Morte a Venezia
Hanno fatto bene gli esponenti della Casa delle Libertà a disertare la Biennale. E meglio ha fatto il sottosegretario ai Beni Culturali Vittorio Sgarbi a dichiarare senza mezzi termini: «Venezia è una città morta. Diamo molti soldi a questo festival senza nessun ritorno. Biennale e mostre d’Arti Visive dimostrano segnali d’inquietante decadenza». Violenza, violenza, violenza. Anzi, di più: sadismo, pornografia, bestialità. Sono questi i cosiddetti temi che la Mostra di Venezia e i suoi accorti selezionatori hanno mostrato nelle pellicole delle prime giornate sul Lido. Ripetendo il malcostume dell’anno scorso quando, forse per compiacere al Gay Pride (o per reagire al Giubileo), la Mostra divenne vetrina dell’esibizionismo gratuito e delle pratiche omosessuali più spinte. Venezia insegue ancora il cosiddetto “scandalo”, divenuto in realtà una specie di barzelletta, resa sempre più noiosa dal vecchio trucco dell’uso dells sessualità e della violenza fine a se stesse come prezzemolo in qualsiasi storia e fine. Certo, gli organizzatori si difendono parlando del sesso come componente vitale e necessaria dell’esistenza e quindi presenza ineludibile nel cinema contemporaneo, o della violenza necessaria per denunciare i mali sociali. Cinema scandalo, cinema denuncia, cinema trasgressione. Balle. È solo cinema spazzatura. E in larga parte frutto dell’implosione, non solo politica, ma culturale (e forse anche un po’ mentale) di certo “Ulivo mondiale”. Così, ogni anno di più, il maggior evento cinematografico italiano diventa la vetrina per esibire una realtà disumana e agghiacciante. Beninteso, non siamo scandalizzati. Non siamo di quelli che si tappano gli occhi di fronte a scene di sangue e/o di sesso (anche se un certo pudore a volte non guasterebbe) e protestano nel nome di un concetto di moralità un po’ confuso. Siamo turbati di fronte al sempre più massiccio uso distorto del mezzo cinematografico, per cui si usa il male dell’uomo e tutto ciò che il male comporta (e quindi: violenza, sadismo…) non per esprimere un dramma autentico o un giudizio serio sulla realtà, ma per comunicare assolutamente nulla, a parte un nemmeno tanto nascosto compiacimento di sé.
Per noi questo è l’ennesimo segno che, nella dispersione del mondo di oggi, anche un interesse ed una passione grandi possono diventare, tranne rare eccezioni, nel migliore dei casi, un’ossessione sterile, nel peggiore, una bieca e bassissima esibizione di sé. Con il risultato, sempre uguale, di non comunicare nulla.
Simone Fortunato
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