Napoli “nuova”? Fessarie ‘e café

Di Esposito Francesco
31 Maggio 2001
Dopo 8 anni di centrosinistra, in città restano i vecchi problemi di sempre. E un apparato di potere che con Rosetta Jervolino esprime la sua continuità. Ma è cresciuta la voglia di cambiamento

Catello è uno dei tanti monelli del rione Sanità. Suo padre, anche lui cresciuto nei vicoli, è la filosofia della perenne attesa. Del messia? No, di una casa popolare. Catello ha 8 anni e sta con i suoi sei fratelli nella stanza di un “basso” . Cioè un locale di una quarantina di metri quadri, con vetrina, ma poco ventilato. La comodità è che non ci sono scale. Fai un passo e sei subito per strada.

Dal Rione Sanità alla Napoli bassoliniana
Non siamo molto lontani dalla “nuova” Napoli, quella dell’ultimo “viceré” Antonio Bassolino, che ha il suo cuore e il suo simbolo in Piazza Plebiscito. Dove è difficile non rimanere blanditi dalla bellezza di questo scorcio della città, rimesso a nuovo utilizzando 50 miliardi destinati agli “investimenti produttivi” nell’aprile 1994, in occasione di quel G7 dove a Silvio Berlusconi veniva inoltrato – in mondovisione – l’ennesimo avviso di garanzia. Le aiuole fiorite perfettamente curate, i marciapiedi accuratamente ripuliti, la facciata di Palazzo reale con la rassegna degli antichi sovrani di Napoli scolpiti nel marmo e la vicina Chiesa di San Francesco di Paola, costruita per voto da Ferdinando Borbone, sono elementi di una scenografia impareggiabile. Come l’altro fiore all’occhiello dell’attuale governatore della Campania, la Villa comunale, lunga oltre un chilometro: la ristrutturazione ne ha fatto un modello di verde pubblico cittadino, chiuso da un lato con un’alta recinzione, e dall’altro aperto sulla via Caracciolo, il lungomare affacciato sul Golfo che ha l’inconfondibile sigillo del monte Vesuvio, trasformato ogni domenica in isola pedonale per la passeggiata tradizionale dei napoletani. Qui appaiono gli altri strani miracoli di Bassolino, come la scomparsa dei cartelli che imponevano il divieto di balneazione. Chi poi cercasse la tipica ridda di veicoli posteggiati in doppia o terza fila, rimarrebbe sorpreso nel constatare che gli automobilisti rispettano disciplinatamente i confini delle strisce blu. È un incanto cui è troppo facile abbandonarsi, questo della nuova Napoli di Bassolino. Come certi suoi antichi palazzi costruiti estraendo il tufo giallo del sottosuolo, dietro la facciata recentemente intonacata, la città nasconde cavità profonde e storie vietate a chi si ferma allo splendido abbaglio di un maquillage che ha lasciato immutata e indifferente la “metropoli plebea”, quell’altro mondo che affascinava Pasolini, e che vive, ma in molti casi sopravvive, premendo ai lati il raffinatissimo “paravento” bassoliniano – Matilde Serao definiva così il “Risanamento” realizzato su iniziativa piemontese dopo l’Unità d’Italia ma chissà cosa direbbe, la caustica scrittrice, della stampa che negli ultimi 8 anni ha fatto da grancassa per il “nuovo corso” cittadino, come il Mattino (da lei fondato e diretto insieme al marito fino al 1902) dove la sezione di cronaca locale è affidata a un compagno di partito di Bassolino, l’ex direttore della vecchia Unità.

L’altra faccia della città
Passeggiando nel salotto chic di via dei Mille e via Roma, tra le boutique raffinate e le vetrine eleganti dei grandi gioiellieri, bastano 50 metri per ritrovarsi in uno dei tanti stretti vicoli che formano i Quartieri Spagnoli. Allora, bruscamente, l’incantesimo si rompe per lasciare spazio a una realtà fatta di palazzi fatiscenti, bambinetti di pochi anni cresciuti sulla strada che sfrecciano in equilibrio precario su motorini troppo grandi, improvvisate bancarelle di pesce, odori pungenti, e grida di un’umanità disperatamente vitale. Sono le contraddizioni, ignorate dalla pubblicistica ufficiale, che costituiscono il filo aggrovigliato del destino di una città capace nonostante tutto di risorgere dopo ogni perdizione. È il centro direzionale progettato da Kenzo Tange, avveniristico emblema della modernizzazione giustapposto alla casbah caotica e sfacciata della trafficatissima Piazza Garibaldi, dove inizia il “rettifilo” e si tiene il popolare mercatino della Duchesca, con le bancarelle di merce firmata a buon prezzo e l’immancabile vendita al minuto di telefoni cellulari rubati in giornata. È la rete metropolitana integrata alle Fs, dove a chi perde il convoglio delle 8 del mattino può succedere di aspettare oltre 1 ora quello seguente, perché i binari sono occupati dal passaggio di Pendolini, Intercity ed Espressi.

Sono le “Vele” di Secondigliano, il simbolo del degrado e del deturpamento edilizio, che il Comune in 8 anni non è riuscito ad abbattere, nonostante fossero previsti appositi fondi nella Finanziaria del 1993. È la fine ingloriosa del Banco di Napoli, sorto agli inizi del Cinquecento per sottrarre i poveri all’usura, in conformità con i canoni della Chiesa, e diventato nei secoli banca centrale con diritto di emettere moneta (esercitato fino al 1926). Dopo il regno di Bassolino, l’istituto è stato assorbito dalla Banca Nazionale del Lavoro.

“Addà passà a nuttata”
Oggi l’istinto di conservazione del vecchio e consolidato sistema di potere ha posto con fatica e affanno Rosa Russo Jervolino sulla poltrona di piazza Municipio. Ma se, quando Pasolini vi girò il suo Decameron, Napoli rappresentava «una sacca storica, dove i napoletani hanno deciso di restare quello che erano e, così, di lasciarsi morire», negli ultimi anni in città è cresciuta la voglia di cambiare. La racconta Raffaele, artigiano di Capodimonte e occasionalmente taxista per arrotondare lo stipendio. La testimoniano i risultati delle ultime elezioni universitarie all’Istituto Orientale, dove una nuova lista, “Orientale libero”, ha sconvolto lo strapotere dei “ragazzi dei collettivi”, che da anni occupano i tre piani della segreteria di Architettura e spesso invadono per noia le aule degli esami, costringendo i fuori sede a perdere intere giornate di viaggio. La ripete Antonio, studente d’ingegneria che con Stefano, Daniele e gli altri amici della Cooperativa Solidarietà fa doposcuola e asilo agli scugnizzi della Sanità. O don Gaetano Romano, parroco di San Giovanni a Teduccio, uno dei quartieri più degradati di Napoli, arrabbiatissimo con l’ex sindaco che «inaugurava lo stesso parco tre volte, se per tre volte in un anno c’erano le elezioni e ci ha lasciati nel degrado». Sono segni che riaccendono la speranza. Perché infine “Addà passà a nuttata”, diceva Eduardo. Non se lo dimentichi, Rosetta Jervolino.

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