Nei volti bruciati dal sole degli anziani pescatori le rughe liete di chi sa ancora guardare il mare

Isole Sporadi, mare Egeo. Nella fila di caffè di fronte al porto di Skopelos ce n’è uno diverso dagli altri. Ha tavolini di ferro bianchi e sedie di legno dall’impagliatura consunta. Qui non si fermano i turisti. Questo è il caffè dei vecchi di Skopelos. Siedono a gruppi di quattro o cinque, davanti a un bicchiere di ouzo. Qui dove gli stranieri girano seminudi, loro portano le calze e i mocassini, e la camicia a maniche lunghe. Al mattino presto, quando ancora l’aria è fresca, ogni nuovo avventore è accolto con una pacca sulle spalle, mentre gli amici già arrivati gli avvicinano una sedia. Parlano animatamente, i vecchi di Skopelos, come avessero ancora, dopo settant’anni insieme su questa piccola isola, un sacco di cose da raccontarsi. Più tardi, quando l’aria si fa immobile, all’ombra del pergolato i vecchi tacciono. Guardano assorti il mare. Ancora un ouzo, ancora un caffè greco con la sua polvere scura che si addensa sul fondo della tazzina. Fumano, tanto, senza filtro, e una sigaretta dopo l’altra. Se un turista si siede accanto a loro, lo guardano senza ostilità, ma con l’aria di dire: guardi che sbaglia, questo è il bar dei vecchi dell’isola.
Dentro, nella sala del Demotikon Kafeteia – il Caffè del popolo – alle pareti le foto in bianco e nero dicono di un’altra Grecia: la festa della vendemmia, la processione con l’icona del santo, e il famoso giorno della cattura di un pesce gigantesco, di cui si parla ancora – fiaba e leggenda – la sera. In un’altra foto, attorno a questi stessi tavoli in una estate di cinquant’anni fa dei giovani uomini brindano e ridono. Gli stessi che ora passano i giorni qui, davanti al porto. Ma i vecchi del Demotikon Kafeteia non sono malinconici. Hanno facce su cui il tempo e il sole ardente dell’Egeo hanno scolpito rughe profonde, ma non amare. Sono belle, le facce dei vecchi di Skopelos. Come quelle delle loro donne, che non incontri sul lungomare chiassoso, ma solo nei vicoli interni del borgo, la sera, sedute fuori di casa, come una volta tutte vestite di nero. I fazzoletti annodati sotto il mento incorniciano i loro tratti forti, e, ancora, quella bellezza che ha la vecchiaia, quando è tranquillamente accettata – come il rallentare di una nave che entra nel suo porto.
Tutt’attorno, i maturi turisti che vengono da Francoforte e Londra vanno su e giù con le loro magliette sgargianti, parlano al cellulare, comprano souvenir e salgono sulle barche delle gite, già un po’ stanchi della quiete dell’isola. Noi, loro. Noi costretti a distrarci, e al rumore, giacchè non tolleriamo più il silenzio. I vecchi del Demotikon Kafeteia così forti, così in pace nel sostenere senza paura lo sguardo, davanti all’orizzonte infinito del loro mare.

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