Monopolio di Stato
Tra gli slogan più insistenti in queste settimane di occupazioni certamente i più gettonati erano quelli che rifiutavano “la scuola dei ghetti” e inneggiavano alla “scuola pluralista e multiculturale”, contro “la scuola globalizzata dei privilegi e dei ricchi” e a favore “la scuola di tutti”. Ma siamo sicuri che sia proprio la scuola di tutti? O piuttosto che non sia la scuola di qualcuno più che di qualcun altro? Per esempio: non solo nella coloratissima manifestazione di sabato scorso del genere “che bello, una chitarra, quattro amici, uno spinello” (e un cartone di tavernello), ma in tutti i dibattiti, dai più periferici alle tribune televisive, i sindacati si sono mostrati come i più strenui difensori del baluardo statalista. Puro interesse per l’educazione pluralista, o qualcosa di più concreto? Abbiamo provato a fare due conti per quantificare la passione che, tra tessere, corsi, pubblicazioni e strutture di partito, lega la Triplice alla scuola. Un calcolo necessariamente approssimativo poiché nessun sindacato ha bilanci analitici e, soprattutto, godendo di ampie agevolazioni fiscali per cui, per esempio, non hanno la partita Iva ma solo il codice fiscale, non hanno libri cassa. Ma anche solo qualche “conto della serva”, come si dice, può contribuire alla chiarezza più di molte analisi.
Tessere e miliardi Per il tesseramento i sindacati trattengono lo 0,50% dello stipendio lordo dei loro iscritti: in media sono 15-16mila lire al mese per tredici mensilità all’anno. Ora, secondo i dati dell’Aran (l’agenzia che stipula i contratti per il governo) relativi all’ultima rilevazione del dicembre 1998 (ma diffusi solo poche settimane fa) la Cisl scuola ha 136.299 iscritti, lo Snals 99.370, Cgil 76.245, la Uil 37.649. In realtà, se quelli dell’Aran sono i dati ufficiali è notorio che il numero degli iscritti reali è maggiore perché non tutti pagano l’iscrizione attraverso la trattenuta sullo stipendio o perché sono precari o supplenti, o perché preferiscono iscriversi direttamente, pagando in contanti, alla sede del sindacato. E, infatti, se i dati Aran attribuiscono alla Cgil scuola 76mila iscritti, il sito Internet dello stesso sindacato dichiara 98.834 iscritti. Comunque, considerando per tutte le organizzazioni, i soli dati Aran ne deriva che la cifra incassata ogni anno grazie alle tessere è (considerando per tutti una trattenuta di 15mila lire: una stima al ribasso considerato che è calcolata in base allo stipendio percepito) di oltre 26 miliardi e mezzo per la Cisl, di oltre 19 miliardi e 300 milioni per lo Snals (a titolo informativo osserviamo che nel bilancio preventivo per il 2000 lo Snals prevede entrate ordinarie per 7 miliardi e 300 milioni), di oltre 14 miliardi e 800 milioni (oltre 19 miliardi, quindi, secondo il sito internet) per la Cgil scuola e di oltre 7 miliardi e 300 milioni per la Uil. Per quanto concerne la disdetta della tessera sindacale, attualmente (dopo il relativo referendum sulla trattenuta in busta paga delle quote sindacali) il meccanismo è semplice: basta spedire (raccomandata con ricevuta di ritorno), in carta libera, alla direzione provinciale del tesoro la richiesta di interrompere il prelievo. Semmai il problema è la poca informazione in materia: se, infatti, è molto efficiente il meccanismo che permette il passaggio, con relativa quota di iscrizione, da un sindacato a un altro (è la nuova organizzazione cui ci si iscrive a preoccuparsi che tutto funzioni al meglio ed esistono specifici moduli prestampati), ovviamente nessun sindacato ha, invece, il minimo interesse ha fornire informazioni a coloro che intendono abbandonare definitivamente il sindacato.
Corsi, concorsi e decine di miliardi Una seconda e cospicua fonte di entrata sono i corsi di formazione. A questo proposito particolarmente scandalose erano le conseguenze del penultimo contratto che stabiliva passaggi da una fascia stipendiale a un’altra ogni sei anni con l’unico obbligo di partecipare a corsi di formazione per un totale di cento ore nei sei anni. “Senza alcun controllo, si badi – spiega Sandro Gigliotti, segretario nazionale della Gilda degli insegnanti – o verifica finale. L’unico elemento pregiudiziale era la semplice frequenza magari spesa a leggere il giornale. Fummo proprio noi della Gilda a proporre che almeno fossero previste delle verifiche finali sui corsi effettuati, ma ci fu risposto in coro che non se ne parlava nemmeno”. E si può capire perché: in media questi corsi costano tra le 200 e le 300mila lire, mentre i docenti della scuola italiana sono circa 900mila. “Mettiamo – continua Gigliotti – che solo il 30% dei corsi avvenisse a pagamento, si trattava comunque di un giro d’affari sui 70 miliardi all’anno (considerando un terzo dei docenti, 300mila, per una media di 250mila lire a corso, sarebbero 75 miliardi, ndr). Se di questo 30% dei corsi anche solo il 50% era gestito da agenzie formative dei sindacati, si trattava comunque della bella cifra di circa 35miliardi”. Anche Berlinguer si dev’essere reso conto che tutto ciò non era quanto di meglio si potesse organizzare: “E, infatti, su specifica sollecitazione della Gilda ha cancellato dall’ultimo contratto questi corsi obbligatori che spingevano gli insegnanti, per accedere ai salti stipendiali, a scegliere quello più comodo e meno impegnativo: si verificò perfino il caso di corsi di bridge o sui leoni della savana”. Ovviamente, però, i corsi di formazione esistono ancora e se è ipotizzabile che si tratti di lezioni più serie, dal momento che vengono liberamente scelte (e pagate) da chi le frequenta, quello della formazione resta comunque un settore di lauti guadagni per le agenzie formative dei sindacati. Basti pensare al concorso ordinario che si sta svolgendo in questi mesi e sta coinvolgendo circa 2 milioni di insegnanti (c’è chi dice anche di più). Quasi tutti, come ovvio hanno partecipato a corsi di formazione i quali sono in gran parte organizzati dai sindacati. Anche in questo caso consideriamo che la metà degli insegnanti, 1 milione quindi, abbiano frequentato i corsi che, per 40-50 ore di lezioni costano in media mezzo milione a testa (soprattutto per la preparazione al concorso per le elementari e le materne, gestiti in gran parte dalla Cisl che nelle scuole primarie ha il suo zoccolo duro, si sono tenuti corsi del costo di 800-900mila lire), più ovviamente l’iscrizione al sindacato: totale 500 miliardi da dividersi tra tutte le organizzazioni, più il costo delle tessere (il tutto sulle spalle di molti disoccupati e spesso senza ricevuta). Ovviamente molti di questi soldi sono serviti a pagare gli insegnanti che hanno tenuto le lezioni, ma la cifra lascia intendere quale sia il giro d’affari.
Centri studi, libri… e miliardi C’è poi il capitolo dei centri studi. Si tratta di istituti riconducibili ai sindacati che di solito si occupano di ricerca didattica, dell’organizzazione di incontri e della pubblicazione di testi e dispense. In questo caso è pressoché impossibile quantificare il giro d’affari perché spesso si tratta di centri o circoli culturali non ufficialmente (anche se strettamente) legati ai sindacati. Chiunque però abbia frequentazione con il mondo scolastico sa quale e quanta sia l’attività formativa ed editoriale di questi circoli (spesso, peraltro, di buona qualità). Anche perché, a detta di molti, è proprio sull’attività editoriale che si concentra gran parte del guadagno netto dei sindacati: come ovvio, infatti, gli insegnanti dei corsi fanno lezione sui testi editi dai centri studi dei sindacati. A questo punto è possibile stilare solo calcoli ipotetici: il costo medio di queste pubblicazioni varia dalle 30 alle 60mila lire; per un testo del costo di 40mila lire venduto in qualche decina di migliaia di copie si ha già una resa miliardaria (per esempio: 40.000X50.000 copie=2 miliardi).
Distacchi ed esoneri (e miliardi) C’è, infine, il capitolo dei cosiddetti “distacchi”, ovvero il caso di professori regolarmente pagati dal ministero che però, invece di insegnare svolgono attività sindacale a tempo pieno. Esistono varie forme di distacchi: “esoneri”, “semi-esoneri” “distacchi a pagamento” (è il caso, raro, in cui un insegnante non riceve più lo stipendio, ma continua ad avere i contributi versati pur facendo un altro lavoro. È raro perché poco utile per le stesse organizzazioni che non possono contare su sindacalisti a tempo pieno) e vengono distribuiti sulla base della rappresentatività dell’organizzazione, cioè delle tessere. Oltre ai dipendenti che usufruiscono degli esoneri sindacali (che nella scuola attualmente sono circa 800), esiste una sorta di “contenitore” che stabilisce un monte di ore di permesso sindacale equivalente a 90 minuti per ogni addetto del comparto. Si tratta di ore calcolate sul numero di addetti, ma appartenenti alle organizzazioni sindacali. Il comparto scuola ha oggi circa 900mila-1 milione di addetti: pertanto il contenitore racchiude almeno 81 milioni di minuti, ovvero 1 milione e 350mila ore di permessi sindacali oltre agli esoneri. Di fatto è invalsa la consuetudine di cumulare tali ore in modo da “costruire” un nuovo esonero: se per ottenere l’esonero di un anno di un insegnante servono un numero “x” di ore (calcolate in base alle ore lavorative alla settimana e alle settimane lavorative) tali ore si cumulano su di un prescelto e, invece di avere ore di permesso per i singoli sindacalisti per un dibattito, un’assemblea o altro, si “costruisce” un nuovo esonerato. Calcolando in circa 800 (20 ore settimanali per 40 settimane) le ore necessarie a costruire un esonerato, con l’oltre 1 milione e 300mila ore disponibili si possono avere altri 1500 esonerati a tempo pieno pagati dallo Stato, ma al servizio del sindacato. Di che risparmio si tratti per le amministrazioni sindacali è facile immaginare.
Fino al ’92 era possibile cumulare praticamente tutte le ore di permesso sindacale, poi il governo Amato decise di mettere fine a questa abitudine e, oltre a dimezzare gli esoneri sindacali, stabilì che tali ore non fossero più cumulabili, ma utilizzabili di volta in volta per specifiche attività.
“Nel ’96, però, appena salito al potere – spiega ancora Gigliotti – il governo Prodi riceve la richiesta di reintrodurre i cumuli di ore che, infatti vengono immediatamente ripristinati anche se non totalmente come in precedenza, ma solo in parte”.
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