Mind the gap fratello

Di Emanuele Boffi
14 Agosto 2003
“A 15 anni scaldavo il banco a scuola. A 18 guadagnavo più di mia madre. A 20 pasteggiavo a Moët&Chandon, A 22 ero un Matusalemme scoppiato. A 23 sono fallito, mi ha salvato mio padre”. Confessione di uno “smanettone” all’epoca della new economy, emigrato a Londra

Nella vita si programma tutto. La cravatta da indossare, la ragazza da filare, le amicizie per far carriera, quelle per passare la serata. A volte si può prevedere persino qualche fallimento con una buona approssimazione e di quella manciata di minuti sufficienti per cadere sul morbido. Viviamo nell’era della prevenzione perpetua, del preservativo mentale e del self control. Ma, come è scritto nella metropolitana di Londra: mind the gap, “attento al gradino, amico”. Io le tredici linee della tube le conosco bene; dopo un paio d’anni nella City ho imparato la strada più breve per andare da qui a là, da su a giù, gli orari del traffico, le tariffe delle varie zone. So persino dare indicazioni a qualche londinese in bombetta che si è smarrito. Ma mind the gap, amico. Il piede può sempre scivolare proprio nel momento di massima concentrazione, proprio nel luogo che vedi tutte le mattine, proprio nel giorno in cui la vita è sotto controllo. È l’imprevisto, amico. Ed è l’unica speranza.

Io speriamo che me la cavo
Chiamatemi Simone. Questa è la mia storia, la vicenda di un enfant prodige di Internet&affini o, più prosaicamente, come si dice dalle mie parti, di “uno smanettone del computer”. Mio padre è ferroviere, mia madre dipendente pubblica, famiglia dal reddito modesto, cattolica (come ormai resistono solo in provincia, quelle che le sere di maggio escono per recitare il rosario sotto i portici piuttosto che stare a casa a vedere il Grande Fratello). Io, però, le mie dita le ho consumate più sulle tastiere dei computer che sui grani del rosario. Prima sul Commodore 64 del mio vicino, poi sull’Amiga 500 (oggi roba d’antiquariato, con dischetti integrati e workbench). E mentre i miei coetanei giocavano a figurine e sfogliavano Topolino, io imparavo a costruire videogiochi e leggevo riviste sul mondo dei chip e dei microchip. I miei amici mi facevano i compiti? Io gli montavo i computer. Mi passavano le “dritte” sbagliate per le interrogazioni? Glieli smontavo. Scuola uguale perdita di tempo. Sono arrivato in quarta Itis ripetendo un anno, e non che me ne importasse un granché. Carneade, chi era costui? E Mozart, Dante, Garibaldi? Tutti soci di Carneade.

I have a dream
Avevo 15 anni e mentre gli adolescenti d’Italia canticchiavano “Nord sud ovest est” degli 883, io acquistavo il modem a 14.4Kbps che mi permetteva già allora di chattare, di scaricare software, di scambiare informazioni con altri smanettoni della Penisola. Sognando un giorno di essere David, il protagonista del film Wargames, l’hacker che mette sotto scacco gli Stati Uniti. Quando cambiò tutto? Quando mi regalarono il primo Pc (un Dadewoo 486dx, 66 mega hertz) che mi divertivo a montare e rimontare e quando un medico del paese mi telefonò: «Simone, ho comprato un modem, ma questa diavoleria non so farla funzionare. Se me lo metti a posto ti do una mancetta. Vieni?». Lo sventurato rispose.

18 anni e un giorno. Dove gioca l’Iva?
In un quarto d’ora glielo aggiustai, configurai, gli spiegai come usarlo, a cosa serviva, quale era il tasto per accenderlo… Fu il mio primo cliente. E il mio primo “stipendio”. Paese piccolo, la gente mormora, la voce si diffonde. Nel giro di due giorni ero “il ragazzino biondo che gira in bicicletta e sa far funzionare i computer”. Fu lì che mi resi conto che quel che fino ad allora era stata una passione, quasi un gioco, un hobby adolescenziale, chiamatelo come volete, poteva diventare un modo per raggranellare qualche spicciolo, mancia, gruzzolo, stipendio, milioni. A 18 anni e un giorno costituii l’azienda di cui ero capo e facchino. Telefonai a un amico di famiglia che faceva il commercialista: «voglio diventare imprenditore». «Hai una partita Iva?», mi chiese. «Mi intendo di computer, non di calcio», gli risposi.

Scusi, posso andare in bagno?
A scuola ci andavo ancora sì, ma il diario non era più il posto dove segnare i compiti, ma l’agenda degli appuntamenti. Mi chiamavano non più solo in città, ma anche dai paesi vicini, poi da quelli limitrofi ai vicini e così via fino ai limiti della provincia. Mi ero comprato il Motorola, uno dei primi telefonini con il vibracall, per tenerlo acceso in classe ed essere sempre reperibile dai miei sempre più numerosi clienti. Ora di Matematica, Italiano, Scienze, quel che era era; vibrazione; acquirente; «scusi prof, posso andare in bagno?». Iniziai a collaborare con il negozio di informatica più importante della città. Avevo 18 anni, facevo 30 milioni l’anno. Mia madre guadagnava meno.

Cosa pensate di me?
Entrai in un altro mondo. Di colpo i miei coetanei divennero tutti dei bambocci e io l’“adulto”. La mia stanza fu il mio ufficio, la mia vita il mio lavoro. Grazie alla collaborazione con il negozio iniziai a frequentare gente con 10, 20, 40 anni più di me. Professionisti con piccole o medie attività che mi chiedevano lumi su tutto ciò che poteva avere una qualche relazione con una tastiera o uno schermo. E io spiegavo, illustravo, riparavo, riscuotevo. Frequentavo i cosiddetti company meeting, riunioni fra “cervelloni” del mondo dell’informatica dove si discuteva da mane a sera di nuovi programmi, di innovazioni, di future strategie di mercato. Naturalmente tutto molto americano, tutto ipercool; se parlavi di “trimestre” anziché di “quarter” eri uno sfigato, un alieno, un dinosauro. Io ero il più giovane ma non il più sprovveduto: una serata mi fu affidata la presentazione di Windows ’95. Ve lo immaginate un ragazzino nascosto dietro a un computer più grosso di lui che proietta slides sul monitor e qualche centinaio di imprenditori, gente con famiglia e portafoglio pesante, che pende dalle sue labbra? E voi pensate che mi sia montato la testa? Bingo.

Tariffa business
Non avevo amici, avevo clienti. I fornitori mi chiamavano ormai da tutta Italia, incontravo personalmente dirigenti d’azienda per mostrare loro i software più all’avanguardia, insegnare al personale come utilizzarli, ai tecnici come montarli. Su ogni computer venduto guadagnavo il 10-15%, ma soprattutto l’affare era sul mio tempo (200mila lire l’ora) più bonus, mance, consulenze. Sempre e solo rigorosamente “tariffa business”.

L’American Express blu
Fui un altro. Andavo in discoteca non perché mi piaceva ma perché “dovevo” andarci. Faceva parte della mia immagine, di quello che gli altri si aspettavano da me. A me la discoteva annoiava, con tutti ‘sti teenagers che ballavano come se fossero stati assaliti dai pidocchi. Ma faceva parte del gioco e io volevo giocare. Uscivo con le ragazze e anziché offrire il gelato le portavo a fare shopping. Pagavo io, avevo la carta di credito American Express blu (per quella verde ero ancora troppo giovane). Calcolavo tutto, ogni mossa, ogni sguardo, ogni volto che inquadravo, ogni mano che stringevo poteva essere quella di un acquirente. Non mi ubriacavo mai in città per non essere visto (qualcuno avrei potuto rivederlo il giorno seguente in ufficio), ma sempre fuori, lontano da occhi indiscreti, al ristorante “di fiducia”. Il locale dove sei “il cliente con la saletta riservata”, che quando entra e dice “il solito” gli servono Moët&Chandon, che alla fine lascia la mancia a Carlo, il cameriere che hai la facoltà di chiamare per nome e che intascato il 50mila recita: «grazie, signore. Troppo generoso». Era il 1998, gli 883 cantavano nostalgici “Gli anni”: «Gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph, gli anni delle immense compagnie, gli anni del motorino sempre in due». Per me era roba da piscialetto. Avevo 20 anni.

4 barra 5. Il bello delle occhiaie
Mio padre tentò l’ultima mossa per restituirmi l’adolescenza: mi iscrisse alla squadra di calcio del paese. Io presi in affitto un ufficio in centro storico e ci piazzai in un angolo una brandina. Fu la mia nuova casa. Lavoravo molto, dormivo poco. Era bello avere le occhiaie, faceva molto “uomo vissuto”, era figo essere vestito all’ultima moda ma avere la faccia di quello stanco e “sbattuto”. Sveglia alle 5, fino alle 8 preparazione della giornata (riordino dell’agenda e così via), primi incontri con i clienti più mattinieri e poi a ruota tutti gli altri fino a mezzogiorno, pranzo di lavoro, pomeriggio tra un’azienda e l’altra, tra un corso di aggiornamento e una consulenza, cena di lavoro. La notte: studio delle novità sul mercato. Dormivo 4 barra 5 ore. Il sabato e la domenica erano giorni feriali. Tutto a gonfie vele? Mica tanto. Capii che il meccanismo per far funzionare un’impresa (tot entra, tot esce) non era così semplice da far quadrare. Ma io guadagnavo tanto e spendevo di più. Avevo tempo di fermarmi? No. E poi era arrivata la new economy. Avrei potuto rimanerne fuori?

Ho un’idea.it
Sono stato uno dei primi in Italia (sicuramente il primo nella mia provincia) a registrare un sito con il mio nome. Da un giorno all’altro il mondo è cambiato, tutto si è fatto più veloce e frenetico (o almeno, e questo è importante, a tutti è piaciuto pensare che così fosse). Sono stato il primo della mia zona a legarmi a Tiscali, ho assunto dei collaboratori per liberarmi delle faccende più semplici e meccaniche. Tagliai di netto con tutto ciò che poteva ricordare il passato: cambiai commercialista, evitavo i miei, smisi di salutare anche gli ultimi amici. Non avevo tempo per questi dettagli; parlavo solo di Internet e di Borsa. Era il momento in cui bastava dire: “ho un’idea” senza dire “qual è l’idea”. Ci aggiungevi qualche parola in inglese per rendere il tutto più intrigante, una spruzzatina di “punto it” o di “punto com”, qualche miraggio di speculazione borsistica, mischiavi bene il tutto e servivi. E c’erano re Mida pronti a ricoprirti d’oro. Trasformai la mia azienda personale in Srl, ebbi il mio primo socio. Ho vissuto “l’era Internet” come una prosecuzione del mio “one man show”. E mi sentivo Dio.

Marchette (cartacee)
C’è da fare un’aggiunta: ero un bravo “smanettone”. Nella mia provincia ero anche una piccola celebrità; i giornali parlavano di me, mi intervistavano, mi telefonavano per interpellarmi sulle questioni più varie. Ero uno di quelli che ritrovano il proprio nome sotto la dicitura: “l’esperto risponde”. Facevo anche la pubblicità con il mio nome e il mio logo sui giornali locali. Era un caso che dopo ogni chiusura di contratto pubblicitario mi chiamassero per avere la mia opinione?

Relatore: Bill Gates
Il mio ego si gonfiò a dismisura quando fui invitato ad una conferenza al Filaforum di Assago. Saletta riservata, cento ambitissimi posti più un altro centinaio di persone in collegamento audio-video da Roma. Relatore: Bill Gates. Scusate, sillabare: Bill-Ga-tes. Per me, “il” mito. Nel portafoglio porto ancora la sua foto accanto all’immaginetta di padre Pio. A quella conferenza fui invitato in quanto ero il più giovane “smanettone” italiano. Quando mi presentai all’entrata una carinissima hostess che aveva qualche anno più di me mi bloccò: «tuo padre dov’è? Sta parcheggiando?». Ho dovuto mostra gli il cartoncino d’invito e la carta d’identità, non voleva farmi entrare. A me, capito?, il futuro Bill Gates. Sillabare: il-fu-tu-ro-Bill-Ga-tes.

L’a.d. di Hp
Poi tutto è scoppiato. È stato il mio gap, il mio gradino, l’evento che non ti aspetti, quello che, grazie a Dio, mi ha fatto cadere e risollevare. Il mio socio voleva allargare il giro di affari, diventare una Spa, legarsi in modo più stretto con la politica. Frequentavo gente di Forza Italia. Oggi voto ancora Berlusconi, è (metaforicamente) la terza immaginetta accanto a quella di Bill e padre Pio, ma non sono un berlusconiano (almeno non come la gente che ho conosciuto). Iniziai a litigare col socio e a essere stanco della vita che facevo. Cambiavo commercialista ogni due settimane, ero diventato odioso agli altri e a me stesso. Ero inoltre rimasto scosso dall’incontro con l’amministratore delegato della Hewlett Packard. Ripeto: l’amministratore delegato della Hewlett Packard, vi rendete conto? Eppure questo tizio, che era il mio modello vivente, l’incarnazione del mio sogno nel cassetto, il Ronaldo del settore… non era come me. Era diverso. Non parlava solo di lavoro, non ti faceva l’occhiolino ammiccante quando si discuteva di soldi, non aveva bisogno di dimostrarsi diverso da quel che era, vedeva il mondo da una prospettiva diversa. Aveva quarant’anni più di me, ma l’anziano rincoglionito ero io.

Il figliol prodigo
Il sogno si frantumò il 17 marzo 2001. La società era quasi allo sfascio, non reggevo più i ritmi. Avevo fatto un assegno ad un fornitore ma ero rimasto scoperto. Che fare? Non avevo amici cui chiedere un prestito. Pensai a mio padre. Andai a casa dopo non so quanto tempo. Suonai. Si aprì la porta. Mio padre. «Cosa c’è?». Sono rientrato in casa così, come il figliol prodigo. Ho passato una settimana a inzuppare di lacrime il cuscino del letto di camera mia. È stato il periodo più duro della mia vita. Ero così nervoso che non dormivo la notte. Mio padre pagò il fornitore, comprò le quote della Srl dal mio socio, mi riprese in casa (anche se io ci misi un po’ a dire: «papà, mamma, scusate. Ho sbagliato»).

C’è Simone?
Dopo essermi ristabilito cercai lavoro. Per non apparire troppo qualificato, preparavo curriculum vitae su misura per le aziende in cerca di personale. Un’azienda inglese che aveva una filiale in Italia mi assunse come tele sales (venditore telefonico). A me stava bene. Mi misi in un angolino, sbrigavo le mie quattro cose, sette ore di lavoro, il sabato e la domenica a casa. Relax. Ero finalmente quello che non ero mai stato: un 22enne. Non durò molto. Avevo iniziato a lavorare a maggio, a giugno si parlava di chiudere la filiale. Era un’azienda da 15 dipendenti, ogni settimana in due ci lasciavano le penne. Così, chi resisteva doveva assumersi le mansioni altrui. Io, scusate l’immodestia, ero l’unico lì dentro che sapevo come si faceva a mandare avanti una società. Sapevo consigliare un cliente su un investimento, sapevo come si faceva a vendere un software, a montare un hardware, ero aggiornato sulle ultimissime novità. Così i clienti dell’agenzia chiedevano sempre di «Simone». Fortunatamente per me, il proprietario londinese se ne accorse. A ottobre licenziò tutti. Tranne uno, il sottoscritto.

Che tempo fa?
Per un po’ ricominciai a rivivere la mia vita precedente. “New economy” non era più una parolina magica ma una maledizione, soprattutto per quei tanti ragazzi che, come me, ci si erano buttati, senza competenza alcuna, sognando guadagni facili a fatica zero e che, d’un tratto, avevano visto svanire il Paese dei Balocchi. Anche la mia società era in difficoltà e il proprietario londinese nel giugno 2002 mi chiese di trasferirmi nella capitale inglese: «seguirai da qui i clienti italiani. Ma non dirlo loro, oggi tutti hanno paura. Potremmo perderli. Fingi di essere ancora in ufficio in Italia, tienili buoni e prometti tempi migliori». Ho eseguito con scene imbarazzanti che non vi dico. Finché si parlava di lavoro, no problem, tutto ok. Ma quando si iniziava a chiacchierare del tempo o del traffico… «Che caldo oggi a Milano»; «ma che dice? È da stamattina che piove». Oppure: «Oggi la linea 2 della metropolitana era affollatissima…»; «beh, bastava fare il giro con la 11». Questo giochetto è durato 9 mesi. Per 9 mesi ho raccontato balle. Intanto le aziende chiudevano, ragazzi che hanno avuto la mia storia hanno smesso i panni dei manager, si son tolti la cravatta e hanno ricominciato a circolare in t-shirt. La mia società ha perso il 65% dei clienti. Ed è stata una di quelle cui è andata bene. Mi son fatto una cultura su come gli avvocati scrivono le lettere che annunciano la bancarotta.

I ragazzi dello zoo di Internet
In quanti si sono buttati su Internet credendo di aver trovato il Paese di Bengodi? In tanti. In quanti si sono trovati con le pezze sul sedere? In tanti. In quanti hanno capito che si poteva ricominciare? In pochi. Pochissimi. La new economy oggi, se sei stato fortunato, è un brutto ricordo. Altrimenti è un incubo. Mi ricordo di società che, all’apice del boom, affittavano capannoni per piazzarci tastiere e monitor, palestre, forni a legna, brandine per offrire a giovanotti come me la casa e l’ufficio. Vita da Wall Street e via. La coppia standard era: imprenditore-squalo-che-gioca-in-borsa con giovane-smanettone-ingenuo. Tanto è stato veloce l’ascesa quanto rovinosa la caduta. Molti si sono frantumati i neuroni, molti sono scappati. Oggi la fase difficile è passata, il mercato si è stabilizzato, non basta più dire: “ho un’idea”. Serve la polpa, di fumo ne abbiamo respirato abbastanza. C’è stata una selezione della specie. Io sono l’animale che ne è uscito. Ma se mio padre quel giorno non mi avesse aperto la porta, oggi sarei una specie protetta in qualche zoo per disgraziati.

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