No alla guerra preventiva. Sì a una forte prevenzione
Gli arabi e i musulmani non sono i nostri nemici. Non ci sarà nessuna “guerra fra civiltà”, e il mondo non è fatalmente destinato a dissolversi nel fuoco inestinguibile di un conflitto fra il tenebroso fanatismo dei figli di Allah e un Occidente ridotto al baluardo angloamericano. Dagli economisti e politologi che hanno redatto quella lucida autocritica che è il Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo alla regina Raina di Giordania, che scende a Milano col suo immacolato tailleur a visitare gli atelier dell’alta moda, tenere conferenze sulla donna nel Mediterraneo, promuovere cene di beneficenza e ricevere l’Ambrogino d’oro; dai transfughi del fondamentalismo islamico che narrano la loro redenzione (se vi siete commossi leggendo Karim, mio fratello terrorista, piangerete sopra le pagine di La terra è più bella del paradiso, dell’egiziano Khaled al-Berry, Bompiani editore) alle componenti dell’Irak National Congress che chiedono elezioni e democrazia per il dopo-Saddam, una parte importante del mondo arabo e musulmano è percorsa da un anelito di libertà e dal desiderio di una religiosità non nevrotica né ideologica. Ma perché una sana laicità e una sana religiosità possano fiorire, è indispensabile che vengano accantonati proprio quei leader arabi che della laicità hanno fatto una bandiera solo per meglio coltivare disegni di potere miopi, e per lo stesso motivo hanno poi stretto alleanze contro natura con la religiosità sfigurata dei fondamentalisti. Stiamo parlando dei Saddam Hussein, degli Arafat e di tutti gli pseudo-laici (di sinistra) arabi che ai loro popoli hanno saputo regalare solo sconfitte, sofferenze e pane d’odio; che hanno estenuato la comunità internazionale coi loro interminabili doppi e tripli giochi, alternando minacce e vittimismo, terrorismo e rispettabilità. Per una “pace dei forti” in Medio Oriente, per una nuova era di collaborazione fra occidentali e arabi, è indispensabile che questi personaggi escano di scena. Purtroppo il mondo arabo non è ancora in grado di praticare l’alternanza, e perciò i cambiamenti di leadership possono avvenire solo con interventi dall’esterno. Che a occuparsi di questo siano Stati Uniti e Israele da soli, va tutto e soltanto a disonore della pavida Europa. Che invece dovrebbe, se davvero vuole salvare vite umane e lavorare per la pace, fare la sua parte in prima fila.
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