Nel giorno della Rimembranza si può essere per la pace senza essere pacifisti
Ventitre anni fa venni a Cambridge a visitare il giovanotto da poco incontrato a Venezia che sarebbe presto divenuto il mio compagno di vita. Era l’inizio di novembre e notai che tutti indossavano un papavero – finto – all’occhiello. «Che cos’è questo fiore?» mi informai e venni a sapere che era in ricordo dei campi di papaveri dove nella I Guerra mondiale furono combattute le Battaglie delle Fiandre e di Piccardia e tanti soldati britannici lasciarono la vita. «Ah – dissi io – come il nostro 4 novembre» che era appena stato abolito. «Il 4 novembre?» disse il mio amico inglese. E poi rise: «Sempre così questi italiani; entrano in guerra dopo tutti, cambiano lato con facilità e celebrano la vittoria (degli altri) prima di tutti». «Meglio avervi come nemici che come alleati» rise ancora. Mi risentii un po’, ma dovetti ammettere che aveva ragione; in ogni caso non me ne importava molto, cresciuta com’ero nel disprezzo del militarismo, del nazionalismo e nell’idea che la guerra sarebbe l’igiene del mondo se la facessero solo i volontari. Nei 23 anni che sono seguiti ho imparato parecchie cose e ho cambiato alcune delle mie posizioni, aiutata in questo dall’aver vissuto in una realtà diversa in cui ad esempio si può essere socialisti e rispettare l’esercito e si può aver orgoglio della propria identità nazionale senza esser tacciati di fascismo. Qui il giorno della Rimembranza ricorda tutti i caduti, specie quelli delle due guerre mondiali e ha luogo all’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese, proprio come fu l’Armistizio della Grande Guerra. Non è un giorno di vacanza, ma da ottanta e più anni il paese si ferma e osserva due minuti di silenzio. Mi è successo di sentire l’annuncio in un supermercato e soprattutto rammento il ritardo di una partenza per Berlino dall’aeroporto di Heathrow. Spiai sottecchi i tedeschi a bordo e li vidi compunti e rispettosi come gli ex nemici britannici; i due popoli ovviamente hanno preso e prendono la guerra sul serio. Non solo: avendo fatto abbastanza seriamente i conti con il proprio passato i tedeschi a testa alta ricordano le proprie sconfitte; l’anno scorso alle grandiose celebrazioni della Battle of Britain (quella che i libri di Storia italiani chiamano la battaglia d’Inghilterra) c’era un nutrito gruppo di veterani teutonici venuti a celebrare con i “colleghi” con cui si sono trucidati in gioventù un evento militare che ha visto episodi di coraggio e di eroismo da entrambe le parti. E non sono solo i sempre più radi e sparuti reduci a ricordare. Ancor oggi presso tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, progressisti e conservatori, liberali e socialisti, l’usanza continua. Tutti – quest’anno più che mai – indossavano il papavero all’occhiello, giornalisti televisivi, presentatrici di talk show, Primo ministro, studenti, medici, negozianti, di ogni colore, ceto, credo politico o religioso. Quest’anno è stata una commemorazione particolare perché l’11 cadeva di domenica, giorno in cui sempre la regina presenzia alla cerimonia religiosa nazionale, perché erano due mesi dall’attacco terroristico e perché siamo in guerra. Ci sono state in grande e in piccolo, a livello locale e nazionale, commemorazioni e celebrazioni civili e religiose ovunque e a Londra ha avuto luogo la parata con regina, governo, i rappresentanti di tutte le Chiese, inclusi ebrei musulmani e indù al Cenotafio, non lontano da Downing Street. «Porta con orgoglio il tuo papavero» è lo slogan delle centinaia di migliaia di scatole sparse ovunque, per la raccolta, spesso porta a porta o nei centri commerciali delle città, di offerte a sostegno della British Legion, associazione sorta dopo la I Guerra per aiutare gli invalidi e le famiglie dei caduti. Se gli altri anni un 90 per cento indossava il poppy, quest’anno era difficile, in pubblico come in privato, trovare qualcuno senza il simbolico fiore all’occhiello, il colore politico della persona proprio non fa differenza. Militarismo? Questo è il paese in cui si vedono meno divise al mondo. Per non intimidire il pubblico i soldati – tutti professionisti – vanno in giro in borghese; nei porti come negli aeroporti non ci sono persone in divisa – e tantomeno armate – a ricevere i visitatori che in genere sono salutati con un sorriso – di routine forse ma che sempre sorriso è. Però difesa e guerra sono prese sul serio anche dai pacifisti e chi rispetta e onora i caduti non è chiamato fascista o guerrafondaio. Ancora una volta non posso non pensare con malinconia all’Italia che non avendo fatto chiaramente i conti con il suo passato e con se stessa, è da un lato presa nel meccanismo del secolo scorso comunismo-fascismo e dall’altro rischia di vedere e proporre come nuovo un ritorno al pre Risorgimento che non porterebbe che alla rapida balcanizzazione di una situazione già poco omogenea e precaria. Alla faccia dell’Europa e della globalizzazione!
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