Miracolo a Milano

Di Rodolfo Casadei
13 Settembre 2000
A Baltimora gli esperimenti a base di cellule embrionali hanno causato tumori nel 15 per cento delle cavie, invece a Londra le cellule staminali prodotte dalla "fabbrica delle cellule" presso il Centro trasfusionale del Policlinico di Milano si sono dimostrate efficaci senza controindicazioni. La "banca del sangue placentare" di Milano, numero uno in Europa, ha già salvato 103 malati di leucemia nel mondo, e ora le sue cellule staminali potrebbero diventare la risorsa terapeutica del secolo. Ma la grancassa politico-ideologico-mediatica preferisce far passare l'idea che l'unico futuro possibile consiste nella vampirizzare gli embrioni.

I vapori dell’azoto liquido traboccano dal contenitore e scendono ondeggiando verso terra come cosa viva, quasi fossero la nuvola animata di un filtro magico, ma il ronzio dei ventilatori che a intervalli fissi di 12 minuti ripristinano le condizioni atmosferiche ottimali riporta inflessibilmente alla modernissima realtà. Non ci sono storte né alambicchi, non siamo nell’antro alchemico di mago Merlino, ma nel sotterraneo del Centro Trasfusionale e di Immunologia dei Trapianti del Policlinico di Milano, dove sta per essere trasferita l’intera struttura della Milano Cord Blood Bank, la prima banca di sangue placentare d’Europa, avviata nel 1993, subito dopo quella di New York e subito prima di quella di Düsseldorf, dal primario di immunologia prof. Girolamo Sirchia. Nella cavità del contenitore speciale da cui fuoriescono i vapori -l’unico aperto per un’operazione in corso fra i tanti, grandi come botti, ordinati in varie file sul pavimento dell’interrato- si scorgono decine di buste trasparenti di plastica compatte e nerastre immerse nella nebbia gelata: sono le sacche del sangue placentare che affluisce qui da 23 reparti di maternità di altrettanti ospedali di Lombardia (17), Emilia-Romagna e Trentino Alto-Adige, donato dalle puerpere che ivi hanno partorito, e viene conservato a 196 gradi sotto zero in attesa di richieste. Da qui infatti il sangue riparte, dopo gli opportuni trattamenti e chiuso dentro a cestoni che lo conservano intatto per 48 ore a 125 gradi sottozero, per i centri di trapianto ematico di tutto il mondo, dove in molti casi è atteso come l’unica possibilità di salvezza per malati leucemici all’ultimo stadio, soprattutto bambini. Il sangue placentare, infatti, è ricco di cellule staminali del midollo osseo, cioè le cellule -indispensabili per la vita- che producono il sangue; nei malati leucemici, a causa della malattia e degli effetti collaterali della chemioterapia, tendono a scomparire. Il trapianto ematico (che in realtà è un’iniezione) permette di ristabilire la “fabbrica del sangue” nell’organismo del malato e di aumentare enormemente le probabilità di sopravvivenza.

Banca del sangue di Milano, pronto soccorso planetario
“Con questa tecnica -spiega il dott. Paolo Rebulla, il vice del prof. Sirchia- dal ’93 ad oggi sono già stati effettuati 1.500 interventi in tutto il mondo. Noi abbiamo contribuito col nostro sangue in 103 casi, rispondendo più della metà delle volte a richieste dall’estero, soprattutto Europa e Stati Uniti. I risultati, in termini di successi e insuccessi, sono in linea con quelli delle terapie tradizionali (il trapianto di midollo osseo da donatore – ndr), ma le possibilità per intervenire sono più numerose: per effettuare un trapianto di midollo, è indispensabile soddisfare 6 criteri di compatibilità su 6, invece per innestare cellule staminali da sangue placentare è sufficiente soddisfare 4 criteri di compatibilità su 6”.

La banca del sangue placentare di Milano è una delle più grandi del mondo: ogni giorno affluiscono una decina di campioni dagli ospedali di cui si diceva sopra, e lo stock medio è attorno ai 4.500 campioni, quasi il 10 per cento di tutte le unità di sangue placentare conservate nel mondo, che sono attorno alle 50 mila. Con l’installazione e l’entrata in funzione nell’aprile scorso presso il centro della “cell factory”, letteralmente la “fabbrica delle cellule”, Sirchia, Rebulla e il loro gruppo di lavoro che riunisce medici di varie università stanno lavorando all’espansione delle cellule staminali prelevate dal sangue placentare, cioè alla loro proliferazione senza che perdano le caratteristiche originarie. L’obiettivo, insomma, è la produzione artificiale su grande scala di cellule staminali dotate delle stessissime caratteristiche emopoietiche (cioè di produzione del sangue) di quelle prelevate direttamente dal sangue placentare. Uno dei problemi del trapianto ematico antileucemia, infatti, è che le cellule staminali dell’unità di sangue placentare che si può usare per un determinato soggetto non sono molto numerose, per cui si è costretti a intervenire con speranze di successo quasi soltanto su malati bambini, perché in essi il peso corporeo non supera le capacità delle cellule staminali che vengono immesse. Ma se le cellule fossero più abbondanti in quantità senza perdere in efficienza, anche gli adulti potrebbero più facilmente trarre beneficio dalla terapia.

La frontiera del futuro: riprodurre i tessuti degli organi
Oggi però le cellule staminali sono al centro dell’attenzione anche per ragioni molto diverse e lontane dall’interesse per le nuove forme di lotta alla leucemia. A metà di agosto Tony Blair e Bill Clinton hanno annunciato che Regno Unito e Stati Uniti si preparavano ad autorizzare esperimenti su embrioni umani -a cominciare da quelli “in sovrappiù” derivati da interventi di fecondazione assistita e conservati nelle celle frigorifere delle cliniche in cui gli interventi erano avvenuti- a motivo delle straordinarie prospettive terapeutiche che la manipolazione dei medesimi aprirebbe. Fra le reazioni degli esperti che hanno commentato il controverso exploit anglo-americano c’è stata anche quella di chi ha detto: “possiamo, in prospettiva, ottenere gli stessi risultati terapeutici senza avventurarci nel ginepraio etico della manipolazione di embrioni sviluppando le ricerche sulle cellule staminali degli esseri umani già viventi”. Si sono espressi in questo senso luminari di diversa estrazione culturale e religiosa come il genetista Edoardo Boncinelli, i trapiantologi Raffaello Cortesini e Ignazio Marino, il premio Nobel per la medicina Rita Levi Montalcini e naturalmente gli ematologi Girolamo Sirchia, il “padre” della “banca del sangue placentare” di Milano, e Paolo Rebulla, il responsabile della sua “cell factory”. Spiega quest’ultimo: “Recenti scoperte hanno dimostrato che le cellule staminali hanno una certa plasticità, cioè poste in determinate condizioni si sviluppano verso famiglie di cellule diverse da quelle verso cui si sarebbero naturalmente orientate. E’ questo è vero soprattutto per le cellule staminali del sangue placentare, più versatili e malleabili di quelle presenti negli organismi adulti. Il loro compito naturale è di produrre il sangue, ma poste in un ambiente di cellule stromali (cellule che fanno da “fodera”, per così dire, alle cellule staminali -ndr) di altro tessuto, le cellule staminali tendono a orientarsi a produrre quel tessuto. In futuro, insomma, potremo produrre tessuti nervosi, tessuti epatici, tessuti del muscolo cardiaco, ecc. a partire da cellule staminali emopoietiche. Cioè potremo “riparare” -qui sta l’applicazione terapeutica- cuore, fegato, sistema nervoso, ecc. con iniezioni di cellule staminali”.

Embrionali contro staminali: un dibattito adulterato
Le “terapie embrionali” prefigurate dal rapporto della Commissione Donaldson vanno nella stessa direzione: rivitalizzare organi malati con prodotti cellulari derivanti dagli embrioni. I sostenitori di questo approccio, dopo aver saltato a pié pari la questione dell’inaccettabilità morale del sacrificio degli embrioni, danno sulla voce ai fautori delle “terapie staminali” sostenendo che gli embrioni sono molto più plastici, versatili ed efficaci delle cellule staminali placentari, e che non avrebbero bisogno di essere fatti “regredire” prima di essere utilizzati terapeuticamente, come è invece il caso delle cellule staminali emopoietiche. Sulla questione il prof. Sirchia non è affatto d’accordo (vedi l’intervista alla pagina seguente), ma l’atto di accusa più grave contro i sostenitori dell’uso degli embrioni lo solleva il prof. Peter Wernett, direttore dell’Istituto per la diagnostica dei trapianti di Düsseldorf e della locale “banca del sangue placentare”, che ha uno stretto rapporto di collaborazione col centro milanese: “Dicono che le cellule embrionali hanno maggiori potenzialità di quelle staminali? Oh, sì. Le cellule embrionali sono talmente potenti che producono tumori. A Baltimora sono già stati condotti esperimenti introducendo cellule embrionali umane in cavie, e il risultato è stato che nel 15% dei casi si sono sviluppati tumori della varietà teratoma. Le cellule embrionali sono, per così dire, meno “educate” di quelle staminali e quindi destinate a dare più problemi”.

Ben altri risultati possono vantare gli esperimenti condotti dal centro milanese in collaborazione col dott. Adrian Thrasher dello University College di Londra: trapiantate su cavie, le cellule staminali espanse in laboratorio hanno dimostrato un’intatta capacità emopoietica, continuando a produrre sangue umano. Una grande speranza per i malati di leucemia e una conferma che la strada delle staminali può essere battuta anche alla ricerca di altre avveniristiche terapie: le cellule staminali placentari sono, per esempio, ottimi vettori per terapie geniche. A meno che qualche finto illuminista non si metta di traverso.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.