Muri israeliani e italiani

Di Calò Livné Angelica
18 Dicembre 2003
«Quello è il muro» indica Olsen

«Quello è il muro» indica Olsen, il papà di Ina una ragazzina cirkassa di 8 anni che studia nella scuola di Sasa. Siamo sull’autubus di ritorno da una gita. Aggiunge Olsen, che di professione fa il polizziotto: «Il “muro” non è che una rete di divisione per definire il confine e per cercare di proteggere la popolazione in Israele». Penso a quella professoressa italiana di Storia che, dopo lo spettacolo dell’Arcobaleno al Teatro Vittoria a Roma, invece di benedire i ragazzi per il loro coraggio e la poesia con cui raccontavano il loro sogno di pace li ha aggrediti accusandoli di aver chiuso i palestinesi in riserve come fecero gli americani con gli indiani. Le ha voluto rispondere Samar, la nostra amica palestinese che era tra il pubblico dicendole che molte persone al di là di quella rete sono pronte ad aiutare i suoi bambini al momento del bisogno. Uno dei giovani attori ha aggiunto: «Magari non fossimo costretti a costrutire barriere, magari potessimo vivere come voi qui in Italia, senza confini. E con tutto ciò, un muro si costruisce in un giorno e si disfa in un giorno. Basta solo un po’ di buona volontà. Ci basta un po’ di sicurezza!».

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