Nessuno si scotta col cerino Riformista

Di Bottarelli Mauro
03 Giugno 2004
Il 4 giugno Antonio Polito espone al balcone della sua redazione le bandiere americana e italiana. Ma resta politicamente orfano (con McCossiga) perchè il Triciclo da ritirata si fascia di arcobaleni

«Per quanto ci riguarda, il 4 giugno esporremo la bandiera americana al nostro balcone, insieme a quella della Repubblica italiana, nata grazie alla liberazione degli alleati». Non siamo noi di Tempi ad aver esplicitato in questo post scriptum la nostra vicinanza e solidarietà ai valori dell’America, anche se ovviamente lo condividiamo in pieno, bensì quella fiammella di speranza e realismo della sinistra italiana rappresentata da Il Riformista, quotidiano diretto da Antonio Polito, che nel numero del 26 maggio ha sentito il dovere di dire chiaro e forte che con incappucciati e “resistenti” vari non ha intenzione di aver nulla a che spartire.
Abbiamo chiesto alla stesso direttore del quotidiano “arancione” di spiegarci quali ragioni lo avessero spinto a questa scelta, non nuova, di coraggioso smarcamento e questa è stata la sua risposta. «Ti confesso che l’iniziativa è nata prima di tutto come un moto di indignazione personale per quanto riguarda il 2 giugno, più che per la visita di George W. Bush. Se infatti si può discutere a livello politico se manifestare o meno contro il presidente degli Stati Uniti, pur ritenendolo assurdo, non capisco come si possa solo pensare di contestare la festa della Repubblica, alla quale partecipa il presidente Carlo Azeglio Ciampi e non Bush oltre a tantissimi cittadini, anche di sinistra come me, i quali devono subire il ricatto di gente che dice in anticipo dove sbucherà fuori per interrompere la parata. Pretendo che questa offesa non venga arrecata né al paese, né al presidente né alle forze armate. Per quanto riguarda Bush, poi, la cosa non mi stupisce troppo visto che in questo paese si continua a parlare sempre e soltanto di una cosa: si manifesta a favore o contro? A prescindere dalle ricorrenze la manifestazione è un obbligo. Premettendo che per quanto mi riguarda mi viene da dire che per una volta si potrebbe anche non manifestare e questo non inficerebbe certo lo stato di salute della nostra democrazia, ricordo proprio ai contestatori che la sinistra in questo paese esiste grazie a quella liberazione portata dagli Usa e cominciata a Roma. E poi diciamola tutta: all’epoca erano i comunisti stessi a sentire più vicini a loro gli americani degli inglesi. Mi contestino pure, intanto però comincino a spiegarmi come sia soltanto possibile pensare di contestare il 2 giugno: cosa facciamo, gettiamo le uova in faccia ai nostri soldati mentre 3mila di loro rischiano la vita in Irak? Ma la cosa peggiore, forse, è la vergognosa sottovalutazione, il pat pat sulla spalla, di Walter Veltroni e del presidente della Provincia di Roma, Enrico Gasbarra, rispetto al proclama degli incappucciati, quasi si trattasse di ragazzate: c’è un limite a tutto. E questo, per quanto mi riguarda, è off limits». Meno determinato e netto nei giudizi ma certamente non minimamente assimilabile al “pensiero unico” degli antiamericani è anche il senatore liberal dei Ds, Enrico Morando. «Considero la conferenza stampa degli incappucciati un atto letteralmente ignobile, prima di tutto proprio perché questi signori si sono presentati incappucciati: in democrazia – e grazie a Dio questo paese è una democrazia – ci si assume le responsabilità di ciò che si dice, qualsiasi cosa si voglia dire. Anche perché, piccolo particolare, il travisamento è reato. Per quanto riguarda le manifestazioni penso che su 365 giorni dell’anno ci siano 364 giorni in cui sia legittimo manifestare democraticamente, pacificamente e nel rispetto della legalità contro la politica di Bush, ma se c’è un giorno non adatto per farlo è proprio quello in cui il presidente degli Stati Uniti viene qui a celebrare la liberazione del nostro paese, avvenimento per cui dobbiamo ringraziare gli americani. Questo non significa essere favorevoli a Bush e alla sua politica, ma bisogna sempre ricordare che è il presidente legittimamente eletto della più grande democrazia del mondo. Piuttosto che scendere in piazza ritengo più accettabile dissentire seguendo le indicazioni di Romano Prodi, ovvero esponendo la bandiera della pace sui balconi: io, però, preferisco nettamente la bandiera dell’Onu a quella della pace e quindi esporrò quella. Ripeto, considero legittimo manifestare ma non condivido affatto la scelta di chi lo fa».
Posizione terzista anche se non certamente equidistante dagli “incappuciati” per Antonio Panzeri, diessino, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano e ora candidato alle europee nella lista “Uniti per l”Ulivo” nel Nord-Ovest. «In tutta onestà devo dirle che io faccio parte di coloro che ritengono questa visita del presidente Bush semplicemente la visita di un capo di Stato estero, come ne avvengono tante durante l’anno senza tanti strepiti: certo, inutile negare che sia il capo della più grande potenza mondiale ma non carichiamo la sua presenza di connotati particolaristici. Sono lontano mille miglia dall’idea di una strumentalizzazione elettorale, fatta da destra come da sinistra, di questa visita. A mio avviso se si vuole dare un segnale forte contro la politica dell’amministrazione Bush e contro la guerra bisogna seguire il consiglio di Romano Prodi: esporre al balcone la bandiera della pace. Per fortuna siamo in un paese libero, chi vuole manifestare lo faccia ma non vorrei che questa vicenda si trasformasse in uno spot: ripeto, il segnale da dare di fronte a quel pantano che si chiama Irak è lo stendardo della pace sul balcone di casa». Schierato sulla medesima linea anche l’ex ministro dell’Industria diessino e candidato capolista per l’Ulivo nel Nord-Ovest, Pierluigi Bersani, secondo il quale «francamente bisognerebbe riuscire a stare con un piede nella storia e con un altro nell’attualità. Ovvero, è certamente giusto ricordare la liberazione di Roma e il contributo degli alleati ma mettere le bandiere fuori dalle finestre segnala un richiamo diretto all’attualità quindi, partendo dal presupposto che preferirei evitare la guerra delle finestre, credo che un’espressione non aggressiva ma di testimonianza della voglia di pace sia la cosa migliore. La proposta di Prodi di esporre l’arcobaleno è quella che preferisco, soprattutto in questo momento dove in Tv e sui giornali vediamo e leggiamo di cose tremende: penso che sia importante mandare un messaggio di pace, di speranza nella pace, di dire anche attraverso un gesto ciò che la gente vuole sentire e vuole esprimere». Dichiarazione d’intenti fotocopia anche per Ermete Realacci, presidente di Legambiente e deputato della Margherita, che non rinuncia però a una punta di curaro in apertura di esposizione. «Capisco le esigenze editoriali di Antonio Polito, il suo bisogno di far parlare di sé, ma francamente non mi sembra che sia una cosa giusta da farsi. è chiaro a tutti che questa enfatizzazione del 60mo anniversario della liberazione di Roma è legata unicamente a fini elettorali: ovviamente rimane intatta la nostra riconoscenza verso gli americani per il loro sacrificio, ma oggi l’esposizione di quella bandiera rischierebbe di suonare come consenso all’operato dell’attuale amministrazione statunitense mentre la bandiera della pace mi sembra che rappresenti un gesto di civile protesta. Detto questo, ritengo qualsiasi possibile parallelismo tra America o Gran Bretagna con Bin Laden e Saddam prima che sbagliato assolutamente ridicolo». Il Triciclo, quindi, non rinuncia all’arcobaleno e fa bye bye al suo nobile house organ. Altro che laburismo alla Tony Blair, altro che realismo da opporre alla camicia di forza dell’ideologia: alla prova dei fatti la coperta di Linus multicolore resta un bene irrinunciabile anche per i più moderati e pragmatici degli esponenti dell’Ulivo, impegnati in veri e propri slalom giganti tra i distinguo ma costretti comunque a un’equidistanza che in occasioni come questa ha il sapore amaro della subalternità. Stia comunque tranquillo il coraggioso Polito: oltre a Tempi, un altro compagno di viaggio è pronto a seguire il suo esempio. Il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, ha infatti annunciato che il 4 giugno esporrà «le bandiere americana, dell’Inghilterra, della Francia e dell’Armata Rossa di Giuseppe Stalin, quelli che ci hanno liberato». Chi troppo, chi niente.

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