Mito (Onu) del buon servaggio
Quando si pensa ai diritti dei bambini vengono in mente le foto di bambini-soldato costretti a maneggiare un mitra, le notizie della nave-fantasma del Benin che non si è mai saputo bene se avesse o no quei 250 bambini schiavi, le statistiche sui bambini sfruttati nelle fabbriche del terzo mondo, i “ninos de rua” in fuga dagli “squadroni della morte”, le foto di bambini affamati nei paesi poveri e, più orrendo di tutti, le voci della vendita degli organi di bambini di famiglie povere per i trapianti in occidente. Per proteggere i bambini da queste situazioni una formulazione di principi è scontata e sacrosanta. Il problema è come farli rispettare in quei paesi dove le atrocità avvengono. Perché in occidente le leggi ci sono già tutte, e se non ci sono è perché certe pratiche, come la coscrizione dei bambini, non avvengono proprio. Di qui l’assurdità di volere una legge unica per tutto il variegato pianeta. La “Convenzione sui diritti dei bambini”, adottata dalle Nazioni Unite nel 1989 e prossima ad essere aggiornata al vertice Onu che si terrà il 19 settembre prossimo a New York, riconosce ad esempio ai bambini i seguenti diritti specifici: il diritto di esprimere liberamente i propri punti di vista su ogni argomento; il diritto di cercare, ricevere e impartire informazioni e idee di ogni tipo; il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione; il diritto alla libertà di associazione e assembramento pacifico; il diritto alla privacy in famiglia, a casa o nella corrispondenza; il diritto di avere accesso alle informazioni da fonti nazionali e internazionali sui media; il diritto di far uso della propria lingua; il diritto al riposo e al tempo libero e il diritto di partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.
Ordine dei tutori
Che significato si vuol far assumere in occidente a tutti questi diritti, che finora competeva ai genitori di concedere, e di volta in volta? Come saranno fatti rispettare e contro chi? È a questo che si riferiva Livia Turco quando auspicava un «difensore civico» per i bambini? Proviamo a immaginare delle applicazioni pratiche. Un bambino può forse rifiutarsi di fare i compiti perché ciò contraddice al suo diritto al riposo e al tempo libero? Un bambino può accampare il diritto di dire quello che vuole ai propri genitori? Un bambino straniero potrà rifiutarsi di parlare italiano in una scuola italiana? Un’agenzia statale potrà aiutare il bambino a entrare in una setta o a scegliere una fede diversa da quella dei genitori?
E fate la prova a vedere se riuscite a far staccare vostro figlio dalla televisione dopo che gli avranno spiegato che ha diritto di sentire i dispacci dei media nazionali e internazionali. Si dirà che nessuno di questi casi si avvererà, per un fatto di comune buon senso. Ma come sempre, quando si tratta di dare spallate alla tradizione occidentale, in prima linea c’è subito l’Italia, dove l’Unicef ha trovato un energico alleato nell’Ordine dei giornalisti. Davanti al bene dei bambini, l’Ordine dei giornalisti italiani mostra oggi di avere pochi dubbi. Lo scorso maggio ha stipulato un protocollo d’Intesa con l’Unicef-Italia che si rivolge direttamente ai bambini ignorando il ruolo dei genitori ancora di più di quanto si azzardi a fare la stessa “Convenzione”, che a un certo punto i genitori li menziona pure. L’Ordine invece dichiara la sua sorprendente «certezza che i diritti dei bambini devono diventare i doveri dei governi e dei cittadini», e propende decisamente per «interventi, legislativi o culturali» che evitino la «censura e riduzione del flusso informativo subito dai bambini e dagli adolescenti». Il comunicato dell’Ordine non menziona i genitori, ma la loro presenza qui viene evocata decisamente, intesa naturalmente in termini negativi. Chi altro, infatti, in democrazia, se non i genitori, può preoccuparsi troppo della “videodipendenza” dei bambini e permettersi addirittura di “censurare” e limitare il loro “flusso informativo”? Per fortuna, a vigilare perché non si riduca il rapporto tra bambini e informazione «esclusivamente a un aspetto di tutela, più o meno censori», oggi c’è l’Ordine dei giornalisti, che porrà mano al «potenziamento delle occasioni e degli strumenti d’informazione che bambini e adolescenti possono utilizzare», ed educherà a questo scopo i giornalisti con corsi di formazione, campagne di sensibilizzazione e stage nelle redazioni.
Star bene con se stessi
Così abbiamo l’Italia ancora una volta orgogliosamente all’avanguardia, paradigma sulla scena internazionale di ogni apertura politicamente corretta. Dalle porte della scuola spalancate a tutte le agenzie educatrici possibili e immaginabili, facciamo un altro passo avanti e spalanchiamo anche le case private a tutte le possibili agenzie informative. Oggi c’è l’abitudine di tirare in ballo il Vangelo per corroborare ogni sorta di “buonismo”, specie quando si vuol spingere i cattolici a comportarsi in un certo modo inchiodandoli a principi della loro fede opportunamente travisati. Vorrei sottrarre quindi il presente articolo alle interpretazioni parziali, ad esempio, del «lasciate che i bambini vengano a me». Nella Sacra Scrittura non c’è infatti da nessuna parte l’atteggiamento romantico-primitivo che vede i bambini come non ancora corrotti e resi cinici dalla società e quindi sempre buoni, saggi e senza peccato. Gesù Cristo predilige i bambini perché sono capaci di fidarsi totalmente, di amare senza sospetti e di credere senza porsi dei dubbi, creta plasmabile nelle mani del vasaio. Dagli adulti, e in primo luogo dai genitori, i bambini di tutto il mondo si aspettano protezione. Negli adulti, e in primo luogo nei genitori, trovano la sicurezza di un modello e di una guida. Per questo è gravissimo caricarli delle responsabilità che competono agli adulti, trattandoli da “saggi” quando non sanno ancora nulla, invitandoli a farsi strada da soli nel “flusso informativo”, spingendoli a non farsi condizionare da regole repressive e lasciandoli senza modelli, guide e precetti al di là dell’invito all’autostima e allo “star bene con se stessi”, che oggi, fra i pedagoghi di professione, vanno per la maggiore.
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