Mucca pazza (e le brioches di Maria Antonietta)

Di Esposito Francesco
24 Novembre 2000
Ha ragione Chirac a rammaricarsi per la campagna allarmistica montata in Italia. Il paradosso è che il divieto assoluto dei mangimi animali farà tornare alla ribalta gli OGM, unica valida alternativa (già introdotta negli Usa) al mantenimento degli allevamenti su vasta scala. A colloquio con un esperto, specialista nei controlli delle aziende alimentari

L’Europa dà la caccia al prione assassino. Il responsabile della misteriosa encefalopatia spungiforme, o “Bse” (ma meglio nota come “Mucca Pazza”), che determina la degenerazione dei tessuti cerebrali dei bovini e si trasmette all’uomo entrando nella catena alimentare sotto la forma subdola di succulente bistecche con l’osso, ha ormai messo in ginocchio gli allevatori francesi. I cugini d’Oltralpe, dopo due morti colpiti dal morbo di Creutzfeldt-Jakob e 60 casi accertati di bovini infetti, sono stati costretti a mettere al bando la prelibata cote de boeuf, orgoglio nazionale. E per l’Italia non sembra si possa sperare miglior sorte. Nonostante il nostro governo abbia vietato l’importazione di bovini francesi oltre i 18 mesi di età, soglia oltre la quale comincia la fase critica in cui è possibile il contagio – e dopo aver suggerito all’Ue addirittura un embargo totale sulle carni di Francia, caldeggiato soprattutto dal Verde Pecoraro Scanio – un quaresimale ministro Umberto Veronesi, convinto vegetariano, la scorsa settimana ha parlato del “rischio di epidemie gigantesche”. Dichiarazioni di questo tenore solitamente non hanno proprio l’effetto di favorire un approccio sereno al problema da parte dell’opinione pubblica. E così, mentre si è diffuso immediatamente l’allarme sociale, l’unico dato certo è che il caso “mucca pazza” avrà conseguenze pesanti per il mercato della carne nazionale (secondo Confcommercio crollato del 70%), con l’eccezione del mercato di nicchia delle carni di qualità, (per cui chi può – dato il costo che arriva facilmente alle 80mila lire al chilo – fa la fila fuori dalle macellerie specializzate). “Purtroppo si sta montando un problema che semplicemente non esiste” – dichiara secco a Tempi Stefano Pozzo, amministratore delegato di Comes s.r.l., società specializzata nei controlli alimentari. “È’ da tempo ormai che in Italia gli allevatori non somministrano più farine di derivazione animale (considerate le vere responsabili del morbo Bse) come integratori alimentari per la carne bovina: una legge del 1994 vieta per tutti i ruminanti farine ottenute dai mammiferi, e settimana scorsa una nuova ordinanza ha esteso il divieto – in via cautelativa – a tutti i generi di farine animali, anche per gli ovini e i caprini. Inoltre, gli esemplari vivi delle razze da carne importate in Italia dalla Francia nella stragrande maggioranza dei casi hanno dai 5 ai 6 mesi di vita; arrivati nel nostro paese ingrassano per altri 5/6 mesi finché vanno in macellazione: non esiste perciò il tempo tecnico perché il prione si sviluppi e divenga morbo. Per quanto riguarda invece le importazioni di carne già macellata, ammetto che in Italia arriva anche carne di bassa qualità, ma non carne ‘a rischio Bse’”. Già, ma se qualcuno cercasse di fare il furbo? Tanti hanno stigmatizzato l’insufficienza dei controlli alle frontiere e sul territorio italiano… “In realtà i controlli in Italia ci sono, e sono fatti bene, anche perché il business del commercio delle carni è enorme e nessuno ha interesse a comprometterlo. Esistono due livelli di indagine per ogni bovino. Innanzitutto il controllo documentale: ogni capo allevato viene etichettato con un codice impresso su un ‘orecchino’, univoco per tutta l’Unione Europea, che contraddistingue l’animale, la sua età, le sue caratteristiche e il numero della bolla d’accompagnamento che ne testimonia la provenienza (nella fase di macellazione, l’orecchio del bovino viene tagliato e si conserva per l’identificazione)”. Ma non si potrebbe, ad esempio, alterare questo “orecchino”, associando al suo codice dati fittizi? “In teoria sì, però il gioco non vale la candela: solo una grossa organizzazione con coperture ad alto livello potrebbe averne l’interesse. E poi da sempre tutte le frodi in questo settore hanno come movente l’evasione fiscale, non la copertura di irregolarità nella provenienza o nell’alimentazione degli animali”. E i controlli negli allevamenti? “Ci sono i controlli ‘analitici’, eseguiti attraverso un prelievo sull’animale adulto, per cercare eventuali tracce del prione che scatena la Bse. Le analisi vengono svolte dai Nas e dagli ispettori Asl. Ebbene, a fronte di tutti i controlli a campione eseguiti fino ad oggi, in Italia non è stato segnalato un solo caso di infezione. Ricordiamoci poi che si parla di ‘casi per milione’: anche in Francia, dove pure la situazione è grave, sono stati riscontrati 60 casi su un milione”. Eppure, nonostante questi dati rassicuranti per i consumatori, c’è chi non vuole proprio rinunciare ai toni apocalittici: soprattutto i Verdi e i militanti del “popolo di Seattle”, che hanno i loro cavalli di battaglia nella lotta contro “l’omogeneizzazione imperialista”, e nella condanna dei prodotti transgenici brevettati dalle “grandi multinazionali” – anche se per felice paradosso finanziatori principali delle loro organizzazioni sono proprio banche d’affari, industrie chimiche e di idrocarburi, grandi aziende automobilistiche e imperi multimediali: dalla Cnn di Ted Turner alla Rockefeller Foundation, dalla Ford alla Union Carbide, dalla Proctle&Gamble alla Chevron, insieme a molti altri, non esattamente in linea con i dettami dell’ecologismo radicale e del movimento anti globalizzazione. Un felice corto circuito che sembra destinato a ripetersi anche in questa occasione: “Il divieto assoluto dei mangimi animali – spiega Stefano Pozzo – farà tornare alla ribalta il problema dei mangimi che utilizzano prodotti ogm: bisognerà infatti ricorrere a integratori proteici di origine vegetale. Ma la disponibilità di soia e mais, elementi base di questi integratori, non è sufficiente per coprire la richiesta: ecco allora la necessità di utilizzare prodotti geneticamente modificati. Vi siete mai chiesti perché negli Usa – dove gli ogm si usano normalmente – non si conosce un solo caso di Bse?”. In attesa che gli ambientalisti riflettano (e traggano le dovute conseguenze) sui paradossi del pensiero-verde, e che il governo riesca finalmente ad organizzare gli annunciati controlli su tutti i capi di bestiame per assicurare la “sicurezza assoluta” ai cittadini (ma in quale attività della vita umana esiste un “rischio zero”? E – se per 15 giorni di emergenza si stima una spesa di 50 miliardi – quali sarebbero i costi per esami così accurati estesi a tutto l’anno, e agli anni successivi? E quanti laboratori e ispettori bisognerebbe mobilitare? E perché non eseguire controlli analoghi anche per gli anabolizzanti, il cui uso è senz’altro più diffuso? E infine: fino all’anno scorso, cosa abbiamo mangiato?) chi ha fame di carne può sempre seguire i consigli dietetici di Grazia Francescato, che ha presentato un progetto di legge per introdurre i cibi biologici nelle mense scolastiche (con prezzi medi per la carne intorno alle 75mila lire al chilo, ergo necessario aumento del costo della mensa). Chi invece, magari con moglie e figli a carico, fosse troppo impegnato a tirare fine mese per potersi concedere il lusso di bistecche di manzi nutriti solo a trifoglio, può sempre seguire il consiglio che la povera Maria Antonietta diede al popolo francese e consolarsi con una brioches…

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