Né atei, né devoti

Di Tempi
25 Novembre 2004
Religione e politica. Cronaca torinese di un incontro fra Giuliano Ferrara, Gian Enrico Rusconi e Sergio Chiamparino. Come ti spunta il “Verbum caro...”

Ma davvero per salvare un modello di democrazia tollerante dobbiamo continuare ad agire, pensare, decidere come se Dio non ci fosse? è partito da qui Giuliano Ferrara, davanti alle 500 persone riunite sabato 20 novembre all’Unione Industriale di Torino, per intrecciare un dialogo a proposito del rapporto tra politica e religione con il politologo Gian Enrico Rusconi e il sindaco della città, Sergio Chiamparino.
«Attenzione – ha avvertito il direttore del Foglio – non sto pensando alla restaurazione grottesca di un sistema dove il reato coincide con il peccato, dico però che di fronte alla sfida dell’islamismo jihadista è necessario tornare a riflettere intorno ad alcune parole: bene, male, peccato, virtù, ragione, Dio». Il giornalista indossa i panni del teologo? «Macché – ha spiegato –, solo che per fare un giornale capace di mettere in movimento le idee e di non accontentarsi del conformismo dominante, dobbiamo tornare ad affrontare questo livello della questione, come fanno negli Stati Uniti». Ferrara cita un articolo apparso di recente sull’Herald Tribune, a firma di un’analista canadese. «Questa commentatrice – ha raccontato il giornalista – appartiene al mondo dell’islam moderato e descrive il suo disagio quando discute di religione con gli europei. “Perché – le chiedono – ti occupi di una cosa come la religione, un aspetto che va escluso dalla sfera pubblica?”.
Una domanda ripresa dall’intervento di Rusconi: «Non mi identifico con la laicità degli Eco e dei Vattimo – ha detto il professore – credo anzi che si possa costruire una laicità che eviti il deserto del post-moderno. Però è inutile girarci intorno: dobbiamo arrangiarci da soli, quello con Dio è un rapporto intimo, troppo importante per mischiarlo con la politica e la storia. Dio ci ha mandato a dire di fare a meno di lui». Come dire: siete soli nel deserto, al massimo potete incrociare Eco e Vattimo. Rusconi rincara la dose: «Ricordate la tremenda frase di Dostoevskij: “Se Dio non c’è, tutto è possibile”? Non è vera, la laicità autentica deve sfidare questa posizione. Del resto, quando Ferrara parla di Dio ha in testa una metafora…». All’interessato scappano un sorriso e la citazione del Vangelo di Giovanni: «Verbum caro factum est» (Il Verbo si è fatto carne, ndr)… Il politologo non ci bada: «Il dramma è che i teologi di oggi non si occupano più delle cose fondamentali per la fede, come la creazione o la resurrezione, ma si interessano degli embrioni…».
Dal pubblico arriva una domanda secca per Rusconi: «Scusi professore, ma secondo lei l’embrione è o non è una persona?» Qualche acrobazia dialettica, poi ecco la risposta: «Preferirei parlare di bios, piuttosto che di vita, perché applicare il concetto di persona a questa prima entità è davvero problematico. E comunque decidere, lo sa bene la politica, è complicato ma inevitabile». Sulla questione interviene anche il sindaco diessino di area riformista Sergio Chiamparino, che ricorda di aver firmato a favore del referendum per l’abrogazione della legge sulla fecondazione assistita. «Pur non muovendo da una concezione religiosa – dice –, credo che sì, l’embrione sia una persona e se mia moglie mi chiedesse di abortire non sarei per niente d’accordo con lei. Questo a livello personale, ma non mi sentirei di modificare una legge che concede alle donne, a certe condizioni, la libertà di abortire».
«Tutti noi siamo dei post-embrioni – riprende Ferrara – ma diventa sempre più urgente ragionare su quali concezioni dell’uomo debba fondarsi un modello di società». Che non regga più, di fronte a fatti quali l’11 settembre o l’11 marzo, l’idea della democrazia come procedura? «Sono successe alcune cose, è cambiato il quadro – osserva Ferrara –, non riesco a mettere il dialogo prima della realtà. Noi che apriamo le braccia a chiunque e teorizziamo la resa dobbiamo poi fare i conti con il delirio del politicamente corretto». Il direttore del Foglio parla del delitto multiculturale di Theo Van Gogh, l’uccisione del regista olandese colpevole di aver realizzato un film-denuncia sulla condizione della donna nell’Islam. Quando la polizia ha interrogato la testimone oculare dell’omicidio, la donna ha descritto perfettamente l’assassino, omettendo un particolare decisivo: il killer indossava una tunica marocchina. Il motivo? «Temevo di essere accusata di razzismo», dirà agli inquirenti. «Ecco – conclude Ferrara –, il vuoto consapevole della tolleranza o lo riempiamo noi, tornando a parlare di certi temi, o sarà riempito dai fanatici. Ma non dimentichiamo che le uniche società davvero multiculturali sono quelle che oggi combattono contro i jihadisti».

Mauro Pianta

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