Mr. Tiscali balla da solo
A prima vista può sembrare inglese, piuttosto che sardo. Magro, alto, ovviamente non altissimo, parco nel mangiare e nel vestire, programmaticamente algido nell’iniziare una conversazione, Renato Soru sembra proprio figlio di un college inglese, piuttosto che il potente mister Tiscali di cui tutti parlano. Prudente fino alla massima dissimulazione delle sensazioni e dei sentimenti, può apparire timido, ma non lo è. È un acuto osservatore: quando è entrato nella sala riunioni dell’edificio 4 della nuova sede di Tiscali dove io l’attendevo, non mi ha indicato dove sedermi e mi ha ceduto il passo. Son sicuro che se mi fossi accomodato a capotavola, avrebbe fatto durare la conversazione poco o niente.
Nessun padrino
La pelle di Soru è dura. Quella morale, intendo. Liceo classico dagli Scolopi. Padre laborioso e onesto: a quarant’anni, pur non essendo bigotto e senza un apparente motivo, cominciò ad andare a Messa tutti i giorni e a fare la comunione. Morì a 54 anni. Fine dell’innocenza di Soru junior. Laurea in economia alla Bocconi. Ricorda che un giorno, dopo aver sostenuto un esame ed aver preso un voto basso che rischiava di pregiudicargli la media e la borsa di studio, andò a parlare col professore del suo “caso umano”. Il docente rispose con urla e minacce. Da quel giorno imparò a non cercare padrini o compassioni. Apprendistato finanziario presso una merchant bank. Licenziamento a 33 anni e inizio dell’avventura imprenditoriale, prima a Praga, poi in Sardegna. Costruiva supermercati e città mercato, andò a scontrarsi con il reticolo di clientele che fanno il successo di gran parte degli amministratori dell’isola. Subisce attentati, minacce, ritorsioni amministrative, ma alla fine ne esce indenne. Non lo dice espressamente, ma si capisce che considera il ceto politico sardo il principale indiziato del ritardo di sviluppo dell’isola. Poi arriva Tiscali, la trionfante quotazione in borsa il 16 ottobre 1999, le copertine dei più importanti quotidiani e settimanali nazionali ed esteri, la capacità di resistere allo sgonfiamento della new economy a cui lui, invece, reagisce espandendosi. Infine, inatteso, l’annuncio di una sua disponibilità a candidarsi alla Presidenza della Giunta regionale sarda nelle elezioni del prossimo anno, con il centrosinistra, e la contestuale dichiarazione che Tiscali è ormai grande e può camminare da sola.
Ulivista? Sì, no, forse
Inutile chiedergli di dire più di quello che ha già detto fino ad oggi. Ma è possibile capirlo tra le righe, interpretarlo, col rischio ovviamente di fraintenderlo. Soru non è gradito a nessuno dei due poli e questo, anziché danneggiarlo, lo rafforza. La sua popolarità, infatti, cresce quanto più il ceto politico regionale, che non brilla per credibilità, gli dà addosso. è convinto che i confini attuali del bipolarismo italiano non siano definitivi. Crede che si debba favorire un processo di superamento e di cambiamento dell’attuale fase, paralizzata non dalla dialettica tra gli schieramenti, ma da uno scontro permanente che fa scricchiolare continuamente le istituzioni. Dice di voler essere il candidato sostenuto dal centrosinistra, ma non del centrosinistra, proprio per rimarcare che il cambiamento deve riguardare anche gli alfieri ufficiali del riformismo. Già si parla di liste autonome che si richiamino direttamente al candidato presidente. La peristalsi intestinale dei partiti tradizionali è acceleratissima. Nell’ultima direzione regionale dei Ds non è mancato chi ha avvertito il pericolo di questa innovazione non prevista che avrebbe come vittima designata i parrucconi delle segreterie uliviste. Ma c’è anche chi intuisce che se l’esperimento Soru dovesse aver successo, anche il partito democratico vagheggiato da Prodi e D’Alema potrebbe avere sviluppi più spontanei ed anarchici di quelli studiati dai senatori laticlavi della Margherita e dei Ds.
Insula Barrackorum
Soru è l’unico ad avere avuto coscienza in Sardegna della portata dell’affaire Barrack. Riepiloghiamolo brevemente. La Starwood, proprietaria dell’ex impero dell’Aga Khan, decide nel 2002 di vendere ad un gruppo sardo-veneto. Ufficiosamente si sa che Berlusconi disapprova l’operazione. Il presidente Pili è esplicitamente contrario e si oppone in più sedi. A settembre la cordata sardo-veneta si arrende. Rientra in gioco Barrack che nel marzo del 2003 conclude rapidamente l’affare. Non appagato, arriva in Sardegna, viene ricevuto in modo incredibilmente succube dal consiglio comunale di Arzachena, e annuncia di amare profondamente l’isola, di essere pronto a occuparsi del suo futuro, per trasformarla dal paradiso che è, in un paradiso migliore. Si parla di un Master Plan nel Sulcis e di un autodromo ad Arzachena. Il ceto politico, dinanzi al finanziere americano cugino di san Pietro, è rimasto attonito. Solo Rifondazione comunista ha sparato la sua scontatissima cannonata. Soru invece ha capito che la Sardegna, come altre parti del mondo, non è minimamentre al riparo da aggressive iniziative finanziarie. Tutte le coste dell’isola di maggior pregio ambientale si possono facilmente acquistare con 250 milioni di euro, cifra irrisoria sui mercati finanziari nazionali ed esteri. L’unico baluardo può essere rappresentato da istituzioni forti e capaci di difendersi dal sistema finanziario internazionale, ma la cultura sarda dell’autonomismo è assolutamente arretrata e inadeguata, negli strumenti e negli obiettivi, rispetto alle nuove esigenze di libertà. Soru, dunque, gioca ad innovare la politica, ancora non sa bene come e con quali strumenti, ma sa che, se non vuole assistere alla trasformazione dell’insula christianorum nell’insula Barrackorum, deve combattere. Le segreterie nazionali dei partiti hanno capito che sta per iniziare una battaglia democratico-finanziaria; quelle regionali brancolano assolutamente nel buio. Per loro è come se due o più squadre di serie A si fossero iscritte improvvisamente al campionato di promozione costringendo Zola a selezionare una nazionale sarda tutta sua per contrastarle.
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