Molto evoluti ma disperati
Gli intellettualoni sulle pagine patinate di settimanali e magazine, gli ignorantoni dal palco del concerto del Primo maggio irridono i valori tradizionali che la Chiesa afferma e difende, ma le statistiche e le ricerche scientifiche lo dicono con l’obiettività fredda e chirurgica delle analisi sociologiche: Dio e famiglia proteggono da quella piaga che va sotto il nome di suicidio, divorzi e incredulità accompagnano la sua espansione. Negli ultimi vent’anni i tassi di suicidio hanno conosciuto una flessione in Europa (del 15 per cento fra gli uomini, del 30 fra le donne), ma non tanto da cancellare un’evidenza: là dove la famiglia è più solida e la fede più praticata, generalmente il suicidio è più raro, e viceversa. «La relazione fra divorzio e suicidio, perfettamente individuata nel XIX secolo, si mantiene nel XX a disponibilità di reddito costante», scrivono Christian Baudelot e Roger Establet nel loro libro Suicide. L’envers de notre monde. «Si tratta di una relazione molto robusta, in quanto il legame fra i due fenomeni nel 1995 risultava tanto forte quanto un secolo prima». E ancora: «La socievolezza, la fiducia negli altri, la fede in Dio diminuiscono, a parità di tutti gli altri fattori, i rischi di suicidio; la frequenza del divorzio li aumenta; la ricchezza per abitante ha un effetto protettore. (.) La conferma di un legame forte fra il suicidio e le forme di emancipazione dai valori tradizionali (agnosticismo, divorzio, ecc.) spiega il fatto che nei paesi sviluppati, anche durante i periodi di crescita, il suicidio si mantiene a un livello elevato e non ritrova mai i valori deboli fra i quali oscillava prima della rivoluzione industriale del XIX secolo. Lo sviluppo dell’individualismo, che è allo stesso tempo una delle conseguenze e una delle condizioni dello sviluppo economico capitalista, è certamente portatore di fattori favorevoli al suicidio». Questi giudizi sono tanto più importanti in quanto arrivano da due sociologi marxisteggianti, che per tutta la lunghezza del libro, apparso l’anno scorso, sottolineano le cause di ordine socio-economico del suicidio e correggono una delle tesi di fondo dell’opera sociologica capostipite sull’argomento: Le suicide, scritta da Emile Durkheim nel 1897. Oggi non sarebbe più vero, come scriveva il sociologo francese delle origini, che «la miseria protegge dal suicidio», ma semmai il contrario: il maggior numero dei suicidi si riscontra infatti nei paesi dell’Est e fra gli strati più bassi o economicamente precari delle società ricche. L’analisi di Durkheim resta vera solo per i paesi di recente industrializzazione come Cina e India, dove la crescita della ricchezza si accompagna all’aumento dei suicidi fra gli stessi arricchiti. L’alto tasso di suicidi ancora prevalente in Europa andrebbe attribuito, fra le altre cose, alla precarietà del lavoro e delle prospettive economiche conseguenza della ristrutturazione neoliberale delle economie dopo lo choc petrolifero del 1973.
Il divorzio c’entra
Quel che Baudelot ed Establet scrivono circa l’influenza del divorzio e della precarietà dei legami familiari sull’uccisione di sé lo ritroviamo abbastanza puntualmente nelle statistiche europee. Date un’occhiata alle tabelle proposte a pagina 39, basate su dati Eurostat. Vedrete che dei dieci paesi dell’Unione Europea dove i tassi di suicidio fra i maschi di età compresa fra i 20 e i 44 anni sono più alti, ben quattro registrano tre o più divorzi ogni mille persone all’anno e solo uno meno di due; mentre dei dieci paesi dove i tassi di suicidio fra i maschi sono più bassi nessuno registra tre o più divorzi ogni mille persone, ma ben quattro ne registrano meno di due. Abbastanza simile è la situazione per quanto riguarda i figli nati fuori dal matrimonio: di solito dove sono molto numerosi anche i tassi di suicidio sono alti. In otto dei dieci paesi dove i tassi di suicidio dei maschi tra i 20 e i 44 anni sono più alti il numero dei figli che nascono fuori dal matrimonio è superiore al 30 per cento del totale; ma fra i dieci paesi dove il tasso di suicidi è più basso solo quattro superano quota 30 per cento di figli extramatrimoniali.
Valutazioni analoghe si possono fare riguardo al rapporto fra suicidi e pratica religiosa. I World Values Survey (Wvs) inaugurati nel 1981 da Ronald Inglehart confermano anno dopo anno che i suicidi sono più frequenti dove la pratica religiosa è più bassa, mentre sono più rari dove la religione è maggiormente tenuta in considerazione. Secondo il Wvs del 1995 nessun paese con tasso di pratica religiosa superiore al 40 per cento presenta un tasso di suicidio maschile pari o superiore a 30 ogni 100 mila, con l’eccezione della Svizzera; sotto tale soglia, invece, i paesi ad alto tasso di suicidi sono numerosi: Francia, Finlandia, Slovenia, Ungheria, Bielorussia, Lettonia e Russia. Fra i paesi a basso tasso di suicidi maschili (10 o meno ogni 100 mila) uno solo presenta bassa pratica religiosa: il Regno Unito; tutti gli altri (Spagna, Italia, Cile, Argentina, Brasile, Messico, Zimbabwe, Irlanda del Nord e India) hanno tassi di pratica religiosa pari o superiori al 40 per cento. Confermano Baudelot ed Establet: «I paesi ricchi che hanno conservato tassi di pratica elevati, in particolare gli Stati Uniti, hanno tassi di suicidio relativamente bassi, mentre i paesi poveri che, per eccezione, hanno tassi di pratica poco elevati, hanno anche tassi di suicidio molto forti: è il caso dei paesi dell’Est. Il Giappone, la Finlandia e la Norvegia, paesi molto ricchi, hanno tassi di pratica bassi e tassi di suicidio elevati».
Nuove generazioni a rischio
Naturalmente non tutto è trasparente e facilmente giudicabile nel mondo dei suicidi. Le ragioni della recente flessione in Europa non sono ancora elucidate. Lo European Journal of Public Health, che analizzava la tendenza in un articolo scientifico del 2003, includeva fra le principali ragioni della diminuzione «una minore disponibilità di strumenti per commettere suicidio (controllo delle armi da fuoco, ma anche detossificazione del gas domestico e catalizzazione dei veicoli). È possibile, ma ancora in discussione, che un ruolo favorevole sia stato esercitato dalla diffusione di farmaci antidepressivi».
L’altro fenomeno su cui molto si discute sono gli alti tassi di suicidio fra i giovani e gli adulti, un fenomeno storicamente recente. Scrivono Baudelot ed Establet: «L’ultimo quarto del XX secolo ha rovesciato una relazione che più di 150 anni di statistiche mondiali avevano spinto a considerare come un dato universale: la crescita regolare del tasso di suicidio con l’età». Da sempre, insomma, il fenomeno prevaleva più fra le persone anziane, indebolite nel fisico e nello spirito dalla perdita di salute e di relazioni affettive, impoverite dal fatto di non poter più lavorare, che fra i giovani o gli adulti lavoratori. Poi le cose sono cambiate: «Nel corso degli anni Settanta questa bella istituzione vecchia di un secolo si guasta brutalmente sotto i colpi di un doppio movimento: il suicidio dei giovani aumenta, quello degli anziani diminuisce. (.) L’inversione della tendenza negli Stati Uniti prende addirittura una velocità spettacolare, che porta all’uniformità dei tassi. Il tasso di suicidio dei giovani fra i 15 e i 24 anni è triplicato nella seconda metà del XX secolo mentre, nello stesso periodo, il suicidio delle persone anziane e degli adulti è diminuito. (.) Il movimento va nello stesso senso in Francia. Il suicidio dei giovani cresce e nello stesso tempo diminuisce quello delle persone anziane: mentre nel 1950 i 65-74enni si suicidavano quasi cinque volte più spesso che i 25-34enni, il rapporto scende a 1,5 nel 1995». La spiegazione del fenomeno che i due sociologi tendono a dare è di tipo socio-economico: nel welfare state post choc petrolifero gli anziani sarebbero molto più protetti dei giovani, e questa situazione inedita avrebbe un impatto anche sulla decisione di rinunciare alla vita.
Il ruolo del matrimonio e dei figli
Si potrebbe però notare anche un altro fatto: l’aumento dei suicidi fra i giovani interviene in un momento di estrema fragilità della famiglia; negli Stati Uniti, negli anni Novanta, si è registrato un divorzio ogni due nuovi matrimoni all’anno. Più o meno come in Europa: nel 2004 l’Unione a 25 ha registrato 2 milioni e 178 mila matrimoni contro 956 mila divorzi. E non solo. Se andiamo a vedere l’andamento dei suicidi femminili in un paese come l’Olanda notiamo un fenomeno che ha dell’eccezionale: nel 2000 la classe d’età che vantava il tasso più alto era quella delle 45-49enni. Nel 1950 questo gruppo era nettamente alle spalle delle 65-79enni e delle donne oltre gli 85 anni. Cosa è accaduto di così devastante nella vita di queste donne di un paese benestante e progressista per spingerle a un tasso di suicidio assolutamente inedito, soprattutto in rapporto con le altri classi d’età? Sarà un caso, ma si tratta proprio delle donne che erano adolescenti negli anni Sessanta, quelli della liberazione sessuale e del Sessantotto. «Tutte le evoluzioni che indeboliscono la forza dei legami familiari tradizionali giocano in favore del suicidio. Il matrimonio, il numero dei figli esercitano un ruolo di protezione nei confronti del suicidio». Scritto da due sociologi laici come Baudelot ed Establet, e non dal cardinal Ruini o da monsignor Bagnasco, fa un certo effetto.
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