Nella penombra materna di Sant’Agata una storia millenaria di fede e di carne

A guardarla dal fuori, Sant’Agata la Vetere a Catania sembra una piccola chiesa barocca. Ma qui sotto c’è la storia del cristianesimo della Sicilia. Questa fu prima cattedrale di Catania, costruita non appena l’editto di Costantino permise ai cristiani di uscire dalla clandestinità. Alla fine del terzo secolo il primo vescovo occultò nelle fondamenta una edicola per conservare le reliquie della martire. Che lì sotto rimasero fino a quando, nel 1040, furono portate a Costantinopoli. Qui, insieme a generazioni di cristiani, si inginocchiò Riccardo Cuor di Leone, in viaggio per la Palestina. Risorta da terremoti e crolli, la piccola chiesa nasconde sotto di sé, stratificata, la meraviglia di una storia incisa nelle pietre – di una storia di carne, che ancora possiamo toccare con le mani noi, che di toccare abbiamo così bisogno. Sotto l’altare maggiore, scolpita in gotico antico, corrose e quasi indecifrabili, queste parole: «Qui es tu, qui venisti ad me curare vulnera mea?». «Ego sum apostolus Christi, nihilin ne dubites». È il dialogo fra Sant’Agata prigioniera prima del martirio, e San Pietro. «Chi sei tu, che sei venuto a curare le mie ferite?». «Sono l’apostolo di Cristo, non dubitare di me». Straordinaria storia di fede e di carne, che ti avvolge quando entri in questa piccola chiesa. (Fuori, è la luce sbalorditiva del mezzogiorno in Sicilia; dentro, una penombra materna, uterina). Ma è giù, che occorre andare. Sulle scale che portano alla cripta avverti sulla pelle il soffio umido della terra. Qui era la città dei morti, dei monaci e dei potenti che sotto alla nobile chiesa trovavano asilo. C’è ancora lo scolatoio su cui le salme venivano lasciate a essiccare; e le nicchie, dove i defunti, scheletriti e rivestiti, attendevano il giorno del Giudizio. Eppure non è macabra questa cripta. Nessuna traccia del cupo orrore con cui guardiamo noi la morte.
Qui, la morte pare una cosa dolorosa ma semplice; da trattarsi con sbalorditiva confidenza. La carne muore, pensavano quei lontani cristiani, e si cerca di conservare le sembianze mortali degli uomini per il giorno in cui anche quella carne rivivrà, come è stato annunciato. Non il terrore di chi si affaccia al nulla, ma una serena devozione a un corpo che alberga l’anima, e dunque è prezioso. Sotto, più sotto ancora, una cella profonda accoglieva la polvere delle ossa consumate dal tempo. Non un atomo di ciò che era stato uomo, doveva andare perduto.
E torni su al 2007 con un sottile sbalordimento. Noi, che usiamo il principio carnale della vita per sezionarlo, per ibridarlo con cellule di animali. E invece, questo profondissimo culto della carne, anche dopo la morte. Nemmeno un grano che fosse stato d’uomo doveva andare perso. La differenza è che quei cristiani, della resurrezione, erano certi. E, conservate con ogni cura le ossa, fiduciosi aspettavano ciò che è stato promesso.

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