Né antipolitica né bipolarismo di guerra. Gli italiani vogliono solo contare davvero
Antipolitica? Disinteresse per le questioni istituzionali? Desiderio del muro contro muro? Indifferenza per federalismo e sussidiarietà? Il secondo rapporto sulla sussidiarietà, Sussidiarietà e rapporti istituzionali (Mondadori Università), curato dalla Fondazione per la Sussidiarietà, smentisce molti luoghi comuni. Il campione stratificato dei 1.600 cittadini intervistati, rappresentativo dell’intera popolazione italiana, ha dato risposte interessanti, spesso sorprendenti, alle questioni poste a riguardo delle riforme istituzionali.
Una prima indicazione emersa è di fortissimo rilievo politico. Ad onta di un governo che continua a sopravvivere per pochi voti e di un bipolarismo muscolare in cui il fronte avverso è disegnato come il nemico assoluto, il 74 per cento dei cittadini boccia le riforme approvate a stretta maggioranza, l’83 desidera che il processo riformatore della Costituzione sia portato avanti non solo dal Parlamento, ma anche dalla società civile e dagli enti territoriali. Per gli italiani, cioè, occorrono regole condivise su cui ripartire, occorre riprendere la prospettiva della “grande riforma”, sempre strumentalizzata in chiave politica, dalle prime Bicamerali negli anni Ottanta alla riforma del titolo V della Costituzione nel 2001. È un plauso implicito al tentativo riformista iniziato alla fine dell’anno scorso da Veltroni e Berlusconi e forse anche la richiesta di un governo di larghe intese, se questa è la condizione per fare le riforme.
Riforme istituzionali condivise, dunque. Ma quali? Nei mesi scorsi sono stati portati sugli altari personaggi che interpretano una certa tendenza populista, anticostituzionale e antipolitica di una minoranza degli italiani. D’altra parte i partiti, abolendo le preferenze, si sono chiusi nella più totale autoreferenzialità. Dal rapporto della Fondazione si evince che i cittadini smentiscono entrambe le tendenze. Si riscontra un consenso quasi unanime (89 per cento) verso la possibilità di esprimere una o più preferenze in sede di voto. Analogamente, il 72, il 67 e il 64 per cento degli intervistati vogliono primarie per la designazione, rispettivamente, del leader della coalizione, del leader del partito, dei candidati alle elezioni. Nella stessa direzione, il 76 per cento degli intervistati vuole eleggere direttamente il premier, ed è stanco di istituzioni che possono inquinare la volontà popolare: il 67 per cento si dice contrario alla nomina di senatori a vita da parte del presidente della Repubblica. Contro l’autoreferenzialità della politica non si vogliono nuovi mediocri Masaniello, ma un sistema elettorale in cui il popolo sia veramente “sovrano”. Anche perché, una volta eletto, il governo deve governare: il 74 degli intervistati si dice favorevole a un premio di maggioranza; oltre il 67 vede con favore uno sbarramento “alla tedesca” che semplifichi il sistema partitico; il 60 vuole norme “antiribaltone”. È un chiaro giudizio su quanto è avvenuto in questi anni.
L’insoddisfazione per il presente, non qualunquista, ma desiderosa di un costruttivo cambiamento, è confermata dalle sorprendenti risposte sul federalismo. Sebbene il Nord ritenga che il decentramento abbia migliorato la situazione precedente in misura maggiore rispetto al Sud e al Centro, in generale in tutto il paese gli italiani (70 per cento) non sembrano soddisfatti dei risultati ottenuti con il passaggio di alcuni poteri dallo Stato centrale alle Regioni. Questo non perché i cittadini siano indifferenti al federalismo: il 64% si dichiara favorevole all’ampliamento dei poteri delle Regioni; approva il trasferimento alle Regioni dei poteri in materia di tutela ambientale (oltre 80 per cento), protezione civile (79), sanità (74) e istruzione (61); vuole il federalismo fiscale, i cui effetti sull’efficienza del prelievo e sulla riduzione degli sprechi a livello locale (oltre che sulla promozione dello sviluppo nelle aree più depresse) sono valutati positivamente da oltre il 60 per cento degli intervistati.
Quanto all’altro aspetto cruciale per il futuro del paese, il principio di sussidiarietà, si osserva come la sua percezione sia connessa al livello di istruzione, all’età, alla professione. Insieme ai dirigenti e agli imprenditori, gli intervistati più istruiti e più giovani (la porzione di popolazione più strategica per lo sviluppo del paese) hanno maggiore gradimento per il decentramento e per le politiche regionali basate sui “buoni di servizio”, e in generale vedono la sussidiarietà orizzontale come uno stimolo positivo per una concorrenza nei servizi e per il crescere della “solidarietà” e della “libertà”. Il disfattismo, il qualunquismo, l’autoreferenzialità della politica, lo statalismo, oltre a bloccare il paese, cercano di confondere le idee per potersi perpetuare, ma non riescono a oscurare la mente di chi vuole prendere parte al progetto del futuro suo e del paese.
Giorgio Vittadini presidente della Fondazione per la Sussidiarietà
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!