My name is prog, neoprog
Mentre in Italia l’Ulivo si arrovella tra tricicli, liste uniche e girotondi, la Gran Bretagna progressista guarda avanti e archivia la cosiddetta “terza via” di clintoniana memoria per lanciare la nuova sfida al neoconservatorismo statunitense: un’agenda politica chiara, che non rinnega il passato ma che prende atto pragmaticamente degli errori commessi e dei limiti in esso contenuti. In una parola, il nuovo centrosinistra deve essere neoprog. Guru di questa ennesima evoluzione è sempre Anthony Giddens, ex direttore della London School of Economics e curatore del volume The Progressive Manifesto (Polity, 2003), vero e proprio testo di riferimento per la new wave of the new wave progressista che accoglie al suo interno, oltre al prologo di Giddens, interventi di alcuni eminenti esponenti del centrosinistra europeo. Le chiavi di volta sono ottimamente schematizzate: si comincia con un ideological break-out, una “uscita allo scoperto” ideologica, un gesto di rottura liberatorio che consiste nell’abbandonare la fase di mero contenimento dell’ideologia neocon, il difensivismo basato sul pragmatismo della policy: azione, non mera reazione. Poi, la prima svolta drastica, quasi una risposta alla rendita da pacifismi di posizione imperante a casa nostra. Per Giddens la critica dell’unilateralismo di George W. Bush non può significare indifferenza nei confronti di regimi minacciosi per la sicurezza internazionale, la risposta verso i quali non è la passività ma un multilateralismo a muso duro, una formula che indica il fatto che si deve essere consapevoli che «la forza e non solo la propaganda dei buoni sentimenti ha un ruolo nella promozione della cooperazione globale e della pace».
Prevedre l’impevedibile
Di più: forse in ossequio a quel breakdown ideologico che fu l’11 settembre, per Giddens «l’attrezzatura degli strumenti per rapportarsi al mondo deve contemplare un repertorio di strumenti e criteri flessibili per prevedere l’imprevedibile», che non significa diventare indovini o rabdomanti ma saper fronteggiare il rischio, sapersi rapportare a un mondo che continua a “coglierci di sorpresa”. Sul terreno sociale ed economico, l’idea di fondo è quella di una economia civica – in cui le imprese siano spinte ad una assunzione di responsabilità sociale – che sia dotata di strumenti, enti e associazioni che controllino che questa assunzione di responsabilità non rimanga solo sulla carta. Meccanismi di scelta affidati ai cittadini con il metodo dei voucher, ad esempio, possono assicurare una migliore funzionalità dei servizi pubblici. L’idea generale dello Stato che deve ispirare un programma neoprog è quella di uno Stato garante, ensuring state. Con queste parole Giddens si riferisce a uno Stato che non solo fornisca le risorse di accesso alla cittadinanza, che non solo metta il cittadino di fronte a pari opportunità di accedere alla dotazione di base di beni quali formazione e assistenza sanitaria, ma anche a strumenti che consentano allo Stato di verificare i risultati delle politiche intraprese, non solo le premesse. Su questo impianto Giddens ha poi sottolineato come il nuovo framework (struttura) debba crearsi intorno a tre questioni fondamentali: il tipo di società che si vuole costruire, il nuovo concetto di Stato e infine, ma non ultima, la nuova politica da adottare per sanare le disuguaglianze a partire dai sistemi educativi dell’infanzia. Per Giddens, infatti, «rafforzare la vita pubblica non vuol dire tornare allo Stato assistenziale (nanny state). Significa ripensare cosa è lo Stato e per cosa esiste, in relazione ai concetti di interesse pubblico e bene pubblico. Chiamo questo processo “pubblicizzazione” (publicisation)». Oltre lo stato burocratico e oltre la deregulation, verso la responsabilità e l’opportunità. Qui, intanto, si fanno i girotondi con la Guzzanti. London calling, ma Roma è momentaneamente non raggiungibile: si prega di riprovare più tardi.
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