In “Benito” Giordano Bruno Guerri affresca la parabola dell’uomo che cercò di “farsi Italia” e fallì. In fondo egli stesso disprezzava il suo popolo, rammaricandosi di non essere mai riuscito a fascistizzarlo davvero
Benito Mussolini (foto Ansa)
Il racconto conclusivo di Gente di Dublino, l’evocativo e ctonio I morti, venne conciliato a James Joyce da un lungo soggiorno romano. Il contatto prolungato con le muschiose memorie di una necropoli museale fatta città, mai moderna, sprofondata nella letargia del proprio mito ombelicale, sospese i sensi dello scrittore in una dimensione altra, distante e ovattata. «Assenza, la forma più alta di presenza», annoterà, a lasciar intendere la spettrale epifania di una inquietudine eterna. E proprio presenza, costante, irrisolta, profonda e sofferente, trascendente la dimensione della storicizzazione, è quella di Mussolini, anzi, di Benito, per stare all’architrave concettuale che sorregge il nuovo libro di Giordano Bruno Guerri pubblicato da Rizzoli. Non solo e non tanto burocratica biografia, quanto discesa nel processo di identificazione, prima, e di divaricazione, poi, tra la biografia di Benito Mussolini, la sua psiche, la sua intimità, il suo pensare e il suo agire, e l’Italia e il fa...