No alle donne giudice
La questione della discriminazione della donna rimarrà per molto tempo aperta nel mondo arabo. Mentre alcuni paesi si arroccano su posizioni estremiste (vedi il divieto per le donne in Arabia Saudita di guidare), altri danno segnali di apertura, come la recente concessione del suffragio alle donne nelle elezioni del Bahrein. Altri ancora, invece, assistono a una controffensiva oscurantista. Come l’Egitto, dove il Club dei magistrati ha ritenuto illecito assegnare cariche giudiziarie alle donne. Un passo indietro in un paese che conta 60 mila avvocatesse e due magistrati donna, tra cui Taheni al Gibeli, vicepresidente della Corte costituzionale, invitata a parlare a Macerata, nel maggio scorso, dei “progressi” conseguiti dall’Egitto in questo campo. Stranamente il Club ha scelto di buttare la palla nel campo degli ulema: se essi non vi trovano nulla di contrario alla sharia, il Club potrebbe cambiare parere.
Interrogato sul problema, un ex preside dell’ateneo islamico al Azhar ha detto che nella storia dell’islam sono esistite «donne muftì». Ma i contrari alle donne giudice – ha aggiunto – considerano che chi aspira a diventare magistrato deve prima lavorare in procura: qui sarà costretto a uscire di notte per svolgere le indagini, «cosa che la nostra società non è ancora pronta ad accettare nel caso di una donna». Simili argomentazioni ricordano il regime dei talebani. Perché bandirono gli aquiloni? Perché se un aquilone finisce su un albero, chi va a recuperarlo potrebbe vedere, dall’alto dell’albero, una donna che s’aggira per casa non velata. Perché vietarono il possesso di uccelli canterini? Perché se si mettono a cantare durante la preghiera, il fedele si distrae. E perché rischiare l’inferno per un aquilone o un uccello?
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