Nella domanda testarda di tuo figlio bambino una verità che vorresti risentire da vecchia
Era una giornata di luglio torrida, il sole alto allo zenith, a mezzogiorno. Mio figlio di cinque anni affacciato a una finestra, al mare, osservando la sagoma nera dell’ombra della casa proiettata sul terreno, domandò: «A cosa serve, l’ombra?». «A dare un po’ di fresco in una giornata calda come questa», risposi, senza smettere di riordinare la stanza. Un minuto zitto, poi il bambino osserva: «Ma l’ombra c’è anche d’inverno, quando fa freddo. In inverno, allora, a cosa serve l’ombra?». In difficoltà, continuando a fare ciò che sto facendo, cerco una risposta che non trovo. Ancora una manciata di secondi, e il bambino, pensoso, si risponde da solo: «Forse – dice – l’ombra serve, perché siamo più contenti della luce».
A quel punto mi fermo, lo guardo. Che cosa ha detto? L’ombra, fatta perché si sia più felici della luce. Soppeso quelle parole e fisso meravigliata mio figlio, forse non comprendendo del tutto nemmeno io ciò che la sua espressione significa, e però intuendo, dentro, l’eco di una verità profonda. Ma tu, mi verrebbe da dire, chi sei, e da dove vieni? Perché davanti a me ho un normale bambino di cinque anni, col Chupa chups sempre in bocca e mani appiccicose di Nutella e guance rotonde, e un dinosauro di gomma in mano. E ora ha già riacchiappato il suo dinosauro e ha ripreso a giocarci, dimentico della luce e dell’ombra – come se quel pensiero strano fosse già dimenticato. Passano gli anni, e ogni tanto mi torna il pensiero alla storia della luce, e dell’ombra. È strano: allora quell’idea che l’ombra servisse a essere «più contenti della luce» mi aveva colpito, ma non avevo capito fino in fondo cosa volesse dire. Ogni anno, capisco un po’ di più. L’ombra, data perché si sia felici della luce. Come la notte, perché si attenda l’alba. Il peccato, perché si speri la grazia. Il male, perché si desideri il bene. Occorre aver conosciuto una mancanza, un’assenza, un dolore, per essere davvero felici – “più felici” – della luce.
Passano gli anni, e capisco. Più sperimenti sconfitte e impotenza, più intuisci che il vuoto che ti senti scavato dentro è fatto per essere riempito – per essere colmato. Quello che è strano, è che un bambino di cinque anni possa sapere ciò che si impara quando si invecchia. Per un attimo solo, certo – già un momento dopo era tornato a giocare – ma: da dove, come ha intuito con tanta limpidezza quel pensiero? Che, così piccoli, attingano ancora a una ancestrale memoria, a una originaria sapienza di Eden, che poi dimentichiamo? Mio figlio di quel giorno di luglio si è scordato. Ma vorrei mi ripetesse ancora le parole dei suoi cinque anni, quando l’ombra sarà vicina, incalzante, addosso: «Mamma, ricordati: l’ombra, è perché siamo più felici della luce».
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