Muro e puro
Padova
Si ha l’impressione di affondare un bisturi nel punto malato di un corpo che pareva sano, quando si scova in rete la pagina del sito YouTube dove giace un video amatoriale montato da un sedicente “gruppo hip hop”, tre minuti di immagini crude su un ghetto urbano immerso nella violenza e nello spaccio, significativamente intitolate Odiotribale. La mia città. Capita a Padova, poco più di 200 mila abitanti, una città in cui è più probabile incrociare un piccolo imprenditore che un disoccupato. Eppure è proprio qui, fra centinaia di uffici e aziende, che sorge il ghetto di via Anelli, sei palazzine dove si stipano migliaia di extracomunitari, e dove legalità, igiene e decoro umano sembrano sospesi. Fino al paradosso di quest’estate, quando l'”odio tribale” è esploso nel buonismo unionista che governa la città, lasciando intravedere l’inquietante buco nero dell’incomunicabilità.
Il caso scoppia il 26 luglio, quando via Anelli viene incendiata dalla guerriglia fra nigeriani e maghrebini, che si combattono a machete spianati nei luridi piazzali del complesso denominato – ironia della sorte – La Serenissima. In gioco c’è un mercato della droga di dimensioni potenzialmente rilevanti per il pil. La polizia blinda l’area. E in pochi giorni il Comune va oltre. Il sindaco Ds Flavio Zanonato e l’assessore all’Immigrazione Daniela Ruffini, di Rifondazione, ordinano la costruzione di una palizzata in lamiera di circa 80 metri di lunghezza per tre di altezza che separa il luogo dello scandalo dalle abitazioni circostanti. E il muro di Padova diventa in poche ore un caso mediatico europeo: perfino la Bbc e Le Figaro vanno a vedere la prima cortina costruita in Europa dopo l’abbattimento di quella di Berlino.
Sognando la città plurietnica
La sinistra multiculturale entra in corto circuito. Sui siti e sui blog d’area progressista o radicale il popolo di sinistra sfoga un palese imbarazzo per il «clamoroso errore politico» (globalproject.info), sino a chiedere che «il muro venga subito smantellato» (pane-rose.it). In campo scende più decisamente anche la Chiesa locale. Don Cesare Contarini, direttore del periodico diocesano, confessa che il muro sarebbe solo un «intervento tampone provvisorio, necessario in emergenza. Come un gesso al braccio fratturato», però annunciando che i cattolici avrebbero riaperto una «analisi» sulla situazione, una sorta di esame di coscienza, insomma. Perché l’obiettivo era e rimane il “multiculturalismo”. Infatti il 25 agosto il vicesindaco Paolo Sinigaglia, margheritino apprezzato negli ambienti parrocchiali, insiste nel chiedere il confronto su quella che sarà «la costruzione della nostra città multietnica», ritenendo ancora viva «la possibilità di governare l’integrazione». Come? Con l’ausilio di interventi, quali «l’istituzione di vigili extracomunitari, la cittadinanza dopo 5 anni, l’istituzione del consigliere comunale extracomunitario aggiunto, il diritto di voto amministrativo».
Tutte proposte trite e ritrite, perché la bandiera del multiculturalismo sventola da tempo a Padova, issata già nel 2001 da un importante convegno della Fuci. Durante la campagna per le amministrative del 2004 il centrosinistra fece persino una conferenza stampa in via Anelli, indossando, candidato sindaco in testa, magliette su cui campeggiava la scritta “Siamo tutti marocchini bianchi”. Vinte le elezioni, la giunta ha cominciato a governare mantenendo le promesse: priorità ai campi nomadi, via libera a mercati alternativi per i quali vige la sola disciplina dei paesi d’origine, poi la disponibilità del Comune alla costruzione di una nuova moschea e infine i già citati “vigili etnici” e la proposta di aggiungere un consigliere comunale “extra” in tutti i sensi.
Insomma, sono anni che a Padova vige il buonismo multiculturale più sfrenato. Un buonismo che però non è riuscito a colmare alcuna distanza. E il muro non separa altro che ciò che si voleva già separato, come spiega a Tempi Magdi Allam, vicedirettore del Corriere della Sera: il passaggio dalla massima tolleranza alla tolleranza zero «non è paradossale, è consequenziale. Il buonismo crea il ghetto e questo è avvenuto in tutti i paesi dove si è praticato il buonismo, in Olanda in modo particolare, ma anche in Gran Bretagna, in Germania e, per logiche diverse, anche in Francia. Il buonismo è la negazione di quella regola che vuole che a fronte dei diritti ci siano dei doveri e che finisce per far venir meno le certezze che, sole, sono in grado di dare garanzie a tutti. Di qui si arriva velocemente al muro, perché nel primo caso si concede senza alcuna remora, nel secondo caso si assumono degli atteggiamenti drastici per contenere una situazione non più governabile». Allam si dice convinto che «soltanto affermando le proprie leggi si potrà creare un contesto di certezza che porta all’autentica integrazione, che dev’essere basata sulla condivisione dei valori».
Non c’è solo via Anelli
Ma naturalmente anche quelle di Madgi Allam rischiano di rimanere soltanto parole se non si sviluppano compagini umane in cui viva un’ipotesi educativa. Come ad esempio l’Unione Provinciale Artigiani di Padova, 13 mila imprese iscritte. La sede dell’associazione dista appena 200 metri da via Anelli, eppure la paura dell’alieno non sembra scalfire i responsabili: «Nelle nostre microaziende, spesso familiari, si condivide tutto e così tutti imparano a lavorare. Ormai sono più di 500 i lavoratori stranieri che sono diventati a loro volta imprenditori artigianali». E a Ca’ Edimar, un’opera che si fa carico del disagio di adolescenti fra i quali numerosi extracomunitari, campeggia addirittura il motto “Accogliere perché c’è”. «È possibile accogliere la diversità. Ogni uomo ha diritto di provare a stare dentro una operosa proposta positiva, senza pregiudizi e preconcetti. Non servono né i no a priori, né i sì incondizionati», dice il fondatore Mario Dupuis.
Un altro esempio di integrazione riuscita che sta facendo scuola a Padova è il Consorzio Rebus, che su quasi 500 dipendenti delle varie realtà aderenti, ne ha oltre 60 extracomunitari, di 25 nazioni diverse. «La cooperativa Giotto in particolare – racconta a Tempi il presidente Nicola Boscoletto – dedicandosi all’educazione al lavoro dei detenuti, ha molti soci e dipendenti con origini esterne alla Comunità europea. E posso testimoniare come nella nostra esperienza non siano sorti specifici problemi di convivenza. Certo, qualcuno fa più fatica, soprattutto nel rendere abituale il rispetto di regole che il lavoro impone. Ma queste difficoltà vengono superate nel tempo se, accanto a chi deve imparare, c’è qualcuno che non si limita a dire astrattamente come bisognerebbe fare, ma si implica in un cammino con chi è all’inizio del percorso. Dal mio punto di vista la cosa è molto concreta: se chi esce dal carcere di Padova non trova nessuno che gli propone di imparare un lavoro, è ovvio che tornerà molto più facilmente in via Anelli».
Giovanni Faverin, segretario Cisl di Padova racconta come spesso nel contesto di un ambiente di lavoro non si notino differenze fra immigrati e italiani: «Quando c’è un atteggiamento positivo nelle relazioni di lavoro e familiari, ci sono ottimi riscontri anche in tema di assunzione di responsabilità dello straniero nell’azienda. Le istituzioni devono perciò diventare più capaci di abbreviare i tempi in cui un immigrato può sviluppare un’esperienza di appartenenza a quegli ambiti».
Anche il Patriarca di Venezia Angelo Scola lo scorso giugno aveva profeticamente messo in guardia dalla propaganda di un’integrazione «generica e benevola». E giusto dieci giorni prima dei fatti di Padova aveva ribadito la necessità che l’educazione fosse «rimessa al centro dell’interesse e delle preoccupazioni delle persone, delle famiglie, dei corpi intermedi, di tutta la società civile e quindi dello Stato stesso». Ogni altra scorciatoia, verso destra come verso sinistra, è destinata a franare addosso a qualche muro.
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