No al dialogo tra civiltà
Gli appelli retorici al dialogo fra le religioni e le culture o addirittura all’alleanza delle civiltà (Zapatero e Kofi Annan) che tanti, troppi, si sono sentiti in dovere di formulare all’indomani della crisi delle vignette, rappresentano il più grande tradimento dello spirito europeo che si possa immaginare. Quello spirito, laico e cristiano, che è il prezioso prodotto di secoli di glorie ma anche di lotte sanguinose, per il quale le collettività umane non sono più considerate delle totalità che assegnano alle persone un’identità immutabile, ma delle associazioni di persone indipendenti, che sono sempre libere di ritirare o modificare la loro adesione. In Europa tutte le libertà di cui godiamo sono derivate da una prima libertà, la libertà di coscienza, che è nata dalla critica alla tradizione e all’autorità che la rappresentava. Chi pensa che questa idea appartenga solo al protestantesimo radicale e all’illuminismo sbaglia: il più grande educatore cattolico del XX secolo, mons. Luigi Giussani, ha spiegato come l’educazione debba consistere nella creazione delle condizioni per la verifica dell’ipotesi di senso costituita dalla tradizione da parte del singolo individuo; il metro di giudizio della tradizione è la ragione del singolo, chiamata ad essere leale con le evidenze che dalla verifica emergono.
Gli incauti fautori dei dialoghi vogliono riconsegnare europei e non europei alle epoche del primato della collettività sul singolo, degli obblighi di appartenenza sulla libertà personale. Vogliono negare ai popoli non europei il diritto di liberarsi della livrea servile di culture che cristallizzano rapporti di disuguaglianza e di illibertà. Le religioni e le culture non dialogano fra loro, solo le persone possono farlo. Il dialogo è la possibilità che un incontro fra uomini accada, non è un processo programmato e gestito da istituzioni. Quando diventa questo, è solo uno strumento del potere per rafforzare il suo controllo sulle singole persone, europei o musulmani che siano.
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