Moravia di tutto di più

Di Peluso Dado
29 Novembre 2007
A cent'anni dalla nascita, ritratto senza incenso di un grande scrittore logorato dal vizietto del prezzemoloIl suo talento e le sue opere, essenziali per il nostro Novecento.E quell'irresistibile tentazione di farsi trovare sempre sotto i riflettori

Alberto Moravia, di cui si celebrano in questi giorni i cent’anni dalla nascita (avvenuta il 28 novembre 1907) è stato una personalità centrale per lunga posta della nostra cultura nazionale. Scrittore di punta, con tanto di debutto precocissimo nel 1929, a soli 22 anni, ma anche primo attore della società letteraria, esposto, peraltro, su altri fronti della vita pubblica. In effetti, il già molto maturo Gli indifferenti lo segnala da subito come un talento sicuro, fra i precursori della stagione dell’esistenzialismo. Lo scrittore si è sempre mostrato molto orgoglioso di questo primato, sottolineandolo appena possibile. Così nel 1978, in un libro intervista con Nello Ajello. Per l’occasione, dopo aver registrato il suo debito verso Fëdor Dostoevskij, autore amatissimo con cui si identificava «in maniera tale da ricavarne uno scoraggiamento spaventoso» (dato che aveva «espresso tutto ciò che volevo esprimere io, mi toglieva la voglia di scrivere»), Moravia arrivava al dunque presentandosi come «il primo esistenzialista d’Europa» grazie anche a quel modello di partenza, appunto lo scrittore russo, vero «fondatore dell’esistenzialismo» moderno. Largamente in anticipo quindi rispetto ai fondatori ufficiosi di quello stile filosofico letterario, i francesi Jean-Paul Sartre e Albert Camus. Un vanto non di poco conto davvero. Tipico del Moravia uomo di mondo piuttosto portato ad assolutizzare le proprie scelte, spesso aggiungendovi un pizzico di senno del poi.
Si diceva del debutto precoce e di livello. Una indubbia qualità che lo colloca abbastanza al centro della società colta del tempo. Una posizione invidiabile, puro enfant gaté, con scarsi obblighi verso i poteri ufficiali e il regime. Al giovane talento era consentito di varcare i confini patri con una certa frequenza e, con qualche inciampo non di particolare gravità, era permesso di scrivere su giornali e gazzette. Moravia era già uomo insieme curioso e ritroso. Tratti di personaggio e tratti caratteriali che gli permisero anche in seguito il privilegio di essere parte di ciò che successe ma anche di sentirsene contemporaneamente del tutto estraneo.
Un doppio registro che con il ritorno della democrazia si accentuò fortemente, tanto da farlo sentire a suo agio, ad esempio, nel dichiararsi ossessionato dallo stalinismo e, al contempo, amico dei comunisti e ammiratore di Mao. A proposito del dittatore cinese, sempre nel 1978 si spinse a sostenere, senza neppure una punta di autocontrollo critico, quanto segue: «La mia simpatia per Mao sta nel suo rispetto per la vita umana e nel suo modo di onorare i diritti del cittadino, intesi naturalmente alla maniera cinese». Non contento, poco dopo, si lasciava andare a una sorta di trasfigurazione mistico-lirica: «Mao ha sempre letto e applicato Marx in chiave confuciana. Assunto il potere, ha trasferito la lotta di classe dalla società. all’interno dell’uomo, nella psicologia individuale. L’ha fatta diventare un’aspirazione morale, quasi cristiana».
In effetti l’autore de Gli indifferenti fu una personalità piuttosto contraddittoria, ma con la mania di volere, costi quel che costi, risultare invece coerente e iper-logico in ogni suo pensiero e comportamento sia passato che presente. Una stortura evidente che, a un certo punto della sua carriera, probabilmente ne condizionò persino la creatività. In particolar modo quando, a partire dai primi anni Cinquanta, il suo ruolo pubblico crebbe e la sua presenza divenne una costante, talora ingombrante, del panorama letterario nazionale. Moravia era quasi un’icona presenzialista. Pronto a dire la sua sulla qualsiasi. Anche se spesso in una forma scostante, corrucciata e tendenzialmente annoiata.

Inflazionato, ma con decoro
Eppure i meriti letterari di Moravia rimangono forti e chiari, sebbene si arrestino perlopiù sul crinale degli anni Cinquanta. Innanzitutto è un vero costruttore di trame, in possesso di uno stile personale, con una sicura vocazione nell’intrattenere: «Sono nato narratore, affabulatore: da bambino quando ero solo raccontavo dei romanzi a me stesso, ad alta voce». Perciò una figura abbastanza anomala nel tessuto letterario italiano che vanta perlopiù prosatori mentre pochissimi sono i veri raccontatori. Insolita anche per formazione e gusti, piuttosto europei. Dotato di uno sguardo da alto borghese nei confronti del mondo che lo rende, positivamente, un fuori quota rispetto al grosso degli autori della sua generazione. Ha pubblicato inoltre libri importanti. Il suo punto di vista è così borghese da risultare, oggi, magari perfino “anti”. Accanto al conclamato decadentismo, suona un po’ datato, eppure sono almeno cinque o sei i testi moraviani da considerare imprescindibili per capire il Novecento italiano.
Si è detto de Gli indifferenti, debutto sicuramente di alto profilo, a cui vanno aggiunti almeno Agostino, il romanzo che lo rilancia dopo una lunga stagnazione lunga tutti gli anni Trenta, i Racconti romani, certi libri di viaggi. Se questi testi sono lo zenit della sua produzione, Moravia è stato anche un raro esempio di romanziere professionista del nostro universo letterario. Ha scritto molto con regolarità. Ha pubblicato libri sbagliati, figli troppo ravvicinati di quel suo presenzialismo un po’ maniacale di cui si parlava. Ma anche in questi casi si tratta di opere di notevole decoro, dove la scrittura è pur sempre di buona grana. Certo, Moravia è stato per molti un personaggio troppo sotto i riflettori, iper-esposto. Cresciuto da solitario, colpito presto da una grave malattia che lo aveva costretto a trascorrere praticamente l’intera adolescenza a letto, si è via via sempre di più accomodato nel mondo, prendendoci gusto. Eppure quell’esperienza giovanile lo aveva segnato, lasciandogli in eredità una certa scostanza. C’è effettivamente un andirivieni nel Moravia maturo, nello scrittore baciato dal successo, nell’uomo di potere che trova forse la sua spiegazione in quella malattia e quell’isolamento forzato. C’è una sete di esserci, di non perdere un’occasione, sia esistenziale che politico-letteraria che sa di eccessivo, eppure resta il tratto più visibile del personaggio pubblico.

Il flirt con il Sessantotto
Scrittore, a suo modo, razionalista e illuminista, Moravia aveva pretesa e vezzo di coltivare opinioni su ogni spezzone, ai suoi occhi rilevante, del presente. Erano spesso punti di vista ben costruiti eppure raramente lungimiranti. Dello svarione Mao si è detto. Ma il giudizio fuori quadro e all’acqua di rosa sul presidente cinese non fu episodio isolato. Quello che sostenne sul Sessantotto fu persino sconcertante. È il solito vizio di voler fissare e mettere in ordine, a tutti i costi, i fenomeni della cosiddetta varia attualità. Un vizio che talora si può allargare alla letteratura. Certe sue opinioni positive o negative su colleghi sembrano, ancora oggi, rispondere allo stesso movente: una passione quasi maniacale nel tenere sotto schiaffo l’universo, almeno quello che si ritiene di propria pertinenza. All’incirca una smania che ha pesato non poco su qualità e lucidità del narratore.

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