Musulmani che bruciano

Di Rodolfo Casadei
18 Agosto 2005
PROVOCATA DA UNA LUCIDA VOLONTÀ DI PULIZIA ETNICA CHE NON SI FERMA NEMMENO DAVANTI A SIMBOLI SACRI, LA CRISI UMANITARIA DEL DARFUR PRESENTA CONTORNI DEBORDANTI: 1.650.000 SFOLLATI, 160 CAMPI REGISTRATI E TANTE DIFFICOLTÀ DI COORDINAMENTO DEGLI AIUTI

Intifada. è una costruzione diversa da tutte le altre del campo. Niente di eccezionale: pareti di vimini intrecciati e tetto spiovente di erba secca, ma le dimensioni sono rispettabili. Di là dallo stretto ingresso senza porta si intravede un uomo prosternato su di una stuoia. Chiedo alla mia guida Mohamed e lui conferma: si tratta della moschea che i profughi si sono costruiti quando si sono insediati qui a Intifada, quartiere periferico di Nyala, insediamento informale di 1.800 famiglie di sfollati, per lo più dal lontano Darfur Ovest. Comincio a chiedere informazioni: sulle moschee delle etnie africane in Darfur ho letto alcuni articoli che mi hanno colpito e la cui veridicità voglio verificare. Un paio di minuti, e si fa vivo quello che tutti considerano l’imam di Intifada, il tipico anziano fur con la barba grigia e le guancie scavate, la galabia bianca che lo rende identico a tutti i maschi di qui. Era imam nel suo villaggio ed è stato il primo sfollato a insediarsi qui quasi due anni fa. «Avevate delle moschee nei vostri villaggi?». «Sì, certo». «In che condizioni si trovano oggi?». «Sono state distrutte. Nella zona dove vivevo io c’erano tre villaggi. Sono stati attaccati: nel primo hanno ucciso 100 persone, nel secondo 250, nel terzo 200. Le moschee erano due di materiale leggero e una in muratura. Le prime due sono state date alle fiamme, la terza è stata completamente saccheggiata. Hanno staccato la porta e le finestre con tutti i loro infissi e le hanno rubate. Hanno portato via tutte le stuoie all’interno su cui ci si inginocchia durante la preghiera». «C’erano copie del Corano dentro alle vostre moschee?». «Sì. Hanno preso tutte quelle che hanno trovato e le hanno bruciate». «Bruciate? Ma come è possibile che dei musulmani diano alle fiamme il loro stesso libro sacro?». L’imam si altera: «Lo hanno fatto! Il loro scopo è cacciare fuori dal Darfur tutti gli africani, e perciò non si fermeranno davanti a niente!». Già, ma dove sono i commentatori severi che deprecavano l’effetto negativo della profanazione di qualche copia del Corano sul dialogo fra le culture? Dove sono i cortei di musulmani indignati per la dissacrazione, i disordini e gli scontri conseguenza di un’ira irreprimibile? La notizia è che il sacro Corano è stato dato alle fiamme centinaia di volte in tutto il Darfur. Che le moschee sono state profanate. Ma siccome a fare questo sono stati dei musulmani, per di più arabi o filo-arabi, la notizia non è politicamente sfruttabile in senso antioccidentale e le reazioni sono uguali a zero.

A Intifada si mangia una volta al giorno
L’imam mi guida per le viuzze di Intifada, fra le capanne rotonde e le tettoie di rami intrecciati che la gente ha ricostruito sul terreno gibboso e argilloso. Tutti vogliono raccontare la loro storia: la donna che ha avuto il marito ucciso durante la fuga, quella che ha ritrovato il fratello ucciso dai janjaweed dentro al villaggio quando sono tornate a cercare di salvare qualcosa, l’uomo che non ha avuto morti in famiglia, ma a cui è stato rubato tutto il bestiame («non solo il mio, ma quello della mia famiglia estesa»), il silenzioso assistente dell’imam che a voce bassa dice: «Noi abbiamo perduto 20 membri della nostra famiglia». Su un punto tutti ripetono la stessa cosa: «Sparavano su tutti, uomini, donne e bambini, anche se si accanivano particolarmente sui maschi adulti». Sono circondati da bambini, figli o nipoti, che sembrano essere la metà di tutti i residenti del campo. «Senza gli aiuti del governo italiano, i nostri bambini sarebbero già tutti morti», interviene una voce maschile dal corteo che ci segue nei nostri spostamenti, «vi preghiamo di mandarci altri aiuti, perché in questa situazione non abbiamo nessun modo per far fronte ai nostri bisogni». Chiedo all’imam se nel campo la mortalità è più alta di quanto lo fosse al villaggio. «Si guardi intorno. Qui c’è un solo punto d’acqua per 1.800 famiglie. C’è un solo ambulatorio gestito da volontari (World Vision, ndr). Mangiamo una volta al giorno, tranne quando ci sono le distribuzioni della cooperazione italiana. Ci laviamo tre volte al mese. Tutti i mesi il numero di chi soffre di diarree cresce. Come si può pensare che la mortalità non sia alta?». Non essendo il tipo di gente che tiene statistiche scritte, per convincermi mi portano al cimitero del campo: una distesa di gobbe di pietriccio con qualche ramo secco a delimitare meglio i confini; la maggior parte sono lunghe poco più di un metro e alte mezzo. È appena smesso di piovere, e un incongruo arcobaleno si lancia dal cielo in mezzo ai cumuli. Cerco di mantenere la concentrazione: «Pensate di tornare ai vostri villaggi? Quando riprenderete la vita di prima?». «Vorremmo tanto tornare, ma tutto nei villaggi è stato distrutto, e non c’è sicurezza. Anche qui a Nyala non possiamo allontanarci dalle nostre case per cercare campi da coltivare o pascoli per gli animali: veniamo attaccati dai janjaweed. Abbiamo due croci qui: la scarsità di cibo e la sicurezza».
Eppure, nonostante tutto questo gli sfollati di Intifada di qui non se ne vanno. Non ne vogliono sapere di trasferirsi in uno dei 160 campi registrati della regione, benchè nei dintorni di Nyala ce ne siano almeno cinque, compreso il più popoloso di tutto il Darfur: Kalma Camp, 174 mila anime, bolgia dantesca da cui sono stati realizzati i collegamenti televisivi col 55° Festival di Sanremo nel febbraio scorso. Intifada e Kalma Camp sono due simboli speculari della crisi umanitaria del Darfur. Chi alloggia in campi come quello di Intifada usufruisce di una quantità di aiuti inferiore a quella dei campi ufficiali, e anche di una minore sicurezza: Intifada è stata attaccata dai janjaweed un anno e mezzo fa; la polizia ha condotto uno sgombero con metodi spicci per occupazione abusiva pochi mesi fa. Ma anche i grandi campi ufficiali hanno le loro controindicazioni. In Darfur sono censiti 1 milione e 650 mila sfollati interni e 200 mila profughi fuggiti in Ciad su una popolazione totale di 6 milioni di abitanti.

Campi profughi sull’orlo di un’esplosione
A causa della guerra sono andati perduti già tre raccolti. Dopo l’armistizio di Abuja c’è stata una ripresa delle attività di coltivazione, ma molto modesta: le superfici coltivate sono il 60 per cento circa di quelle di prima, e i rendimenti sono inferiori del 63-78 per cento a seconda delle zone. Le conclusioni sono semplici: i contadini coltivano meno terre e con meno cura di prima, sia per la scarsità di semi e attrezzature, sia per le precarie condizioni di sicurezza. Il Programma alimentare mondiale cerca di supplire al deficit alimentare, ma non ci riesce completamente. Ovvero, le sue distribuzioni scatenano crisi difficili da gestire. Nelle settimane a cavallo fra giugno e luglio distribuzioni di generi alimentari si sono concluse con lanci di pietre contro veicoli delle Nazioni Unite e di varie Ong presenti a Kass (Sud Darfur) e Kulbus (Nord Darfur), un veicolo è stato completamente distrutto. Gli incidenti sono stati scatenati dalla pretesa dei responsabili degli aiuti di “ricontare” le persone che dovevano usufruirne. Sarebbe inevitabilmente emerso che gli aiuti da distribuire erano calcolati per un numero di sfollati più alto di quello reale: gli sceicchi delle varie comunità hanno denunciato un numero di assistiti più alto (o non hanno comunicato la diminuzione di quel numero per trasferimenti o decessi) di quello reale per poter disporre di generi da commerciare nelle varie città. Il grande campo di Kalma è stato, anche recentissimamente, isolato a più riprese da Nyala, vuoi con cordoni di militari e polizia alla presunta ricerca di delinquenti e guerriglieri (ma i profughi insistono che questa operazione è stata attuata ricorrendo ai miliziani janjaweed), vuoi cancellando i trasporti pubblici fra il campo e la città. Il governo, che pure ha favorito l’esodo della gente dalle campagne ai campi per sfollati, ora teme che questi da una parte diventino terreno fertile di reclutamento per la guerriglia, dall’altra che diventino un attore permanente e importante dell’economia urbana attraverso il riciclaggio degli aiuti internazionali.
Quando non possono rivendere parte degli aiuti, gli sfollati si ingegnano per inventare altre attività economiche. Le più diffuse sono la produzione di carbonella, di stuoie per tetti e pareti di capanne, di utensili in metallo ricavati dagli aratri che gli aggressori nei villaggi hanno distrutto con estremo puntiglio. Quest’ultimo particolare da solo fa capire quanto sia difficile il ritorno delle comunità alle loro aree di origine. Spiega Francesco Dotto del Cesvi, una Ong italiana con la sede centrale a Nyala ed un grosso progetto di recupero idrico a Kass, ma che interviene anche nella fascia di villaggi fra le due località, dove assiste in tutto 37 mila persone: «La situazione nei villaggi ancora abitati è difficilissima. In alcuni sono rimasti solo gli uomini, che hanno inviato nei campi per sfollati le mogli e i figli. Restano lì per non lasciar occupare la loro terra agli arabi, e nel frattempo coltivano un po’, ma solo nelle aree adiacenti al villaggio, mai più distanti di 200-300 metri. Quando si recano in città per vendere i loro prodotti con trasporti collettivi, puntualmente ci sono assalti che si concludono con la rapina dei prodotti e l’uccisione del poliziotto che viaggiava insieme al trasporto. Uno dei villaggi che serviamo ha avuto 140 morti sui suoi 600 abitanti quando è stato assalito; adesso è uno stillicidio: quando una donna o un pastore si allontanano troppo per cercare acqua o pascoli, la prima viene violentata, il secondo ucciso e rapinato del bestiame. La desertificazione avanza perché gli alberi vengono tagliati per non offrire nascondigli agli assalitori. Non hanno più animali, quindi il loro ciclo economico è interrotto: li vendevano, acquistavano sementi, seminavano poi mietevano, e metà del raccolto veniva consumato, l’altra metà stoccata per essere venduta. Ora non c’è più niente da immagazzinare, anche perché i silos sono stati distrutti come tutto il resto. Ma quando un villaggio viene completamente abbandonato, arrivano i nomadi arabi con donne e bambini. Si insediano e si fanno registrare come i legittimi residenti dell’area, si fanno consegnare i semi dall’ufficio governativo e fanno coltivare la terra dalle loro donne. Così diventano i padroni dell’area. Questa gente ci ha ricattato: “Adesso costruite il pozzo anche da noi, altrimenti ci saranno guai”».
La crisi umanitaria del Darfur è aggravata dalla scarsa sicurezza per gli operatori umanitari: rapine, sequestri ed in alcuni casi uccisioni sono stati puntualmente registrati un mese dopo l’altro. «Due volte siamo stati fatti oggetti di colpi di arma da fuoco – racconta Dotto -, due volte abbiamo fatto inversione essendoci accorti per tempo che ai bordi della strada si stava preparando un agguato ai nostri veicoli. A darci un po’ di sicurezza c’è il sistema di localizzazione satellitare creato da Ocha (l’ufficio dell’Onu per il coordinamento delle operazioni umanitarie, ndr) e di cui è dotato ogni veicolo umanitario. In caso di emergenza, o se perdiamo la strada, i collegamenti radio e la localizzazione satellitare permettono alle forze governative e alle truppe dell’Amis (la missione di osservazione dell’Unione Africana, ndr) di venirci a recuperare». In queste condizioni è impossibile pretendere che i bisogni siano censiti e soddisfatti in maniera efficace.

La maledizione dell’acqua di Kass
Altro tasto dolente della crisi umanitaria nel Darfur è la coordinazione fra i soggetti della cooperazione internazionale. Formalmente, è in atto: a Khartoum un ufficio dell’Onu per tutto il Darfur sovrintende agli aiuti e ai rapporti con le autorità, nelle tre capitali regionali dei tre Darfur, cioè Nyala, El Fasher e Geneina è Ocha a coordinare la presenza degli enti umanitari sul terreno, sorvegliata da Hac, il dipartimento della polizia sudanese incaricato di spiare i cooperanti stranieri 24 ore su 24. I vari enti operano quasi tutti sul territorio, ma hanno una sede centrale in almeno una delle tre capitali regionali (non si dimentichi mai che il Darfur è grande come tutta la Francia). Nella sola Nyala, cittadina che prima della crisi contava meno di 100 mila abitanti, sono attualmente presenti almeno 51 sigle di enti internazionali, governativi, non governativi e Onu. Le difficoltà di coordinamento sono intuitive. Prendiamo l’esempio di Kass, località a 80 km da Nyala che prima della guerra aveva non più di 20 mila abitanti, e ora ne conta fra i 40 e i 60 mila a causa dell’afflusso degli sfollati, che si sono installati senza tanti complimenti nei cortili delle scuole, nelle piazze e nelle zone di rispetto nei pressi dello wadi che costeggia la cittadina. Gli 8 “campi” degli sfollati si distinguono dai quartieri dei residenti originali più che altro per i teloni impermeabili bianchi, blu o verdi stesi sui tetti delle capanne, forniti dalle varie organizzazioni. E per lunghi parallelepipedi di rafia bianca, alti un metro e mezzo e forniti di accesso su un lato: sono le toilette scavate con gli aiuti internazionali. A Kass esiste un grande acquedotto, costruito dalla Giordania, fermo dal 1991 per problemi di macchinari, manutenzione e tubature non posate. La gente si rifornisce di acqua tramite una catena di pozzi collocati ad uno dei bordi della cittadina, quello che confina con lo wadi principale. Ogni pozzo è fornito di una pompa a motore per sollevare l’acqua da una profondità considerevole. Gli acquaioli si recano coi loro carrettini trainati da somari (e spesso condotti da bambini sotto i dodici anni) ai pozzi, pagano quel che si deve e fanno il pieno di acqua. Poi vanno a rivenderla in città. Quando Kass è stata invasa dai profughi, Oxfam e Care hanno pensato di affrontare la crisi idrica scavando pozzi in piena città, in corrispondenza dei principali insediamenti. In alcuni casi si sono allacciati a tubature preesistenti del vecchio acquedotto. Purtroppo 25 dei 36 pozzi scavati sono risultati infetti da colibatteri. D’altra parte, doveva esserci pure una ragione se la gente da sempre si serviva dei pozzi lungo lo wadi anziché scavarli sotto i propri piedi. Ma i volontari non si sono scoraggiati: hanno creato un servizio per la disinfezione dell’acqua tramite cloro; presso ogni pozzo siede un signore con una siringa in mano e una latta piena di cloro. Tutti coloro che vanno a fare scorta d’acqua devono farsi sparare una siringata di cloro dentro al loro otre. Naturalmente il sistema non è rigoroso al cento per cento: ho visto coi miei occhi bambini che facevano il pieno per la loro famiglia senza passare dall’addetto alla clorazione. Ho visto pure almeno un paio di pozzi costruiti dalla cooperazione internazionale trovarsi pericolosamente in asse con le toilette: anche se queste sono profonde solo 4 metri, mentre i pozzi lo sono 37, la contaminazione nel tempo è certa; ed effettivamente uno dei pozzi era già stato chiuso e sigillato perché irrimediabilmente inquinato. Il risultato di tutto questo è che gran parte dei residenti di Kass, sia del posto che sfollati, preferiscono servirsi a pagamento presso gli acquaioli piuttosto che gratis ai pozzi con pompa della cooperazione internazionale.
L’Italia, invece, ha deciso di fare un investimento importante e di riabilitare l’acquedotto: sono stanziati 422 mila euro per un progetto governativo affidato alla Ong Cesvi; «non è un intervento per i profughi, è un intervento per la città», ha obiettato qualche povero di spirito. Forse bisognerebbe pensare che un intervento a favore della città migliorerebbe i rapporti fra i cittadini da una parte, molto arrabbiati per i disagi che da due anni a questa parte sono costretti a vivere in un’area che già di per sé non è un luogo di sogno, e gli sfollati e i volontari internazionali dall’altra; bisognerebbe pensare che l’acquedotto servirà le case private ma se necessario si potranno studiare derivazioni per servire gli sfollati; bisognerebbe pensare che per passare da una situazione di guerra ad una di pace devono cambiare le condizioni generali di vita nel Darfur, compresi servizi essenziali come gli acquedotti. Insomma, bisognerebbe uscire dalla logica un po’ claustrofobica del “tutto umanitario”.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.