Milano non vuole più essere un luogo comune (e avrebbe un’idea liberal riformista da esportare nella ROma del Prodi bis)
Milano è antipatica, malmostosa, testarda, ‘crapona’. Milano è pragmatica, solidale, laboriosa e «figa» (copyright Luca Doninelli). Milano ha il suo luogo comune di città locomotiva e poco maneggiona, vissuta da gente che ha idee da spendere in opere e non in salotti, che bada al ‘fare’, scantonando per noia e supponenza le nebbie ‘de Roma’. A Milano piace bearsi del proprio logo proiettandolo all’esterno su una nazione simpaticamente oziosa ma, al tempo stesso, di tale firma si lamenta allorché non gli sia riconosciuta cotanta operosità non richiesta. Milano ha il suo modo di rappresentarsi e un po’ ci marcia un po’ ci gioca, trovandosi infine impiccata e beata su quest’immagine di sé, un po’ vera un po’ falsa.
Il luogo comune ha i suoi rappresentanti in versione popolare alla Bossi («A furia di avere il ‘coeur in man’ Milano si è rovinata con le sue mani») e in versione saggistico-storica alla Galli Della Loggia («La capitale lombarda si rifugia nel municipalismo, ciò che più le manca è un ruolo politico nazionale adeguato alla sua realtà di grande metropoli»). Dovendo decidere cosa farà da grande e a chi affidare la propria guida il 28 e 29 maggio, Milano sceglierà se replicare a livello locale e poi nazionale l’immagine di «città più città d’Italia» come diceva Giovanni Verga, oppure rischiare e inventarsi una via nuova.
PERCHE’ PARLO’ TOGNOLI
Piero Borghini, ex sindaco, oggi capolista della Lista Moratti, un’idea ce l’avrebbe da confidare a Tempi: «Come diceva Johan Huizinga, il modo migliore di difendere una tradizione è quello di innovarla. L’analisi di Galli Della Loggia è interessante, ma datata. Milano ha conosciuto un periodo riformista con le giunte Tognoli, Pillitteri e, si parva licet, con la mia. Poi quel periodo, sappiamo come, è terminato. Ma, e qui sbaglia l’intellettuale del Corriere, non è che negli anni seguenti non è successo niente. Alla giunta Albertini vanno riconosciuti grandi meriti, avveratisi tramite cambiamenti molecolari. Sono dell’idea che occorra aprire una fase nuova, non più legata a un riformismo di matrice socialista, ma liberale, che metta al centro la persona, la sua autonomia, la sua libertà e responsabilità». Che da Milano, e solo da Milano, tale blairiana novità possa svilupparsi, è convinto Borghini: «Non possiamo certo aspettarci che il liberal-riformismo parta da Roma». Certo bisognerà vedere dove potrà andare a finire, «anche perché – ragionano i policy maker lombardi – la Moratti ha più volte ribadito di volersi occupare ‘innanzitutto’ di Milano. Forse ci vorrebbe un player più ambizioso». E un avallo, fa eco un esponente della sinistra, «del Cavaliere. Che se, sciaguratamente, avvenisse, potrebbe fare della Lombardia il contraltare di Roma».
Le idee e le parole di Borghini trovano ancoraggio naturale nel discorso che la Compagnia delle Opere promuove da anni e, come dice un esponente dell’associazione a Tempi, «si ritrovano certo più nei discorsi di Letizia Moratti che non in quelli di Bruno Ferrante, uno che ha presentato un programma da anni Settanta». Ma oltre che ai ciellini, la vision blairiana della città piace a quella sinistra liberal, elitariamente pensante, oggi orfana di un candidato nel proprio schieramento. Secondo i ben informati «Ferrante ha suscitato entusiasmi poi affievolitisi. Purtroppo, per il vecchio adagio secondo cui ‘non bisogna avere nemici a sinistra’, ha sposato una strategia di promesse riformiste e smentite radicali. Così ha tenuto buono Dario Fo e Rifondazione, ma ha finito per tediare l’ala liberal». Anche il recente endorsement di Carlo Tognoli a favore dell’ex prefetto è spiegato come «un atto dovuto. Ad inizio campagna, gli aveva promesso un sostegno forte e incisivo. La recente dichiarazione di voto è quasi il minimo sindacale che s’era pattuito».
ASSOPIMENTI E MUGUGNI
I sondaggi sorridono a Letizia Moratti e al centrodestra. Sulla vittoria al primo turno, evitando così il ballottaggio, però, non tutti mettono la mano sul fuoco e, fra i più pessimisti, c’è chi prefigura scenari con Consiglio comunale a destra e sindaco (al secondo verdetto) a sinistra. Ma, oltre ai calcoli sull’affluenza che sarà decisiva per chiudere la partita al primo turno («il 10 aprile in città ha votato l’86 per cento; storicamente alle comunali vota il 76 per cento; se l’affluenza scende sotto il 72 si rischia il ballottaggio» spiegano dal quartier generale di Forza Italia), c’è chi preferisce soffermarsi sullo scarso interesse che il prossimo voto è riuscito a suscitare nei cittadini. Ha scritto il Riformista che questa è stata «una campagna elettorale fatta di sbadigli»: «Sembra quasi che i partiti abbiano dato tutto il 10 aprile e oggi siano rimasti senza fiato, benzina, gambe e idee guida al di là delle solite parole d’ordine ad uso interno». Naturalmente, da un lato e dall’altro, si nega l’assopimento, ma non si smentisce che i due candidati qualche mugugno se lo meritino. Che poi, almeno per un aspetto, il rimprovero è il medesimo: snobbare i partiti, essere ‘lontani dalla politica’, incaponirsi nel dichiarare che si decideranno le poltrone solo dopo il voto ma, in camera caritatis, distribuire posti di prestigio ai fedelissimi.
Paradossale eterogenesi dei fini, dunque. Ferrante e Moratti, scelti in quanto esponenti della società civile e senza tessere in tasca, oggi dai medesimi partiti sono tacciati di «fare un po’ troppo da soli». Ma con un’importante differenza: se l’indipendenza dell’ex ministro è comunemente riconosciuta, su quella di Ferrante, causa l’alchemica composizione dei suoi sostenitori, i dubbi si fan più spessi. «La Moratti – racconta a Tempi chi l’ha seguita nelle stanze dei bottoni – tratta da pari con i leader nazionali Berlusconi, Bossi, Casini e Fini. Ha una personalità forte e decisa, poco incline al compromesso». Come ha detto simpaticamente Casini alla festa al Palalido: «è una rompiscatole straordinaria. Ogni volta che c’era da difendere gli interessi della scuola, mi azzannava come un cane lupo». Di Ferrante, invece, si racconta «il ritardo con cui s’è presentato alla conferenza stampa di presentazione della sua lista, stilata in ordine alfabetico. Il compromesso non piaceva a Milly Moratti che recriminava un posto da capolista. Solo dopo l’intervento di Prodi per rabbonire la signora, Ferrante ha potuto presentarsi davanti ai microfoni».
PROMESSE E SMENTITE
Di certo le incursioni nel campo politico avverso sono riuscite più alla Moratti. Sfatata una certa ministeriale aura che ne avvolgeva la figura, è stata vista ballare a feste di giovani sostenitori, attirare l’attenzione di ambienti cattolici progressisti (si vocifera di una comunanza di vedute con don Virginio Colmegna; si fa notare la paginata uscita su Avvenire in lode della sua riforma scolastica; il riposizionamento mediano del cardinale Tettamanzi), riportare a suo sostegno personalità deluse dalla Cdl (come il costruttore Salvatore Ligresti), instaurare un proficuo dialogo col diessino Filippo Penati («che – spiega una malalingua – ha tutto da guadagnare dalla sua vittoria, per rimanere l’unico gallo nel sinistro pollaio») e, soprattutto, dar sfoggio di una cordiale intesa coi sindacati, Cgil in primis. «Onorio Rosati, – spiega chi lo conosce -, segretario della Cgil, voterà Ferrante. Però, è ‘morattianamente’ pragmatico e arriva dalla pessima esperienza con Albertini».
Sul fronte opposto, l’ex prefetto subisce la sindrome da sdoppiamento della personalità cui le due componenti della sua coalizione, quella moderata e quella radicale, lo costringono. Sul lato del look è costretto a far la parte dello sceriffo senza pistole, del contestatore senza molotov, del gay-oriented eterosessuale. Sul suo sito c’è, testualmente, scritto: «A bordo della sua 500 tanti libri di diritto e di storia, il vecchio eskimo, ricordo di tante manifestazioni sessantottine»; «in vita sua non ha mai maneggiato un’arma né indossato una divisa». Ad un quotidiano ha dichiarato che andrebbe al Gay pride «ma vestito normalmente».
Sul piano dei programmi, si ritrova a sbocconcellare promesse minimali senza il respiro di grandi idee: da un lato, promette che farà il registro per le coppie di fatto, che aumenterà gli alberi sulle vie commerciali, che darà spazio alle istanze rosapugniste in materia di droga. Dall’altro, assicura che non bloccherà i cantieri aperti, che sarà pronto ad ascoltare i moderati, addirittura che battaglierà per il «federalismo fiscale». E nel primo e nel secondo caso, accontentando e scontentando qualcuno, finisce col ritrattare con la catartica smentita secondo cui «ogni scelta sarà condivisa».
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