Nigeriopoli
Probabilmente il vincitore delle presidenziali nigeriane sarà il candidato del partito del presidente uscente. Probabilmente seguiranno sommosse, controviolenze poliziesche e arresti di oppositori. Probabilmente un colpo di Stato militare metterà fine alla crisi e a otto anni di governo civile. Le previsioni più fosche sono permesse alla vigilia del voto che deve indicare il successore di Olusegun Obasanjo, perché il capo di Stato uscente ha fatto ciò che non avrebbe mai dovuto fare: ha strumentalizzato la lotta alla corruzione ai suoi interessi politici, ha usato la clava della Commissione contro i crimini economici e finanziari (Efcc) per intimidire quanti dentro al suo partito (il Pdp, Partito democratico popolare) non volevano accettare la candidatura di un suo protetto – lo scialbo Umaru Yar’Adua – alla sua successione, e per escludere dalla competizione chi gli era sgradito, a cominciare dal vicepresidente uscente Atiku Abubakar.
Le credenziali manipulitiste di Obasanjo sono impeccabili. Il presidente in carica fa parte da dodici anni dell’Advisory council di Transparency International, l’autorevole Ong che dal 1996 stila classifiche della corruzione pubblica nei paesi di tutto il mondo. Fino al 1999, quando è stato eletto per il primo mandato presidenziale, Obasanjo è stato presidente del suddetto Advisory council, dove siedono personalità come gli ex presidenti Richard Von Weizsäcker (tedesco) e Jimmy Carter (americano). L’Efcc, creata all’inizio del suo secondo mandato nel 2003, ha ottenuto l’incriminazione e la condanna di 82 alte personalità (anche un capo della polizia) e ha recuperato 5 miliardi di dollari sottratti alle casse dello Stato con vari illeciti. Tanto sul serio la comunità internazionale ha preso la campagna di Obasanjo contro la corruzione che, dopo lunghi negoziati, ha cancellato ben l’80 per cento del ciclopico debito estero nigeriano (era 28,5 miliardi di dollari all’inizio dei negoziati).
Denunce mirate
Le cose sono degenerate dopo che, nel maggio 2006, il Senato ha respinto l’emendamento costituzionale che avrebbe permesso a Obasanjo di presentarsi alle elezioni per un terzo mandato. A quel punto il presidente si è messo in testa di candidare un personaggio di scarso spessore, destinato comunque a vincere per la forza della macchina organizzativa e altre ragioni meno confessabili, per poter continuare a gestire il potere da dietro le quinte. Nell’ottobre scorso Nuhu Ribadu, ispettore di polizia a capo dell’Efcc, ha annunciato che 31 dei 36 governatori degli Stati della Federazione nigeriana erano stati denunciati o erano sottoposti a indagini da parte dell’Efcc con accuse di riciclaggio, contratti gonfiati, peculato, malversazione. Nel corso del 2006 quattro di loro sono stati rimossi dalle loro cariche senza seguire le procedure di legge. All’inizio di febbraio l’Efcc ha poi presentato una lista di 135 aspiranti candidati alle elezioni regionali, politiche e presidenziali da esso sottoposti a indagini per corruzione e reati finanziari. Fra essi molti candidati dei partiti di opposizione, il vicepresidente uscente Abubakar in rotta con Obasanjo e alcuni suoi sostenitori. Il governo ha allora creato una commissione d’indagine amministrativa che ha convocato i 135 indiziati, li ha interrogati tutti in appena due giorni e poi ha stilato una lista di 37 nomi che dovevano considerarsi esclusi dalle liste elettorali. Fra essi quello di due candidati presidenziali, uno dei quali è appunto Abubakar, che era uscito dal Pdp ed aveva creato un nuovo partito (l’Action Congress, Ac) proprio per potersi presentare. Secondo la dipietrista Costituzione nigeriana, infatti, chi è sottoposto a indagine anche soltanto da una Commissione amministrativa d’inchiesta creata dal governo federale o da un governo regionale è, ipso facto, ineleggibile. Abubakar ha fatto ricorso in giustizia. Una corte gli ha dato torto, un’altra ragione, ma ormai l’Inec, la Commissione “indipendente” per l’organizzazione delle elezioni, ha chiuso le iscrizioni dal 15 marzo e ha stampato le schede senza il suo nome e quello degli altri 36 esclusi. Non è però ancora riuscita a rendere pubblica – guarda caso – la lista completa degli aventi diritto al voto, stimati fra i 60 e i 65 milioni di elettori.
Attentati, assassinii, scontri
La manovra di Obasanjo è stata denunciata da gran parte della stampa e dal principale candidato in lizza dell’opposizione, Muhammadu Buhari dell’All Nigeria People’s Party (Anpp). Il presidente non è riuscito a non lasciare tracce: nella lista dei 135 mancavano i nomi di alcune figure del Pdp fedeli a Obasanjo, candidate a posti di governatore, già denunciate come corrotte dal presidente dell’Efcc Ribadu. Costui è stato riconfermato nella sua carica e promosso di grado per ordine del capo dello Stato a due settimane dalle elezioni. All’interno dell’Inec l’unico dirigente che si è opposto all’esclusione dei candidati sotto indagine è stato arrestato per accuse di corruzione su richiesta dell’Efcc. L’annuncio che 31 governatori su 36 sarebbero sotto inchiesta è servita ad ammorbidire gli oppositori alla candidatura di Yar’Adua all’interno del Pdp: minacciati di impeachment e rinvio a giudizio, i governatori sono costretti a lavorare per il successo del candidato imposto al partito da Obasanjo, che se sarà eletto potrà farsi carico della loro difficile situazione. Alla convention del partito in dicembre, in prima battuta solo 100 delegati su 4 mila hanno appoggiato la candidatura di Yar’Adua, che però alla fine è stato incoronato.
Il giustizialismo in materia di accuse di corruzione agli aspiranti candidati appare tanto più strumentale e grottesco quando si considera che quasi tutti i leader politici nigeriani, soprattutto a livello regionale e soprattutto sotto elezioni, assoldano milizie di giovani armati che usano per aggredire o intimidire gli avversari politici dentro e fuori del partito di appartenenza. Fra il novembre dello scorso anno e il marzo di quest’anno sono stati registrati 70 incidenti legati alle elezioni che hanno causato 70 vittime. Si è trattato di attentati dinamitardi, omicidi politici, scontri fra fazioni. Ventisette di questi incidenti riguardano lotte per candidature nelle liste del partito al governo, il Pdp. A tutt’oggi non è stato individuato dalla polizia e rinviato a giudizio nemmeno un solo sponsor di alto livello di queste violenze, mentre la stampa e la voce pubblica menzionano apertamente i nomi dei sospettati. L’impunità regna sovrana. Mica si tratta di corruzione.
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