Niente scienza senza idea di creazione
Perché la scienza nella sua forma moderna si è sviluppata proprio nella civiltà europea medievale e non nelle altre grandi civiltà del passato? È un interrogativo che non interesserà chi si ostina a ritenere che nulla di buono possa essere emerso da quei secoli oscuri ma che ha stimolato la curiosità di uno scienziato come Peter Hodgson, che ne parlerà nei prossimi giorni a Trieste (26/4) e a Milano (28 e 29/4). Hodgson, dopo una lunga carriera dedicata alla fisica nucleare, ha riflettuto sui presupposti che possono favorire o ostacolare il fiorire della ricerca scientifica e ha trovato che l’insieme di condizioni favorevoli «si è perfettamente amalgamato solo una volta nel corso della storia umana» e solo nel contesto della cristianità medievale.
Pensiamo al potente concetto di Creazione, un portato culturale tipico della tradizione giudaica ribadito e completato dal Concilio di Nicea: è quanto di più radicalmente opposto alle concezioni panteistiche e deterministiche della natura. Il panteismo, secondo Hodgson, impediva il sorgere della scienza, mentre «il Credo di Nicea le ha spianato la strada». Se tutto nell’universo è dettato dalla necessità, non c’è spazio per l’emergere del nuovo e quindi vengono tagliate le gambe alla possibilità della “scoperta”, culmine e punto di attrazione dell’avventura di ogni ricercatore. Nella visione giudaico-cristiana, a differenza di quella greco-romana, il cosmo ha il carattere della contingenza: avrebbe potuto essere molto diverso, avrebbe potuto anche non essere creato; invece c’è, esiste, lo possiamo incontrare, lo possiamo sottoporre ad accurata osservazione e misurazione. Ecco quindi che la concezione cristiana «incoraggia il metodo sperimentale, il quale è essenziale per lo sviluppo della scienza».
Uno sviluppo che difficilmente si sarebbe manifestato in modo così dirompente senza la “liberazione” del tempo dal vincolo dell’eterno ritorno e da una concezione ciclica paralizzante ogni progresso. Come pure non avremmo potuto ammirare la spettacolare sintesi newtoniana e la straordinaria eleganza della meccanica del ‘700 senza la solida convinzione di un cosmo voluto dal Creatore come ordinato, razionale e conoscibile da una ragione rigorosamente applicata.
Quel che più colpisce nella riflessione di Hodgson è che non si tratta di revisionismo storico né di nostalgia per una cristianità passata: vengono invece toccati i nervi più scoperti nel dibattito scientifico dei nostri giorni. La visione dualistica tipica delle filosofie orientali non ha forse ammaliato tanti fisici del Novecento nel disperato tentativo di uscire dalle forche caudine della meccanica quantistica che impediscono di decidere se un elettrone vada considerato come corpuscolo oppure come onda? E non è forse il panteismo l’orizzonte nel quale si muovono molti cosmologi di grido alla Stephen Hawking, che tentano di eliminare la fastidiosa idea di Creazione rimpiazzandola con fantomatiche fluttuazioni quantistiche o riducendo il nostro universo a uno dei tanti universi autoprodotti e indipendenti?
L’invito è allora a ritrovare il movente della ricerca, citando Whitehead, nella convinzione che nella natura «c’è un segreto, che può essere svelato».
Mario Gargantini
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