Moratoria o meno, l’aborto si deve combattere con politiche mirate

Di Reibman Yasha
10 Gennaio 2008

Parliamo di aborto. Sono d’accordo con quanti vogliano mettere in campo delle politiche per combattere il fenomeno. Lo dico anche riconoscendo come mia la motivazione spesso addotta dai sostenitori della libertà di scelta: ogni aborto rappresenta un dramma e un trauma per la donna. Proprio per questo, troverei di buon senso la realizzazione di politiche che consentissero di poter affrontare più serenamente la gravidanza. Come non sostenere, ad esempio, politiche che facilitino l’accesso agli asili nido o il riconoscimento di veri aiuti economici? Senza tirare in ballo i disoccupati, in Italia, le giovani libere professioniste hanno in maggioranza contratti lavorativi di collaborazione, quasi mai sono realmente assunte e non hanno quindi né un sostegno né la certezza di ritrovare lavoro dopo la gravidanza. Mi sembra poi indispensabile che vada pubblicizzata di più la possibilità di non riconoscere il bambino ed eventualmente si potrebbe pensare di velocizzare le adozioni.
Ma che fare di fronte a chi nonostante tutto intenda abortire? Ritenere che l’aborto sia un omicidio e fare su questo, e non sul diritto alla maternità, campagna politica fa pensare che si voglia togliere questa possibilità di scelta e che, coerentemente peraltro, si voglia penalizzare questo comportamento. Penalizzare nel senso letterale del termine, fare rientrare nel codice penale l’aborto, che per serietà dovrebbe essere equiparato ai reati maggiori e prevedere un consistente numero di anni di prigione. Insomma, chi davvero ritiene che l’aborto vada proibito deve mettere in conto di sbattere in galera un bel numero di persone. Non mi convince. Non mi convincerebbe nemmeno chi provasse a evocare l’equazione aborto=omicidio per ottenere una dichiarazione di principio da parte dello Stato. L’Italia è piena di leggi che all’articolo 1 invocano “valori”, salvo puntualmente tradirli negli articoli successivi: non è compito dello Stato “dichiarare”, bensì realizzare politiche concrete. Su queste, e probabilmente solo su queste, l’intesa è possibile.

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