Mr. Palestina? Non ha tutti i torti
Durante tutto il mese di sangue in Palestina, l’israeliano David Jaeger – ebreo divenuto cattolico, francescano, docente di diritto e consulente diplomatico della Santa Sede – non ha mai cessato i contatti sottotraccia con gli ambienti del suo governo e quelli che egli non esita a definire “degli amici palestinesi” per contribuire con qualche suggerimento a un ritorno alle trattative. Ricordiamo che Jaeger è ritenuto l’uomo chiave dell’Accordo fondamentale siglato tra Santa Sede e Israele nel 1993 e uno dei più autorevoli interpreti del tavolo bilaterale permanente di lavoro che da quella data si è attivato per implementare un Accordo – analogo a quello siglato dalla Santa Sede con l’Autorità palestinese nel febbraio di quest’anno – che ha il valore di un pieno e reciproco riconoscimento diplomatico.
Padre Jaeger, ritiene anche lei, come osserva qualche commentatore internazionale, che il mese di guerra e sangue tra israeliani e palestinesi abbia di fatto azzerato la pace di Oslo?
Azzerato senz’altro no. Lo stesso fatto che in mezzo ai combattimenti e anche alle reciproche accuse un ministro del governo israeliano, incaricato dal Primo Ministro, incontra il Presidente dell’autorità palestinese in territorio palestinese, per una discussione politica, è un frutto degli accordi di Oslo. Il fatto che ci siano strutture reciprocamente riconosciute di dialogo, è il frutto degli accordi. Prima non c’erano. Anche il fatto che, a quanto mi risulta, perfino nel corso degli scontri più furiosi e dei combattimenti più cruenti, funzionari e ufficiali delle due parti si siano potuti parlare e risolvere qualche caso di emergenza, anche questo è frutto dell’accordo. Quindi, ripeto, l’accordo non è stato azzerato. Certamente non ha avuto quella piena applicazione, quella piena pacifica applicazione che era stata prevista…
È un eufemismo?
No, al di là delle immagini che dell’una e dell’altra parte in conflitto abbiamo visto nei terribili spezzoni televisivi, questa è la realtà. L’accordo non è stato azzerato semplicemente perché le autorità di entrambe le parti sanno bene che la pace di Oslo è l’unica strada per evitare una catastrofe ai nostri due popoli.
Però è indubbio che da una parte e dall’altra sembra siano i “falchi” a dettare le mosse sul terreno, i radicali islamici nel campo palestinese, i partiti dei coloni in quello israeliano…
Quando si tratta di valutare il feeling, i sentimenti all’interno di Israele, certamente a prima vista potrebbe sembrare che i sostenitori del negoziato, la cosiddetta sinistra, siano in difficoltà. E ammetto che se le elezioni dovessero aver luogo oggi, questi ambienti potrebbero anche subire dei danni elettorali. D’altra parte però, si è già dimostrato che il pubblico isreliano non è così superficiale come alcuni pensano. E credo che, tra gli israeliani, anche coloro che sono stati delusi dalla condotta palestinese, capiscono che la responsabilità di quanto è accaduto non è del tutto da una sola parte. Questo i moderati in Israele lo dicono, e lo dicono apertamente.
Realisticamente, come cittadino israeliano quali passi si aspetterebbe ora dal suo governo?
Naturalmente mi aspetto un deciso ritorno al tavolo della trattativa. L’accordo ci deve essere, e credo che la maggioranza degli israeliani lo capiscono e lo appoggiano. L’accordo di pace è già pronto ed è conosciuto. Non si tratta di immaginarsi cose diverse da quelle sottoscritte a Oslo. Per quel che ne so, a Camp David, lo scorso agosto, Arafat e Barak erano sul punto di siglare un pacchetto di pace definitivo. Mancava soltanto un accordo su una o due questioni rimaste aperte, soprattutto riguardanti la spianata del tempio a Gerusalemme. A tutt’oggi trovo incomprensibile la ragione per cui il vertice di Camp David è stato dichiarato un fallimento…
Come lei saprà, la principale responsabilità del fallimento è stata assegnata ad Arafat, che avrebbe alzato la posta in gioco chiedendo il controllo palestinese sulla spianata delle Moschee …
Io non capisco perché questo sia diventato un problema. È ovvio che si tratta di un santuario islamico e che quindi in un riassetto di Gerusalemme non dovrebbe comunque rimanere sotto sovranità israeliana. Credo che la maggior parte degli israeliani lo avrebbe capito benissimo. Ripeto, è difficile comprendere perché sia divenuto un problema.
E allora qual è a suo giudizio il fattore che ha scatenato l’esplosione dell’Intifada palestinese?
Certamente l’esplosione di violenza contro violenza è dovuta ad un complesso di fattori. Comunque, dal punto di vista palestinese, si potrebbe individuarne uno, menzionato molto più spesso degli altri. E questo, come lo descrivono i palestinesi, è la continuazione della colonizzazione da parte ebraica, anche dopo la firma degli accordi di Oslo. Gli accordi di Oslo prevedevano che la sorte dei territori palestinesi sotto occupazione israeliana sin dal giugno del ’67, sarebbe stata decisa tramite negoziato tra Israele e la rappresentanza palestinese che è presso l’OLP e che la sorte delle colonie israeliane in quegli stessi territori sarebbe stata oggetto di quel negoziato nella sua ultima tappa, quella del cosiddetto statuto finale. Per i palestinesi era chiaro che dal momento che i territori erano dichiarati oggetto di negoziato, l’attività di colonizzazione non sarebbe continuata. Ciò che corrisponderebbe anche ad un’antichissima regola del diritto: lite pendente, nihil innovetur. Invece, praticamente ininterrottamente, la colonizzazione è continuata, che vuol dire, tra l’altro, confisca di terreni, consumo di acqua e di altre risorse che venivano a mancare alla parte palestinese, in proporzione in cui erano destinate ai coloni. Il terreno, la terra, il territorio, veniva consumato, l’oggetto del negoziato continuava ad essere consumato davanti ai loro occhi. Secondo fonti palestinesi e del movimento per la pace israeliano, negli ultimi 19 mesi del governo Barak la colonizzazione si sarebbe persino accelerata. Secondo le stesse fonti, dalla firma degli accordi di Oslo, il numero dei coloni sarebbe quasi raddoppiato. Questo vedere l’oggetto negoziale consumarsi davanti ai loro occhi, mentre il negoziato si protraeva ben oltre i limiti previsti originariamente, secondo i nostri corrispondenti amici palestinesi e pacifisti israeliani, sarebbe stato più di ogni altro fattore l’elemento che ha provocato l’esplosione di frustrazione, di rabbia, di insoddisfazione.
Gerusalemme resta comunque uno dei fuochi del contenzioso. A questo proposito, il conflitto in atto, cambia qualcosa nella posizione che la Santa Sede ha su Gerusalemme?
Da decenni la proposta della Santa Sede è molto chiara. Dice che il futuro della sovranità territoriale deve essere deciso dalle parti politiche in un negoziato equo e secondo i criteri generali della legalità internazionale. Però, sia quello che sia la soluzione della questione della sovranità politica su Gerusalemme, lo Stato o gli Stati che avranno sovranità politica sulla città dovranno comunque sottoscrivere uno strumento giuridico internazionale, internazionalmente garantito, che possa salvaguardare, nella zona di cui si parla, certi valori, certi princìpi, certe norme, come la libertà di coscienza e di religione per tutti, la parità giuridica dei seguaci delle istituzioni delle tre grandi religioni monoteistiche, l’osservanza dello status quo nei luoghi santi cui si applica, la conservazione del carattere degli ambienti circostanti i luoghi santi. Questa posizione è stata concisamente, completamente espressa nel preambolo all’accordo Santa Sede – Palestinesi del 15 febbraio di quest’anno. Noi abbiamo un’esposizione molto chiara, molto concisa, molto completa.
È sicuro che, nei fatti, questa posizione non contraddica la realtà che Gerusalemme resti la capitale di Israele e, insieme, diventi la capitale dello stato Palestinese?
Non capisco perché la debba contraddire. Abbiamo detto che questa posizione prescinde dalle sorti politiche e territoriali della città. Dice: qualunque sia l’accordo sulla sovranità territoriale, chi la avrà dovrà aderire a questo strumento internazionale, a questo presidio giuridico internazionale. Se gli israeliani e i palestinesi raggiungono un accordo nei termini in cui lo ha descritto lei va molto bene alla Santa Sede. Purché aderiscano a questo statuto internazionalmente garantito.
Non crede che il destino della pace in Israele, Palestina e in tutto il Medio Oriente è ora nelle mani del nuovo inquilino della Casa Bianca?
Prima di parlare del nuovo presidente americano bisogna ricordare il ruolo svolto in Medioirente dal presidente uscente, Bill Clinton. Il quale meriterebbe, a mio avviso, moltissimi elogi per il suo impegno instancabile, sin dal giorno della sua entrata in carica in favore della pace tra Israele e palestinesi, Israele e i suoi altri vicini con i quali non ha ancora la pace. Si può naturalmente criticare questa o quell’altra attitudine di Clinton. Si può criticare la sua scelta dopo Camp David di assegnare tutta la colpa del mancato successo alla parte palestinese. Si possono criticare diversi elementi, ma non si può ignorare l’impegno, anche personale, non solo istituzionale, svolto da questo grande presidente. Adesso, dopo le elezioni, Clinton sarà molto più libero di rinnovare questo impegno, e lui dà tutti segnali di volerlo fare. Clinton non è più costretto a fare calcoli elettorali, né suoi, né altrui, dunque ci si attende moltissimo da lui. Certamente l’impegno degli Stati Uniti, oltre quello personale del presidente Clinton, è un impegno istituzionale, che è dovuto agli interessi nazionali degli Stati Uniti nell’area. Gli Stati Uniti, anche dopo l’inaugurazione del nuovo presidente, non potranno non occuparsene. Anche se, a mio avviso, potrebbe essere auspicabile un impegno molto maggiore dell’Europa.
A proposito, che percezione avete in Medioriente del ruolo svolto dall’Europa nel processo di pace?
L’Europa è latitante. Un giudizio pesante a cui subito si potrebbe replicare che “no, non è vero, perché l’Europa ha fatto questo, ha fatto quello, ha dato soldi, ha nominato un inviato”, eccetera. Però, paragonato con l’impegno così focalizzato, così intenso degli Stati Uniti, l’Europa sembra latitante. È stato patetico vedere l’Europa spaccarsi alla votazione all’ONU. Non dico che avrebbe dovuto votare in un modo o nell’altro. Certamente le considerazioni da fare erano molte e complesse. Però vedere i 15 spaccarsi sul voto, indicava a mio parere un grosso fallimento di tutte le aspirazioni e le dichiarazioni di voler condurre una politica internazionale unita o almeno coordinata. L’Europa deve mettersi insieme e deve realizzare tutto quello che ha in termini di rapporti politici ed economici con tutte le parti in Medioriente. Questo non lo abbiamo visto e, a mio avviso, lo dovremmo vedere.
Un’ultima domanda. La scorsa settimana si è avuta notizia di una richiesta di Israele, ufficiale, di un pronunciamento della Santa Sede contro la recente ondata di antisemitismo in Europa. Ma la dichiarazione del portavoce della Santa Sede pare non abbia soddisfatto i richiedenti…
Cosa ha detto precisamente la dichiarazione?
Ha detto, testualmente,“ è un poco sorprendente che si chieda una posizione chiara e inequivoca. Che cosa si potrebbe dire di più chiaro e di meno equivocabile rispetto a quanto il Papa ha affermato il 23 marzo, durante la visita al memoriale di Yad Vaschem”?
Le dichiarazioni pontificie ci sono state e sono senz’altro ampie e molto decise. L’ultima dichiarazione solenne è proprio quella a cui si è fatto riferimento. E aggiungo anche che c’è stata una dichiarazione severissima che la Santa Sede ha fatto nel quadro dell’accordo fondamentale, all’art. 2 par. 2, in cui la Santa Sede prende l’occasione per ribadire una forte condanna di qualsiasi aggressione contro gli ebrei, ovunque, da parte di chiunque. Questa è una dichiarazione solenne che fa parte di un trattato e che può essere liberamente citata dai nostri fratelli ebrei. Dunque, certamente le dichiarazioni ci sono. Però quello che ci vuole, certamente, è che in ogni luogo in cui queste aggressioni antisemite si sono verificate, la chiesa cattolica locale, le conferenze episcopali, le diocesi, i religiosi, le associazioni, i movimenti, solidarizzino decisamente con la comunità ebraica del luogo, sia nella condanna dell’accaduto, sia nella promozione positiva di iniziative atte a combatterne le radici, o atte a chiedere l’efficace intervento delle autorità pubbliche qualora risulti che possa non essere stato sufficiente. Le dichiarazioni pontificie, è vero, ci sono. Però occorre che i cattolici ne seguano la logica e le mettano in pratica in ogni luogo.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!