Morality report. Viviamo nell’epoca dei denuncaitori di professione

Lo psichiatra e scrittore Alessandro Meluzzi ritiene che se tutte le umane vicende – dalle latrine alle camere da letto, dalle chiacchiere del salotto a quelle nel tinello – fossero registrate da telecamere «e poi messe in onda, come un reality ininterrotto, la società riscoprirebbe un minimo di rispetto per la dignità e il privato del prossimo». Meluzzi chiede a Tempi il beneficio di poter ragionare sul filo del paradosso, immaginando «un mondo che, come nel film “Minority report”, sappia prevenire persino le intenzioni così da precorrere ogni malaffare». La glasnost perfetta è vicina al realizzarsi, «anzi, s’è già realizzata». Ed essendo il corso irreversibile («prendiamo la vicenda intercettazioni: saranno sempre di più»), conviene allora accelerarlo, «fino al rebound, fino al punto di non ritorno, fino alla catastrofe. Poi ripartiranno coloro che sono stati in grado di formarsi degli anticorpi, come dopo la peste del 1628».
Jonathan Swift scrive nelle Istruzioni della servitù che «nessuno può reggere il giudizio del suo maggiordomo. Così nessuna società organizzata può reggere la trasposizione diretta della propria dimensione privata in quella pubblica. Tutte le chiese che stanno sotto il cielo sanno che le coscienze umane sono abitate dai sette vizi capitali e con i loro precetti cercano di porvi rimedio. Quando la chiesa diventa il codice penale e si comincia a confondere il tema della moralità con quello della legalità, allora si sprofonda nell’inferno. Le chiese del mondo hanno sempre tenute distinte le due sfere. Fino all’arrivo dei Pm». L’era della “morality report” vive sul viscerale presupposto «dello sputtanamento. Poiché non esistono più le pene e i processi terminano in bolle di sapone, l’unica pena è lo sputtanamento, pena delle pene, processo prima del processo». Il verdetto è già stato emesso grazie a questa sorta di ipertesto magico che sono le intercettazioni, le maldicenze, le pulsioni infami di una società «che oggi sente solo un bisogno: lo svago».

COME AL TEMPO DEI SICOFANTI
Secondo un sondaggio, il 75 per cento dei lettori di Repubblica è favorevole alla pubblicazione delle intercettazioni. Che l’uomo comune non sia capace della “raffinatezza” di potersi immedesimare in chi vede sfarinata la propria vita sull’inchiostro dei quotidiani «è roba da società cristiana. Oggi il volgo non più è capace di identificarsi nel dolore altrui. Se così fosse sarebbe un popolo convertito, sarebbe un popolo cristiano. Invece siamo alla fine dell’epoca di Pericle, nell’Atene governata dai sicofanti, i denunciatori di professione». (eb)

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