Niente Economist, siamo inglesi

Di Newbury Richard
03 Maggio 2001
Diceva un critico britannico:“Quanto non si può dire perché troppo sciocco, si può cantare”. Fu così che The Economist la cantò all’Italia. Con una demonologia su Berlusconi che dimentica Gladstone. Ma (forse) non gli interessi della Pearson Media Group

Londra. Dai tempi delle prime “città-stato” di Boccaccio, autore di molte delle storie che appaiono nei Racconti di Canterbury di Chaucer, l’Italia per gli inglesi è stata sinonimo di trucchi eleganti, salaci e occulti. Come pure il luogo della superiorità culturale per eccellenza. Il nome comune per indicare il diavolo è “old Nick”, “il vecchio Nick”, almeno da quando Nicolò Machiavelli diede alle stampe il suo famoso trattato politico. In Italia, l’autore repubblicano del Principe è reputato un osservatore freddo e disincantato della propria epoca, a cui dobbiamo quello che resta senza dubbio il migliore manuale di MBA (Master di Business Administration). Per gli inglesi è invece la conferma di tutti i propri pregiudizi sulla furbizia scaltra degli italiani. Soprattutto per un inglese, le machiavellerie, se possono essere talvolta necessarie, non dovrebbero mai venir dichiarate. Inoltre, simili azioni obbediscono a quella legge romana di “ridondanza” che la Common Law non può formalmente far propria.

L’Italia fantastica nelle cartoline da Londra
Si aggiunge a questa demonologia la rottura con Roma e la “cortina di ferro” costruita attraverso l’Europa dalla Controriforma, coi bambini terrorizzati dalle storie dell’Inquisizione e le immagini dei cerimoniali barocchi raccontate da chi era stato educato dalle non meno rigide ed autoritarie ammonizioni della “Parola”. E parlando di parole, vera materia prima del Rinascimento inglese, Shakespeare capì cosa voleva il suo pubblico quando decise di ambientare le sue storie nello scenario di un’Italia di fantasia, reale quanto un’Inghilterra di Hollywood. L’Italia era il luogo degli eroi e delle eroine romantiche, dove con droghe segrete si poteva simulare la morte e le coppie potevano sposarsi segretamente davanti a un prete, come si vede nel Romeo e Giulietta. Shakespeare inventava o italianizzava anche i nomi per i suoi personaggi, come Olivia o Cressidra. L’Italia era il paese dove tutto avrebbe potuto accadere e (probabilmente) sarebbe accaduto. Terra degli assassinii e dei “lieto fine”. In molti modi questa visione dell’Italia è rimasta.

L’Inghilterra non è Regina, l’Italia non è Mafia
“Quanto non si può dire perché troppo sciocco, si può cantare” diceva il grande critico del XVIII secolo Samuel Johnson. Tuttavia a quanti capiscono abbastanza quello che sta succedendo, l’opera italiana dà la strana e confusa illusione di una cavalleria rusticana dove si mescolano Don Giovanni e Tosca. Come se l’Inghilterra fosse guardata ancora attraverso gli occhi di Walter Scott e Charles Dickens. Non bisogna dimenticare che la classe dirigente inglese, istruita non all’università ma attraverso un Grand Tour, conosceva bene l’Italia nel secolo XVIII e nel XIX. Nel 1860 il primo ministro Lord Palmerston aveva un fratello che fu a lungo ambasciatore britannico a Napoli, mentre la moglie dell’“italianissimo” ministro degli esteri Lord John Russell, Anna Maria, era stata cresciuta in Italia. Anche il Cancelliere dello Scacchiere William Gladstone conosceva non superficialmente Napoli e la Sicilia e aveva tradotto Leopardi. La Regina Vittoria ricorda i suoi viaggi in Italia come la Contessa di Balmoral. In altra epoca, i ministri inglesi rimasero impressionati da Mussolini quando fece arrivare i treni in orario. Nel dopoguerra l’establishment britannico ha continuato a trascorrere le vacanze in Italia rimanendo colpito dal “miracolo economico” e sorpreso per il numero dei governi, erroneamente interpretati come segno di instabilità, piuttosto che di continuità nel nome della resistenza al più grande partito comunista europeo e al solo partito filofascista. Andreotti e Craxi sono gli unici due nomi rimasti nella memoria. Tuttavia, come in Italia tutti conoscono la monarchia britannica, politicamente irrilevante, malauguratamente è la mafia il solo punto di riferimento per il pubblico britannico.

La kulturkampf della Berlusconi story
In questo contesto la “Berlusconi story” ha per l’Economist tutti gli elementi di uno scoop. Mentre lo scettico sottotitolo (non scritto) è: “se partecipiamo all’euro, vogliamo avere altri azionisti simili?”. Inoltre la storia tocca tutte le chiavi della percezione culturale britannica dell’Italia dal medioevo ad oggi. Infatti, in un certo senso, questo è un kulturkampf. Nell’ascesa spettacolare di Berlusconi molti italiani, forse la maggioranza, riconoscono il loro stesso miracolo economico, nel bene e nel male. Quel miracolo economico durante la carriera di Berlusconi ha trasformato l’Italia quanto la Gran Bretagna è stata trasformata in quel secolo e mezzo che la separa dalla fondazione dell’Economist. La fondazione della fortuna britannica nei giorni dei bucanieri è forse quello che dobbiamo guardare se vogliamo fare un parallelo. Gladstone, rampollo di una famiglia arricchitasi col commercio degli schiavi, fece il suo primo discorso in Parlamento a 24 anni opponendosi all’abolizione della schiavitù. Ma divenne poi quel ministro in tutti i sensi liberale che con la sua politica estera moralizzante offendeva la regina Vittoria e il suo amatissimo Disraeli.

Sconsigli (a Murdoch) per gli acquisti?
La Pearson Media Group che possiede televisioni, case editrici, oltre a Financial Times ed Economist, diretta dall’italo-americana Scardino ha trovato a ragione una storia che senz’altro farà vendere copie e inoltre mostra di dare importanza all’Italia. Ma è mossa anche dalla preoccupazione domestica britannica della proprietà e l’influenza straniera sui media nazionali. Murdoch possiede Sky Tv, The Sun e The Times, il canadese Conrad Black possiede il gruppo Telegraph e l’irlandese O’Brien l’Independent. L’Italia, come è normale, ha “tagliato qualche angolo” nella sua corsa per diventare una potenza economica mondiale in un arco di tempo più breve della vita di un uomo come Berlusconi, ma ora sta al Paese e a Berlusconi mostrare che non si tratta più dell’Italia dei finanziamenti a Milano2 o della “Stalingrado” di Sesto San Giovanni. “Il passato è un paese straniero, fa le cose molto differenti”.

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