle balconate verso la città come acquattata attorno, in una vaga foschia sulfurea. Infinita serie di strade, finestre, case. «Guarda laggiù, non sembrano formiche?» ride la più piccola. Sembriamo infatti formiche, visti da qui. Un alveare di uomini che corrono, salgono e scendono dagli autobus, si inabissano nelle scale del metrò, mentre le porte della Rinascente, nei giorni dei saldi, sbattono impazzite. Che strana pena addosso nel riconoscere la tua città dall’alto, nel vederla ansimante nella sua nobile corsa – certo, a Milano si lavora, qui si produce. E, nel candore del marmo, quegli angeli, e la dolcezza delle vergini che guardano giù. Sapeva il popolo, una volta, che c’era bisogno di santi, a guardare le città.
Era certo un alveare come adesso la Milano del Medioevo che costruì il Duomo, una città anzi molto più povera, dove molto più presto e facilmente di ora si moriva. Ma immaginatevi l’audacia del progetto: una grande cattedrale, tutta di marmo candido. E il marmo arrivò lungo i Navigli; e che fatica immensa portare e issare fino al cielo queste pietre. Di padre in figlio in nipote, generazioni di manovali a scaricare i marmi del Duomo. Generazioni di artigiani a scolpire i fregi delle guglie – guardateli, bambine, ognuno pare ricamato a mano. E i santi, e i martiri, per ciascuna delle guglie, che nessun uomo avrebbe mai più visto da vicino, perfetti. Per chi dunque? Per Dio. E per il popolo, che anche allora faticava come un alveare, giù da basso. Ma guardava, talvolta, in alto: «Guarda come viene su la cattedrale». Felici d’avere, magari solo sollevando una pietra, lasciato un segno eterno. Segretamente lieti d’avere fatto qualcosa di affine al loro destino.

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